Referendum: 10 “distruzioni per l’uso” al giorno (lunedì 7 novembre)

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Referendum: 10 “distruzioni per l’uso” al giorno (lunedì 7 novembre)

07 Novembre 2016

Riprende la nostra rubrica quotidiana sul referendum costituzionale e su perché diciamo NO alla riforma Renzi-Alfano-Verdini.

– Il grido della speranza/Leopolda 1. “E’ derby tra speranza e rabbia”, così Huffington Post raccoglie uno degli slogan renziani alla recente Leopolda. E quale sarebbe lo slogan degli speranzosi? Il veramente inclusivo e accogliente: “Fuori! Fuori!”?

– Quelli che vogliono solo il potere / Leopolda 2. “Quelli del No vogliono solo tornare al potere”, così l’Unità raccoglie uno slogan renziano alla recente Leopolda. Ma il presidente del Consiglio è veramente convinto  che il terreno più favorevole per la sua propaganda sia quello su chi ha più “voglia” di potere? 

– “La gara ai diminutivi/ Leopolda 3. “No ai governicchi”, così la Repubblica raccoglie uno degli slogan renziani alla recente Leopolda. No ai governicchi? D’ora in poi solo cricchine?

– Il No americano di Zingales. “Chiunque vincerà dovrà fare compromessi per governare. Uno svantaggio se si desidera un’azione di governo rapida e decisiva, ma un grosso vantaggio se si teme che il presidente possa prendere decisioni inconsulte”, scrive Luigi Zingales sul Sole 24 ore. Parlando di America, in realtà il noto economista fa la più lucida e precisa dichiarazione a favore del No al pasticcetto Boschi

– Cuperlo al mercato delle vacche. “Smarcati da Bersani, rompi e a quel punto sei tu la sinistra del Pd”, così secondo Huffington Post, avrebbero detto a Gianni Cuperlo Ettore Rosato e Lorenzo Guerini. Quel che è bello del Pd renziano è la costante aria da mercato delle vacche a cui per partecipare #BastaunSì. Se invece non gradisci, allora serve proprio un bel No al pasticcetto Boschi.

– Gianni Letta, i republicones e i repubblichini. “Solo se vince il No Forza Italia sarà ancora protagonista”. Così secondo Repubblica si sarebbe espresso Gianni Letta in un incontro ristretto organizzato da Silvio Berlusconi. I republicones con alla testa Carlo De Benedetti, dopo essere stati la testa pensante del Sì, visti i sondaggi, stanno cercando una via di uscita (un po’ come l’Fbi negli States) e si dice che abbiano già tastato il polso, per portarlo alla direzione del quotidiano di Largo Fochetti. a un grande giornalista che si è espresso per il No. I poveri repubblichini (quelli che pur avendo avuto talvolta storiacce a destra sostenevano i republicones nell’appoggio al Sì) sono invece nel panico. Uno dei loro principali ispiratori, pur uomo astuto e pragmatico, Denis Verdini, si è ridotto a una parodia di Mario Monti straparlando di un partito di centro oltre il 10 per cento. Altri invocano l’Alta corte inglese. Come che sia, la considerazione di Letta è dirimente: se vince il Sì avremo per un certo periodo (è dura fare previsione di medio termine in questo quadro internazionale) un governo che cercherà di alimentare e insieme emarginare  le “estreme” per poter fare i propri comodi (vedi liberali antigiolittiani dell’inizio del Novecento), disgregando innanzi tutto e radicalmente  l’esperienza berlusconiana. Tutto ciò ci renderà ancora più deboli in Europa dove gli Stati contano se hanno destre e sinistre in salute. Urge sempre di più un bel e netto No.

– E’ prezioso anche il No di Di Matteo. “Un attacco iniziato molto prima del Governo Renzi, da Gelli in poi”, dice Nino Di Matteo a un giornale on line siciliano (Tp24). Il pm palermitano a cui va in ogni caso riconosciuto l’enorme coraggio di sfidare apertamente, con sprezzo del pericolo, la mafia, offre una difesa assai conservatrice delle ragioni del No al pasticcetto Boschi. E si impegna anche in una delle sue solite ricostruzioni a capocchia della storia nazionale: il pasticcetto Boschi sarebbe ispirato dalle riforme di Gelli. Mah! La P2 nasce quando ambienti repubblicani americani si preoccuparono per l’entrata a Roma dei comunisti nell’area di governo e avviarono un’operazione abbastanza squinternata nelle forme (condita da affarismi e carrierismi vari) che derivava integralmente da quel contesto, e che iniziò a essere sradicata quando i democratici tornarono alla Casa Bianca. Oggi l’influenza degli Stati Uniti, soprattutto grazie alla benemerita azione del Fbi contro il crimine organizzato, ha sorretto prima Giovanni Falcone, poi Giancarlo Caselli e la sua nidiata siciliana di cui fa parte Di Matteo, e ora pare concentrata sui più razionali (più razionali di Caselli, non naturalmente del razionalissimo Falcone) Raffaele Cantone, Giovanni Pignatone e Nicola Gratteri. Insomma la P2 non c’entra un cavolo con le vicende italiane di oggi. E’ vero, poi, certamente che JPMorgan suggerisce certe soluzioni ma è una sciocchezza attribuirle un ruolo decisivo. Il processo dentro cui stiamo vivendo è segnato dal 2011 in poi da un certo svuotamento della democrazia italiana che più che a Gelli sembra ispirarsi a tesi come quelle di Roberto Scarpinato, scettiche sulla centralità della sovranità popolare. Detto questo un paio di osservazioni. La prima: quelli che si lamentano perché alcuni pm hanno un ruolo centrale nella politica nazionale, dovrebbero prendersela innanzitutto con l’ignavia del ministro della Giustizia Andrea Orlando. La seconda: è molto positivo che lo schieramento del No sulla riforma della Costituzione comprenda sia sinceri garantisti sia persone su posizioni tese a espandere il potere giudiziario come Di Matteo; queste posizioni, grazie al nostro scassato establishment, al commissariamento della democrazia post 2011, a un quotidiano come il Fatto, rappresentano almeno un terzo dell’elettorato italiano e non possono essere escluse da un vero processo costituente. Le regole di un vero Stato liberaldemocratico vanno formate in un confronto con tutte le culture radicate, e non cucinate come pasticcetti in forni riservati di qualche landa toscana (e poi imposte con mance e ricatti).

– Galli della Loggia vuol tornare allo Statuto? “Ognuno difende la sua Costituzione”, scrive Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Galli della Loggia è attratto dal funzionalismo del pasticcetto Boschi e critica chi si attarda nella ricerca di un’identità costituzionale cioè tutti coloro che vorrebbero una Carta che fosse anche “loro”. E’ un peccato che uno storico così di valore non comprenda come costruire un rapporto non solo immediato, non puramente funzionalista, non da Statuto albertino che si cambia a ogni stormir di fronde, sia necessità rilevante soprattutto per uno Stato che ha dalla nascita una base sociale troppo ristretta. Ma il nostro commentatore corrierista è persona di grande intelligenza e una vittoria del No gli farà intendere questa profonda necessità nazionale. 

– Perché il Renzi del pasticcetto è l’opposto del Craxi della scala mobile. “La possibilità che il referendum abbia lo stesso destino del referendum sulla scala mobile, esiste” scrive Claudio Cerasa sul Foglio. L’ultima carta dei renziani disperati (stiamo parlando dell’ala repubblichina non di quella repubblicona) è san Bettino Craxi. Ma il leader del Psi ebbe sulla scala mobile un atteggiamento del tutto opposto a quello del lupetto mannaro di Rignano: isolò il Pci e non se stesso, curò che vi fosse la massima discussione politica e parlamentare, non fece mercati delle vacche per far passare i suoi provvedimenti. E durante la campagna referendaria si occupò del suo mestiere di presidente del Consiglio, invece di fare l’imbonitore referendario, lasciando agli esperti del settore, in testa Pierre Carniti, l’onere di difendere la legge sottoposta al vaglio diretto dei cittadini. Insomma non è proprio possibile confondere l’intelligenza di un politico sperimentato con l’arroganza di uno sbruffone. 

– Un Italicum e tre carte. “Nell’accordo c’è scritto che si supera il ballottaggio. Ma l’Italicum è proprio il ballottaggio e senza ballottaggio non c’è più l’Italicum”, scrive Roberto Alimonte sulla Repubblica. Ripensando ai suoi rapporti con Matteo Renzi, uno dei più seri esperti di sistemi elettorali scopre come ci sente quando quei simpatici signori che all’uscita di una metropolitana hanno sistemato un banchetto,  ti invitano a indovinare dove – tra le tre disposte – hanno messo la carta che tu hai scelto.