Referendum: 10 “distruzioni per l’uso” al giorno (mercoledì 23 novembre)
23 Novembre 2016
Nuova puntata della nostra rubrica quotidiana per dire NO al referendum e al pasticcetto costituzionale Renzi-Boschi-Alfano-Verdini.
1) Le pagnotte e il lupetto mannaro. “Hanno paura della possibile ritorsione di chi ha il potere. Ho avuto discussioni a questo livello e ho dovuto accettare questo fatto essendoci dentro le aziende i risparmiatori e devo prendere atto che la dichiarazioni del presidente Mediaset sono attribuibili alla difesa di questi risparmiatori”. Così Il Messaggero riporta una frase di Silvio Berlusconi. I commenti della stampa sono sornioni, alcuni accennano a un qualche stato di confusione del vecchio patron di Mediaset. Nessuno mette veramente in dubbio che Matteo Renzi non abbia fatto decisive pressioni. L’ampia resa al bullismo del lupetto mannaro è quasi allegra, più o meno scontata: abbiamo un tipetto così, ce lo dobbiamo tenere. Comprendo, senza proprio ammirare, atteggiamenti di questo tipo in chi ha problemi di pagnotta: regolamenti per medicinali e cliniche private da far approvare, editori immobiliaristi che tanto dipendono dal governo, un alto tenore di vita da mantenere con i propri compensi da showman. La pagnotta è la pagnotta, e non ce la si può dimenticare. Però chi ha un minimo di libertà in più, non dico indignarsi che è sempre un po’ stupido – certi processi si consolidano per colpa anche tua- ma almeno potrebbe riflettere. Pensare, per esempio, che siamo arrivati al punto che Massimo D’Alema e Romano Prodi rispetto al criccaiolo di Palazzo Chigi appaiono come due liberali nei confronti del loro avversario politico fondamentale. Riflettere, pensare e anche minimamente agire con un piccolo No il 4 dicembre.
2) Pippo Baudo contro Fonzie. “Mi è capitato, nella mia vita sindacale e politica, di ricevere insulti e attacchi, come capita a quasi tutte le donne e agli uomini che hanno responsabilità pubbliche. Non mi era mai capitato, però, di essere definita – insieme a milioni di cittadine e cittadini che sostengono il Sì – ‘serial killer della vita dei nostri figli’” scrive Valeria Fedeli sull’Unità. Adoro la Fedeli, è stata una meravigliosa sindacalista, l’ultima vera speranza della Cgil. Però non mi convince. Il dibattito politico è stato anche più aspro: per tutti gli anni Cinquanta era concentrato sui termini “ladri” e “assassini”. Però la crudezza era commisurata a consapevolezza della tenuta democratica e a forti identità culturali. Quello che colpisce nello scambio di slogan di questi giorni (accozzaglie contro serial killer) è la qualità dei protagonisti: il miglior allievo di Pippo Baudo che lotta contro il miglior seguace di Fonzie. E’ una stagione maledetta della politica derivata dallo sciagurato commissariamento di questa dal 2011 in poi. E’ una stagione da superare rapidamente e l’unico modo per farlo è votare No il 4 dicembre.
3) “La vittoria del No al referendum aprirebbe una speranza, mentre un successo del Sì consoliderebbe il partito della Nazione, incarnazione dell’establishment che preparerebbe lo scenario di una vittoria del Movimento 5 Stelle” così La Repubblica riporta una considerazione di Massimo D’Alema. Come ho già scritto in questa rubrichina considero D’Alema responsabile di alcuni dei guasti rilevanti della vita della Repubblica, però è un balsamo per la ragione leggere sue affermazioni che vanno oltre il rutto e lo sberleffo all’Amici miei. E’ evidente come una vittoria del Sì consegnerebbe l’opposizione alla protesta più scatenata che in Italia non ha neanche le radici culturali presenti nei movimenti radicali di altri Paesi europei. Si costituirebbe insieme un blocco di governo con un’anima tecnocratica, un forte insediamento nell’establishment e non poche adesioni, per così dire, innanzi tutto opportunistiche (studiatevi le parole di un Vincenzo De Luca per capirci), e contrapposto a questa vivrebbe un’alternativa essenzialmente negativa. Ora magari il “blocco di governo” potrà lavorare fino al 25 luglio del 2043, ma di questi tempi le forze contestatrici possono vincere improvvisamente sconvolgendo ogni schema di tranquilla boria tecnocratica. Come insegnano gli Stati Uniti, invece, una nazione è grande se i moderati (Jeb Bush o Hillary Clinton) stanno nello stesso partito con i radicali (Donald Trump o Bernie Sanders) perché la forza di uno Stato è data dalla fiducia di un popolo pienamente coinvolto. Alcuni teorici della strutturale inferiorità italiana dicono che dalle nostre parti queste soluzioni non funzioneranno mai. Non so. Val la pena di provarci ugualmente con un bel No e lavorando per un’Assemblea costituente.
4) Do you remember the royalist? “Quel 48-49 per cento è tutto suo, mentre nel 51 c’è l’accozaglia” dice Lorenzo Guarini. Sono passati più o meno settanta anni da quando l’accozzaglia antifascista mandò in esilio il re. Guerini se riesce e ne trova ancora qualcuno in giro, si faccia raccontare da un reduce monarchico come finì politicamente il “loro” 46 per cento dei voti al referendum.
5) Un No per cambiare l’andazzo degli ultimi cinque anni. “Vince il No si lasciano le cose come sono pur sapendo che da più di trent’anni si è cercato di cambiarle” scrive Virginio Rognoni. Se fossi un mangiatore di carne umana come certi lupetti mannari approfitterei del fatto che Rognoni è persino più vecchio di me e ha avuto la sua grande stagione tra gli settanta e ottanta per lanciarmi in qualcuna disgustosa recriminazione contro le persone piuttosto che sulle loro idee. Invece ribadisco di stimare molto l’ex brillante ministro degli Interni pavese e di tenere molto in conto i suoi ragionamenti. Però questi sono sbagliati su un punto: qui non si sta chiudendo una fase che inizia trenta anni fa, bensì una aperta cinque anni fa e basata su un commissariamento della politica che trova più o meno confusi puntelli nel pasticcetto Boschi e nei connessi sgorbi elettorali promossi (a giorni alterni) da Matteo Renzi. Bisogna cambiare rispetto a cinque anni fa, non a trenta. E la via è il No.
6) A via Nazionale si vigila molto (la politica). “Vinca il Sì o il No, l’Italia andrà avanti con le riforme” dice Ignazio Visco alla Stampa. Siamo confortati dal fatto che il governatore della Banca d’Italia si occupi dei destini politici nazionali, ci chiediamo però se c’è qualcuno che dia una vigilatina a quei catorci, soprattutto toscani come il nostro lupetto mannaro nazionale, bancari che tanto ci preoccupano?
7) Romano, l’unico che crede ancora agli impegni pubblici di Renzi. “Il celeberrimo ‘combinato disposto’ tra riforme e Italicum per giustificare la propria militanza per il No, salvo dimenticarsi oggi che quel fantasma è stato rimosso dal tavolo attraverso l’impegno pubblico del Pd a modificare la legge elettorale” scrive Andrea Romano sull’Unità. Ma come fa Pierluigi Bersani a dimenticarsi gli impegni pubblici renziani, è così permaloso da ricordarsi ancora l’impegno pubblico preso dal nostro lupetto mannaro prima di votare il pasticcetto Boschi, a portare in votazione subito un’altra legge elettorale in Parlamento? Un po’ come quell’altro permalosone di Silvio Berlusconi a cui era stato promesso, per avere il suo voto sul noto “pasticcetto”, che si sarebbe trovato un candidato unitario per il Quirinale? A quanto pare alcuni rancorosi sostengono che ci sarebbe un mercato dove “gli impegni pubblici” mannari si vendono a valori quasi peggiori dei titoli del tanto amato, da Renzi, Monte dei Paschi
8) BranCasini. “Dall’altra una sorta di armata Brancaleone” dice Pierferdinando Casini alla Repubblica commentando lo schieramento del No. Casini che dà del Brancaleone agli altri sembra Valeria Marini che fa la ragazzina al Grande fratello vip.
9) Il Movimento 5 stalle di Renzi. “Per la legge di bilancio bisognerà aspettare dicembre quando, passato il referendum, il governo svelerà le riduzioni di trasferimenti e i maggiori tagli” così un richiamino sulla cronaca milanese della Repubblica a un articolo interno sulle scelte di bilancio della giunta Sala. I tagli si decidono dopo il referendum, se Milano vota compatta Sì, allora baldoria, se No scordateve gli investimenti. Ecco una notizia che da una parte svela qual è il cuore della parte del pasticcetto Boschi che riguarda il sistema delle autonomi e dall’altra mostra la filosofia profonda del renzismo, una filosofia da Cinque Stalle con annesso ampio mercato di bersaniane mucche.
10) Maledetti social. “Quando Renzi, twittatore spensierato, vede i social come ‘diffusori di odio’ coglie una verità parziale” scrive Paolo Di Paolo sulla Repubblica. Al lupetto mannaro di Rignano stanno sulle palle i social, Facebook, Twitter e tutto il resto? Sapesse quanto non li può sopportare Enrico#staiserenoLetta.
