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Diritti civili?

Reversibilità alle coppie gay: la “piattaforma Cirinnà” trionfa ancora

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“L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik”, così Scalfarotto a La Repubblica nel 2014, con riferimento al modello tedesco – il cosiddetto “matrimonio fotocopia” -, e aveva ragione o quasi.

Se è vero che il ddl Cirinnà è diventato legge solo dopo aver eliminato i riferimenti alla stepchild adoption, che avrebbe condotto ad una immediata ed evidente equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio, è altrettanto vero che il testo della senatrice pro LGBT, all’art. 1 comma 20, estende molti diritti “coniugali” alle parti delle unioni civili same-sex.

Non stupisce, quindi, che il Tribunale di Foggia abbia di recente riconosciuto alla partner superstite di una coppia omosessuale il diritto a beneficiare della pensione di reversibilità, come da previsione omologatrice del comma 20.

Infatti, già l’Inps, con una comunicazione, rendeva noto che, a partire dal 5 giugno 2016, il componente dell’unione civile sarebbe stato equiparato al coniuge ai fini delle prestazioni pensionistiche e previdenziali. Assegno di reversibilità compreso.

Può stupire, invece, che il giudice pugliese, facendo proprie le ragioni della Corte d’Appello di Milano in un caso analogo (sentenza n. 1005/2018), abbia condannato l’Inps al pagamento della pensione di reversibilità, in favore della partner superstite, a far data dal 2011, ossia cinque anni prima dell’approvazione della legge Cirinnà. E’ curioso che tale diritto sia stato riconosciuto con effetto retroattivo. Nonostante la legge, per definizione, disponga solo per l’avvenire.

A detta del Tribunale, l’impossibilità per le coppie omosessuali di “istituzionalizzare” la propria relazione nel periodo pre-Cirinnà costituirebbe una lesione dei diritti fondamentali, da cui deriverebbe il diritto al trattamento pensionistico di reversibilità per la donna superstite, alla quale è bastato dimostrare l’effettiva stabilità della relazione affettiva omosessuale, esistente ben prima della cosiddetta legge sulle unioni civili.

Il togato foggiano opera un processo, che egli stesso definisce, di “omogeneizzazione” tra la coppia stabile omosessuale e la coppia coniugata, volendole condurre alla loro equivalenza. Operazione che viene giustificata dai gap in materia, da colmare, come spesso avviene, anche senza il necessario intervento del legislatore.

E se fosse una donna eterosessuale, non coniugata, a chiedere la pensione di reversibilità, a seguito della morte del proprio compagno? In questo caso, il giudice risponde che ci vuole il matrimonio.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22318/2016, impedisce un’assimilazione totale tra il convivente eterosessuale ed il coniuge in quanto soggetti differenti, non equiparabili del tutto. La Cassazione ragiona sul principio di uguaglianza: situazioni diverse trattate in modo diverso e situazioni analoghe trattate in modo analogo. Anche quando la convivenza abbia acquistato gli stessi caratteri di stabilità e certezza del vincolo coniugale, il convivente more uxorio non ha diritto al trattamento pensionistico di reversibilità.

Per il nostro ordinamento, una coppia eterosessuale può scegliere tra il matrimonio e la convivenza more uxorio disciplinata dalla legge Cirinnà. Tuttavia, nel caso di convivenza, almeno sotto il profilo pensionistico, la coppia è penalizzata. Non serve neanche dimostrare la stabilità. La motivazione è comprensibile: il trattamento pensionistico è per sua natura collegato ad un preesistente rapporto giuridico, ossia quello matrimoniale.

Le cose cambiano per una coppia omosessuale che decida di formalizzare una unione civile, in questo caso la coppia avrà diritto alla pensione di reversibilità grazie alla legge Cirinnà, così come funziona nel rapporto matrimoniale. Ma c’è di più: se la parte superstite dimostra l’esistenza e la stabilità della coppia omosessuale già prima dell’entrata in vigore della legge, quest’ultima potrà essere applicata retroattivamente e la pensione di reversibilità verrà riconosciuta anche per gli anni precedenti, come avvenuto nel caso di Foggia. La coppia si riterrà unita civilmente dal principio della relazione.

Con quali conseguenze?

La prima è di sicuro sul piano economico: appare insostenibile per le casse dello Stato assicurare la pensione di reversibilità a tutti i tipi di coppie, diverse da quelle coniugate, anche se stabili, a maggior ragione se in termini retroattivi. Sarà anche per questa ragione che il trattamento di reversibilità è, in modo imprescindibile, legato al matrimonio?

La seconda è sul piano logico: se è vero che l’attuale sistema assicura la pensione di reversibilità al coniuge in virtù del matrimonio e non anche al convivente eterosessuale more uxorio, riconoscere tale diritto previdenziale alle coppie omosessuali registrate significa portare le unioni civili sullo stesso piano del matrimonio di cui all’art. 29 della Costituzione. Per di più, la recente sentenza di Foggia non fa altro che equiparare, forse tramite qualche acrobazia giuridica, la semplice unione omosessuale non “istituzionalizzata”, nata in un periodo pre-Cirinnà, al matrimonio, omologando pure gli effetti.

Manca solo un elemento alle unioni civili perché si compia quel reale progetto di equivalenza: la genitorialità.

E ci si sta arrivando, sempre a colpi di sentenze: alcuni tribunali hanno iniziato a concedere l’adozione del minore da parte del partner omosessuale del genitore biologico.

La stepchild adoption non è entrata dalla porta principale, ma sta entrando dalla finestra. Le unioni civili somigliano sempre di più al matrimonio. Il passo è brevissimo: presto si scriverà “unioni civili” e si leggerà “matrimonio”. Scalfarotto, purtroppo, aveva ragione.

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