Referendum: 10 “distruzioni per l’uso” al giorno (martedì 8 novembre)
08 Novembre 2016
Nuova puntata della nostra rubrica quotidiana per dire NO al referendum e alla riforma costituzionale Renzi-Boschi-Alfano-Verdini.
1) Così un giocoliere a Bruxelles tratta con un giocoliere a Roma. “Sta giocando allo stesso gioco di Renzi che da parte sua enfatizza la contrapposizione con Bruxelles tirando in ballo la sicurezza delle scuole”, queste sono le considerazioni sulla Repubblica di uno sconcertato Andrea Bonanni che, pur così intimamente per il Sì, così sinceramente per l’Europa, così appassionatamente contro i populisti, non può non osservare come Juncker e Renzi diano la fortissima sensazione di essere innanzi tutto due imbroglioni. Per svegliare definitivamente il caro giornalista repubblicone è sempre più opportuno votare No.
2) C’erano una volta i radicali che pensavano in grande. “E’ probabile che se vince il no ci sarà un cambio di quadro politico, si dice così in politichese. E ho l’impressione che i temi che stanno a cuore a noi radicali non riceverebbero maggiore ascolto da Salvini, Brunetta e perfino Grillo”, L’Ansa riporta che così Emma Bonino ha spiegato perché votare Sì al referendum significa scegliere il meno peggio. Che nostalgia quando i radicali erano avventurosi ricercatori del meglio quasi impossibile. Adesso ricordano molto il minimo buon senso dei socialdemocratici e neanche quelli eroici di Giuseppe Saragat, bensì quelli assai pragmatici alla Pietro Longo.
3) W l’imbroglione. “E mai come questa volta ci auguriamo che la rinegoziazione del doppio turno sia solo un bluff”, così un editoriale del Foglio. Sul Corriere della Sera si suppone che Renzi resterà al governo per controllare le nomine degli enti, Cacciari dice che voterà Sì al pasticcetto Boschi che “è una puttanata”, sul quotidiano di Claudio Cerasa ci si augura che il lupetto mannaro di Rignano per l’ennesima volta non mantenga la parola. Che bisogno c’è di agitarsi tanto contro il caro presidente del Consiglio quando ci sono i suoi fan che fanno già così bene questo mestiere?
4) Troppa grazia san Violante. “I sostenitori della riforma costituzionale hanno una veduta realistica: non è perfetta ma fa funzionare meglio il Paese”, scrive Luciano Violante sul Corriere della Sera: per chi ricorda come l’ex magistrato perseguì una linea estremistica di moralizzazione dell’Italia, fa un immenso piacere la sua conversione a un sano pragmatismo. Ahimé, però, talvolta per correggersi troppo, si sbaglia. Come si dice: troppa grazia Sant’Antonio. Oggi per riformare lo Stato italiano serve anche un po’ di visione. E questa manca al pasticcetto Boschi che, anche per questo motivo – perché cioè brucia l’esigenza di un alto cambiamento – non solo non aiuta ma danneggia il nostro Stato.
5) Un semplice No. “Quella che verrà sottoposta a referendum il 4 dicembre prossimo non è una riforma di dettaglio e nemmeno una semplice riforma del Senato. Si tratta di una modifica dell’impianto generale della Costituzione (che seppure in modo aggiornato riporta l’Italia al 1921, allo statalismo e al centralismo dell’antico Stato sabaudo): qualcosa di destinato a durare a lungo, molto più a lungo di qualsiasi governo. Legare ad essa la sorte del governo in carica non ha senso” così Robi Ronza sulla Nuova Bussola Quotidiana. Ecco un No spiegato perfettamente anche ai più semplici.
6) Cena bipartisan per il Sì. “Mercoledì 2 novembre 2016 a Milano, durante una cena ‘bipartisan’ organizzata dal finanziere Francesco Micheli nella sua casa dietro al parco Sempione, uno dei salotti milanesi per eccellenza, il premier Matteo Renzi ha spiegato quello che ormai diversi analisti politici danno per assodato: “il rischio della vittoria del No è concreto” scrive su lettera 43 Alessandro Da Rold. Cena bipartisan? C’era sia lo schieramento Goldman Sachs sia quello JPMorgan?
7) Da D’Alema mi guardo io, ma dai dalemiani (ex) mi guardi Iddio. “Il giorno dopo una vittoria del No – improbabile, contrastabile, non auspicabile – il vero vincitore sarebbe Pier Luigi Bersani o Daniela Santanchè?”, scrive Andrea Romano sull’Unità. Considero Massimo D’Alema autore di alcuni guasti decisivi nella vita della nostra Repubblica e proprio per questo motivo sono contento di fare (naturalmente io con un piccolissimo ruolo, lui invece rilevante) una battaglia insieme a lui per difendere e possibilmente rinnovare la Costituzione: le Costituzioni hanno bisogno di tutti anche di chi tu ritieni abbia molto sbagliato purché naturalmente arricchisca la discussione con argomenti. Cosa che certamente avviene con l’ex dirigente del Pci. Non si può non notare però come tra le eredità negative che D’Alema ci ha lasciato, ci siano anche alcuni suoi ex intimi collaboratori che ne hanno assorbito l’arroganza ma non la capacità analitica. Come è possibile che una persona dagli ottimi studi come Romano ponga la questione della vittoria del No, nei termini se vince “la Santanché o Bersani”? Chi vinse la Costituente: De Gasperi o Togliatti? La riforma dello Stato non è un palio delle oche di Rignano dove la Bianchina vince tutto, nasce dalla convergenza di avversari che vincono insieme nel definire una casa comune dove poi disputeranno per l’indirizzo della politica nazionale.
8) Ahi! Ahi! Il 40 per cento non è il 51 per cento. “Quando abbiamo avuto i sondaggi peggiori alle europee, abbiamo avuto i risultati migliori” Così AdnKronos riferisce una frase di Maria Elena Boschi. Qualcuno può spiegare all’autrice del pasticcetto sulla Costituzione, che con il 40 per cento delle europee non si vince il referendum del 4 dicembre.
9) Votate Sì per pietà e forza maggiore. “Non c’è nessuna forza politica europeista e nessun leader che possa raccogliere rapidamente il testimone strappato a questo governo”, scrive Michele Salvati sul Corriere della Sera. Naturalmente non è vero: una Theresa May si trova sempre. E comunque come insegna recentemente anche la Spagna, votare non solo non è un dramma ma è un balsamo per una democrazia. Detto questo cacciare, usando anche il No, chi eventualmente avesse infilato l’Italia nel tunnel senza uscite ricostruito da Salvati, sarebbe un dovere civico.
10) Il primo tecnico che canta farà l’uovo. “La stagione dei governi tecnici in Italia è finita” dice Carlo Calenda ad Huffington Post.
