Home News Referendum: 10 “distruzioni per l’uso” al giorno (lunedì 21 novembre)

#IoVotoNO

Referendum: 10 “distruzioni per l’uso” al giorno (lunedì 21 novembre)

0
1

Nuova puntata della nostra rubrica quotidiana per il NO al referendum e al pasticcetto costituzionale Renzi-Boschi-Alfano-Verdini.

1) La stampa italiana diventa un grande New York Times. “The most important was Italy’s economic performance since it adopted the euro in 1999” scrive Wolfgang Münchau sul Financial Times. Esplode sulla stampa italiana una invincibile sindrome newyorktimesista, si abbandona cioè ogni attitudine all’analisi per impegnarsi solo nella sfrenata propaganda per #BastaunSì. Il Financial Times in diversi articoli esamina la situazione italiana, in uno magistrale di Münchau spiega come gran parte dei nostri mali risalgano all’adesione all’euro. Si cita Giovanni Orsina che spiega come Renzi stia facendo una campagna contro la Casta essendo percepito come il principale simbolo dell’establishment e così via ragionando. Invece il tutto nell’interpretazione della nostra stampetta mannara diventa: se vince il No, l’Italia esce dall’euro.

2) Le incognite e il cognito. “A Siena la vera incognita è un’altra: se il 6 o il 10 dicembre dovremo chiamare Roma, ci sarà qualcuno che risponde, se al Referendum, avrà vinto il No?” scrive Fabrizio Massaro sul Corriere dell’Economia. Ci sono senza dubbio le incognite. Però ci sono anche le cose che conosciamo benissimo: come il governo abbia impasticciato così tanto sulle banche e in particolare sul Monte dei Paschi, come il lupetto mannaro insediato a Plazzo Chigi sia un irresponsabile e invece di gestire lo Stato, come il mandato pur malamente acquisito dal Parlamento, gli richiedeva, si sia messo in campagna per il referendum da maggio, come se si fosse votato il 2 ottobre invece che il 4 dicembre non saremmo in tutti questi guai, come si sia  un momento dei tappetini della Merkel e poi si faccia finta di guidare il fronte dei suoi oppositori minando così la nostra credibilità su un fronte europeo così decisivo anche per le nostre banche, e così via. Insomma alcune incognite ci fanno dubitare del No. Mentre tutte le cose conosciute ci fanno escludere che si possa appoggiare #BastaunSì.

3) Dalla Svizzera ci fanno presente che Renzi non conta un cazzo. “C’è l’ombrello Bce” dice Giovanni Zanni di Credit Suisse al Corriere della Sera. Ai vari predicatori di catastrofi post No, chi vede le cose dalla concreta Svizzera ricorda come già oggi l’Italia sia governata da Mario Draghi (e aggiungiamo noi: da Raffaele Cantone) e non da Palazzo Chigi. Forse se vincerà il No, si potrà recuperare almeno un pezzettino di sovranità nazionale, comunque tutto l’ombrello Bce #Basta e avanza non solo per reggere gli effetti di una vittoria del No, ma anche probabilmente quelli ben più devastanti, nel medio periodo, di una vittoria del Sì. 

4) Se la Causa è il rimedio all’Effetto. “Non posso fare altrimenti” così sulla Repubblica si segnala un’affermazione di Angela Merkel sulla sua ricandidatura. La Merkel che si ricandida contro il populismo è la Causa che si oppone all’Effetto. Il populismo europeo nasce dalla pratica consociativa che ha portato al disastro diversi sistemi politici (compreso il commissariamento di uno Stato così rilevante per gli equilibri continentali come l’Italia); dalla mortifera determinazione dell’ordoliberismo che non ha compreso le esigenze dello sviluppo; da una moneta unica senza una politica unica; da una politica di confronto sull’immigrazione dominata dalla retorica invece che dalla consapevolezza. Insomma gran parte del populismo nasce direttamente da quello che viene riconfermato come il programma per la ricandidatura per la quarta volta della Grande bottegaia.

5) Si può essere radical chic e avere comunque la schiena dritta. “Innovativo ma non giovanilistico, con una buona attitudine alla telecamera, ma senza fare sfoggio pavonesco” così scrive Carlo Petrini del premier canadese Justion Trudeau, modello - secondo lo slowfoodista - di una seria e vera politica “liberal”. Trudeau non è un pavone? Non bamboleggia giovanilisticamente? Il nostro esperto in cibo ha l’aria di avercela con qualcuno di nostra conoscenza. Insomma si può essere liberal ma mantenere la schiena dritta. Non si è tutti dei Michele Santoro.

6) Bassanini contro quell’analfabeta di Bassanini. “La riforma fa comunque passi in avanti nella giusta direzione” scrive Franco Bassanini sul Corriere della Sera. Bassanini fu uno dei principali promotori e compilatori delle modifiche al Titolo V della Costituzione che col governo Amato di inizi 2000 spostarono (scelleratamente) competenze nazionali alle regioni. Anche allora il provvedimento venne venduto come viene spacciato oggi il pasticcetto Boschi: “finalmente si cambia!”. “Dopo anni di immobilismo la sinistra è capace di innovare!”. “Rappresenta dunque le forze del cambiamento contro quelle dell’immobilismo!”. Il provvedimento aveva una logica squisitamente elettorale: cercare di acquisire un po’ di elettorato leghista, esattamente come il pasticcetto Boschi cerca di delineare ora un sistema nel quale il partito degli “eletti della nazione”  governerà sempre emarginando i populisti di destra e di sinistra. E’ interessante come l’ideatore della manovra del 2001 riconosca la sua stessa ispirazione nella manovra 2016 e abbia anche la sufficiente faccia di bronzo per non accennare neanche al ruolo che ebbe nel formulare le norme costituzionali che oggi vengono insultate e completamente abrogate.

7) Nazionale, logico e lineare. “Qualora il Sì dovesse prevalere il percorso del nuovo partito della nazione sarebbe logico e lineare” scrive Claudio Cerasa sul Foglio. Logico, capisco. Ma lineare? Che cosa c’è di lineare nel partito della nazione? Denis Verdini? Angelino Alfano? I ricatti e le pulizie etniche nei media? Quella specie di marcio casino che si sta combinando nel mondo bancario? Le promesse fatte e non mantenute con Silvio Berlusconi? Le promesse fatte e non mantenute con Pierluigi Bersani? Senza dubbio da un certo punto di vista, peraltro, c’è quella linearità che il Foglio in un suo editoriale offre a Stefano Parisi: “Nell’Italia del Sì c’è spazio”. Per chi ha lo stomaco forte, in effetti, alcuni spazi (con annessi e connessi) ci sono senza dubbio. Mentre per i poveracci comunque non mancheranno le mance, naturalmente e rigorosamente disponibili solo nelle stagioni elettorali.

8) C’è un bel po’ di mucche in Parlamento. “Abbiamo detto che adotteremo la proposta a prima firma Chiti che prevede l’elezione dei senatori. Perché non la facciamo prima del 4 dicembre? Perché non si può fare una legge elettorale su qualcosa che ancora non c’è” dice Matteo Renzi a Otto e mezzo. Non capisco come si possa avere un minimo di fiducia in una persona che cambia idea ogni due minuti e sempre con la grande visione nazionale di acquisire ora un Angelino Alfano ora un Denis Verdini ora un Gianni Cuperlo ora un Vannino Chiti. Un tempo gli indirizzi sulle questioni istituzionali si assumevano in Parlamento, ora in tempi di mucche, come direbbe Pierluigi Bersani, direttamente nell’apposito mercato.

9) Idee per il futuro di Bankitalia. “E’ un risultato cattivo ma gestibile” così Repubblica registra un parere di ambienti Morgan Stanley sulla vittoria del No. Come si chiama l’amministratore delegato di Morgan Stanley? Non potrebbe venire a fare il Governatore della Banca d’Italia?

10) C’è sole e Sole. “Vogliamo passare dalla difesa degli interessi a una dimensione più generale della rappresentanza” così Vincenzo Boccia spiega alla Repubblica il suo collateralismo al lupetto mannaro e alla sua campagna per #BastaunSì. Il problema per Boccia è che se vince il No, lui non potrà dire come Obama che comunque il sole continua a sorgere. Infatti a occhio il suo Sole tende sempre più a tramontare.

 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here