Referendum: 10 “distruzioni per l’uso” al giorno (giovedì 27 ottobre)
27 Ottobre 2016
Quarta puntata di “10 distruzioni per l’uso al giorno”, la nostra rubrica sul referendum costituzionale e su perché diciamo NO alla riforma Renzi-Alfano-Verdini.
1) Sciacalli. “Aspettiamo che Dio si calmi”, dice all’Ansa il sindaco di Castelsantangelo sul Nera, Mauro Falcucci. Altre analoghe dichiarazioni di amministratori locali sono riportate con grande intelligenza e sensibilità dall’Unità. Io credo fermamente che sia cosa da sciacalli strumentalizzare politicamente, anche larvatamente, disgrazie come l’ultimo terremoto che ha colpito il centro Italia. L’unico dovere di ciascuno di noi è sostenere lo Stato a qualsiasi livello perché soccorra le popolazioni nel modo migliore e nei tempi più stretti possibili. Una volta passata l’impatto della tragedia, tragedia che richiede solo coesione nazionale per essere affrontata, sarà però utile riflettere anche su come le peggiori calamità trovino in Italia un livello di risposta di grande efficacia in una rete di democrazia locale invidiabile rispetto a tante altre realtà internazionali. Questa “rete” ha nei municipi i pilastri fondamentali sostenuti però, da decenni, dalle province e dagli anni settanta dalle regioni (pur scassate come sono): intervenire su questa rete non deve essere fatto con ragionamenti solo sulla diminuzione dei costi della casta ma implica riflessioni sistemiche assai articolate come quelle svolte dai costituenti dal 1946 al 1948. Passata l’emergenza, dunque, senza sciacallaggi, queste considerazioni vanno meditate con la necessaria serietà. Magari prima del 4 dicembre.
2) Contrapposizioni. “Contrapporre un Sergio Mattarella europeista a un Matteo Renzi nazionalista sarebbe una forzatura”, scrive Massimo Franco sul Corriere della Sera. Invece contrapporre un Mattarella persona tormentatamente attenta alle esigenze nazionali a un Renzi disponibile a qualsiasi avventura per prevalere, è abbastanza realistico.
3) La mitica May. “Theresa May has come under intense criticism from politicians across the UK and Europe after it emerged that she had warned of the dangers of Brexit in a private talk at Goldman Sachs a month before the referendum vote”, scrivono sul Guardian Rowena Mason, Jessica Elgot e Philip Oltermann. Insomma anche la May avrebbe la sua J.P. Morgano con cui chiacchierava di politica. Ma con un’interessante caratteristica: fatto parlare il popolo sovrano, la politica Tory si è messa al lavoro per tenere insieme la Nazione, non per perseguire propri disegni personali e tanto meno quelli di gruppi finanziari internazionali. Sarà opportuno capire se dopo il 4 dicembre, nel caso della probabile e da me auspicata vittoria del No, potremo contare su una nostra May che contribuisca a transitare il Paese dalla sconfitta di un disegnino istituzionale pasticciato a una nuova fase della Repubblica, magari aiutando ad apprestare rapidamente la sempre più indispensabile Assemblea costituente. Servirebbe per esempio un tipo alla Anna Finocchiaro capace, pure per i suoi vecchi legami, di far dialogare le teste migliori del Sì con quelle migliori del No di sinistra, e con un’opposizione, contrapposta politicamente ma collaborativa sulle riforme istituzionale, delle forze non di centrosinistra interessate a cambiare la Costituzione.
4) Una politica estera di caucciù. “Bombardare la Libia a quel modo cinque anni fa non fu intelligente”, così Matteo Renzi nella trasmissione televisiva “Porta a porta”. Renzi ci aveva spiegato il 22 agosto a Ventotene come fosse ormai pronto un triumvirato con francesi e tedeschi per guidare l’Europa fuori dalla crisi, poi qualche settimana dopo ad Atene il 9 settembre con François Hollande e Alexis Tsipras ci aveva raccontato come ci volesse una ripresa socialista per superare l’austerità tedesca. Infine il 16 ottobre è andato a Washington per affermare che è d’accordo con Barack Obama per contrastare l’egemonia franco-tedesca sull’Europa. Ora ci informa come il probabile presidente degli Stati Uniti, grande ispiratrice della guerra a Gheddafi, Hillary Clinton, commise un errore terribile. Cambiare idea è spesso segno di intelligenza, farlo ogni quarto d’ora, invece, fa pensare a uno stato di ubriachezza molesta. Per di più agire sulle questioni più delicate con lo stile che giustamente Rino Formica definisce da cricca di Rignano, degrada la democrazia, tanto più se a questo degrado si sovrappone la cornice del pasticcetto istituzionale approntato da Maria Elena Boschi.
5) Sinistra dove sei? “C’era una volta la sinistra italiana”, scrive Aldo Schiavone sul Corriere della Sera. Dopo che Ernesto Galli della Loggia (con qualche argomento) ha bastonato la destra, arriva Schiavone a prendere a ceffoni la sinistra, peraltro inquadrando la questione in quello europea. Assolutamente giusto: perché il vero buco nero della sinistra continentale è quello provocato dalla crisi strutturale della socialdemocrazia tedesca. E’ difficile in questo senso dar torto all’opinionista del Financial Times Wolfgang Münchau quando scrive che è meglio un Jeremy Corbyn che cerca di rivitalizzare le radici del laburismo inglese rispetto a chi insegue solo banchieri internazionali e governabilità legittimata dall’alto (vedi pasticcetto Boschi, per esempio). La Clinton vincerà probabilmente anche perché negli Stati Uniti c’è stato un Bernie Sanders che ha fatto, per i democratici, proprio questo lavoro di riconnessione ai ceti popolari.
6) Destini. “E’ uno strumento buono, lasciato al suo destino”, dice Giuseppe Guzzetti al Sole 24 ore parlando del fondo Atlante. La vicenda Atlante con i drammatici annessi e connessi collaterali bancari e finanziari (ora si parla anche di scalata alle Generali) non è che uno dei tanti esempi dello sbandamento nazionale in atto (vedi le considerazioni svolte qualche nota prima sulla politica estera). E’ evidente come un politico responsabile avrebbe fatto votare l’Italia sul referendum che riguarda le modifiche costituzionali, il 4 ottobre e non il 4 dicembre. Scatenare una campagna elettorale divisiva riempiendo di mance la finanziaria e litigando scompostamente con un‘Unione Europea la cui riforma richiederebbe una riflessione pacata e non risse più o meno isteriche, poteva venire in mente solo al bulletto di Rignano e alla premiata pasticcera Maria Elena Boschi. Ed è evidente, poi, che dotare di una governabilità non adeguatamente regolata questo tipo di ceto politico, senza avere impostato tutti i necessari bilanciamenti sistemici, sarebbe una scelta particolarmente irresponsabile.
7) La forza dell’ovvio. Il professor Michele Rosboch, in un incontro promosso dall’associazione Esserci, a Milano il 25 sera per sostenere le ragioni del No, a cui ha partecipato anche Stefano Parisi e la cui cronaca è riportata dal settimanale Tempi, ha ricordato come “Il cambiamento non è per forza positivo”. Ovvio. Ovvio? Fino a un certo punto. Anche fra persone colte e intelligenti, sta passando, in qualche misura come reazione a una situazione senza dubbio paludosa, l’idea che qualsiasi innovazione sia meglio che star fermi. Se uno si sforza di andare indietro di un centinaio di anni, può cogliere uno spirito di questo tipo in certi settori sia della borghesia industriale sia dell’intellettualità italiana: contro i vecchi liberali risorgimentali da rottamare, contro i populisti rossi e neri (gli Sturzo e i Turati) da emarginare, contro il corrotto Giolitti, contro il logorato parlamentarismo, per non parlare della retorica sulla velocità futurista. Prima dell’emergere del mussolinismo, di questo materiale sono fatte le gloriose giornate di maggio del 1915 che spalancarono il baratro prima della guerra e poi del fascismo. E i promotori di queste posizioni non erano in maggioranza di destra o reazionari (molti lo diventarono dopo il ’19-’21) bensì radicali e democratici. E, guarda là, avevano come due principali centri di diffusione Firenze e Milano. Fermare tendenze di questo tipo, prima che diventino irrefrenabili, con il bel No ovvio a nostra disposizione, mi sembra assai opportuno.
8) Precursori. La Fondazione Bettino Craxi ha organizzato a Roma per giovedì 10 novembre 2016 alle ore 18 una tavola rotonda sul Sì / No al referendum con un insieme di oratori di qualità: Mario Barbi, Gianfranco Pasquino, Giovanni Guzzetta, Gaetano Quagliariello, Giovanni, Orsina, Giuliano Urbani. Annuncio volentieri l’iniziativa con largo anticipo in modo che chi può si organizzi per parteciparvi, anche perché la Fondazione Craxi ha da molto tempo lanciato una campagna non solo per una Repubblica presidenziale ma anche per un’Assemblea costituente, scelta che oggi mi appare decisiva.
9) La variabile europea. “La Commissione europea che non può dimenticare gli impegni presi dal governo Renzi” scrive Adriana Cerretelli sul Sole 24 ore. Anche la giornalista ipercritica della politica di austerità imposta dai tedeschi, non può non sobbalzare per le disinvolture renziane. Non ci si può dimenticare, peraltro, come Renzi con Mario Monti ed Enrico Letta prima di lui, sia diventato presidente del Consiglio in prima istanza perché Europa voluit. E ha fatto il suo pasticcetto di riforma costituzionale al grido: “Ce lo chiede l’Europa”. Adesso, però, secondo alcuni maligni osservatori (così un articolo sul Messaggero), il nostro capo scout seguirebbe i consigli di Jim Messina e Diego Piancentini, che lo aggiornano sui mal di pancia antitedeschi di gran parte dell’elettorato. Anche chi come me consente con il merito di alcune posizioni “di oggi” (che di solito non sono quelle di “domani”) del governo sull’Europa, non può non essere sconcertato come la Cerretelli da questa totale disinvoltura. La politica di un grande Stato come è tuttora l’Italia non può essere guidata essenzialmente da furbate tattiche, anche perché la disgregazione è al momento il primo rischio per l’Italia e non c’è niente come il metodo furbate che l’aiuti (considerazioni che valgono anche per votare No alla furbata-pasticcetto Boschi).
10) La punizione di Platini. Anche “Platini può mettere una punizione nell’angolino” dice Pippo Civati, pur un po’ preoccupato per l’età del rappresentante del suo fronte per il No, parlando di Ciriaco De Mita che ha accettato la sfida televisiva di Renzi. I Republicones sono assai impegnati a far vincere il Sì, facendo un certo gioco delle parti con i Repubblichini, quelli abbastanza di destra per il Sì (questi ultimi adesso sono concentrai sui risvolti economici di una vittoria del No, più o meno come il Financial Times prima della Brexit). Però a Largo Fochetti non si dimenticano gli antichi legami con l’anziano politico irpino e quindi non gli si offre solo il mezzo appoggio di un quarantenne di sinistra ma gli si concede anche una tribuna pre-trasmissione televisiva, di cui De Mita approfita per dire che non lo si potrà accusare di essere contrario alle riforme istituzionali, lui che per queste si batte da metà degli anni Ottanta, ma, aggiunge, queste riforme devono essere fatte da un Parlamento libero, e conclude con una nota di speranza: “Ci sarà qualcuno che si sarà stancato della semplificazione”. Ottima impostazione, però va pensata televisivamente e la nota che può far prevalere la ragione sulla propaganda, è solo quella di essere capace di trasmettere un accento di verità. Non ci si può presentare, per esempio, come vincitori di una guerra che si è persa, ma si può, richiamandosi innanzi tutto all’Assemblea costituente del ’46 ricostruire, sostenendosi con la forza di convinzione della saggezza e di una superiore cultura, quali furono le condizioni di quando si vinse, cioè si fece tra il 1946 e il 1948 una Costituzione convincente (in molte parti bella e comunque sempre chiara) e condivisa con avversari ben più divaricanti di quelli oggi in circolazione.
