Home News Riapertura: tempi e modi del dibattito nel Parlamento francese e il silenzio assordante di quello italiano

L'analisi

Riapertura: tempi e modi del dibattito nel Parlamento francese e il silenzio assordante di quello italiano

0
17

La riapertura non è una questione burocratica. C’è la consapevolezza che da essa dipenderà l’andamento dei prossimi mesi. E, forse, persino qualcosa di più. Soluzioni definitive (vaccini o cure possenti) non sono alle viste e, dunque, una prolungata fase di transizione non potrà che incidere in modo duraturo sulle relazioni interpersonali, la vita sociale, le condizioni economiche, i rapporti politico-istituzionali. Insomma: ce ne è abbastanza per affermare che ci si appresta a un punto di svolta importante, che non può essere sottaciuto né tanto meno derubricato a ordinaria amministrazione.

In Francia la “svolta” è prevista, già da lunga pezza, per l’11 maggio. Il primo ad annunziarlo in televisione è stato il Presidente Macron in una delle due allocuzioni fin qui tenute dall’inizio della pandemia. Il Presidente del Consiglio Edouard Philippe c’è tornato su qualche giorno più tardi ma a dare i primi elementi di un piano fino ad allora tenuto “segretissimo” è stato ancora il Presidente lo scorso giovedì in un incontro con i sindaci francesi. In quella sede ha evidenziato come il piano riguarderà salute, scuola, lavoro, commerci, trasporti e assembramenti; ha ribadito la necessità di anticipare la riapertura delle scuole prima della pausa estiva; ha detto a chiare lettere che il piano sarà nazionale, senza differenziazioni di carattere regionale.

La sua impostazione non è apparsa del tutto coincidente con ciòche il Primo Ministro aveva fatto subodorare. Nelle parole del Presidente è stata innanzi tutto scorta una maggiore spregiudicatezza rispetto al ritmo da imprimere alla ripresa. E poida Mantignon, sede della presidenza del Consiglio, era filtrata la disponibilità a tenere in maggior conto la mappa del contagio al fine di prevedere soluzioni e tempi differenti per i diversi territori che formano l’Esagono.

Alla stampa non è parso vero e non ha esitato a sottolinearel’evidenziarsi di qualche crepa nella coppia che si trova alla guida del Paese. Philippe ha fatto gettare acqua sul fuoco: se alcune diversità nell’impostazione del programma sono state rinvenute, queste non implicano divergenze di fondo ma dipendono solo dalla diversa prospettiva dalla quale si guarda il medesimo oggetto: più politica quella del Presidente, più tecnica quella del Primo Ministro. E, a ben vedere, non si è limitato a questa constatazione. Si è immediatamente prodigato a dichiarare che un momento così importante non va racchiuso nella dialettica tra vertici dello Stato ma deve investire in primis il Parlamento: “l’annuncio della strategia di riapertura – ha affermato il Primo Ministro – si farà all’Assemblea Nazionale. La mia relazione sarà sottoposta al dibattito e poi al voto dei deputati”. Martedì 28 alle 15: l’appuntamento è stato già cerchiato in rosso nell’agenda istituzionale. In altra sede egli ha poi aggiunto che questo calendario consentirà, dopo il voto dell’A.N., di sottoporre quanto approvato alle critiche e alle eventuali correzioni di eletti locali, sindacati, patronati nell’intento di “co-costruire” il definitivo  programma.

Tutta questa disponibilità e voglia di condivisione non hanno convinto le opposizioni, né di destra né di sinistra. Scontata la reprimenda dei Repubblicani. Eric Woerth, presidente della Commisione Finanza, chiede che “non si voti subito dopo il discorso del Primo Ministro” per aver tempo di esaminare le sue proposte; gli fa eco il Presidente del partito Christian Jacob, che reclama “un vero dibattito, degno di questo nome”, mentre il presidente del gruppo parlamentare Damien Abad s’incarica di fissare le condizioni affinché ciò possa avverarsi: “(…) domandiamo che ci siano 24 ore di pausa e che il voto finale slitti a mercoledì”.

E se da destra s’ode chiaro e distinto lo squillo di tromba, a sinistra risponde più di uno squillo. Il più duro è Jean-Luc Mélenchon per il quale il voto parlamentare non basta. Il fondatore di La France Insoumise ritiene anche lui necessario che vengano indicati tempi e modi affinché le proposte sulla riapertura siano discusse “tra il potere e noi”; in caso contrario l’apertura del Primo Ministro “ha l’aria di essere democrazia ma è soltanto brutalità”. Nella sua scia il segretario dei socialisti Faure Olivier stigmatizza “la democrazia al tempo del macronismo” e il Comunista Fabien Russel insiste sullo stesso tasto. Insomma un concerto che non esclude alcun pezzo dell’orchestra, visto che la contestazione sui tempi e le modalità del dibattito fa breccia persino tra i deputati “macronisti” i quali, con toni più soffici e forme più felpate, non hanno mancato di unire la loro voce a quella di quanti invocano più spazio e più dibattito.

Fin qui le schermaglie della politica francese. Esse, non c’è dubbio, sono l’ulteriore testimonianza di come il Parlamento e il parlamentarismo siano stati messi a dura prova dalla crisi del coronavirus. D’altro canto, noi che viviamo al di qua delle Alpi, non possiamo fare a meno di notare che i nostri cugini possono vantare l’impegno del governo a esporre il proprio programma innanzi tutto davanti all’Assemblea Nazionale, che un dibattito parlamentare e un voto sono stati previsti con circa quindici giorni d’anticipo sulla data della riapertura, che poi vi sarà un confronto con i territori e le parti sociali e tutto il tempo di far assimilare le nuove disposizioni ai cittadini.

In Italia nulla di tutto ciò: la riapertura è prevista per il 4; qualcosa di assai inconsistente è oltremodo vago abbiamo appreso in televisione attraverso l’ennesima esternazione del Presidente del Consiglio la sera del 26 aprile; nessun appuntamento parlamentare è al momento fissato e l’ultima volta che Conte si è visto dalle parti di Montecitorio e di Palazzo Madama – prima di recarsi a un Consiglio Europeo da lui stesso spacciato per “storico” -, non soltanto non c’è stato un voto parlamentare ma è mancato persino un vero dibattito. A questo punto, notare che l’impianto costituzionale dell’Italia è assai più parlamentaristico di quello della V Repubblica appare una leziosità formale per esegeti delle fonti, priva di qualsiasi contatto con la realtà. Le opposizioni in Francia faranno anche bene a protestare ma se dessero uno sguardo al di là delle Alpi, ne siamo certi, molti dei loro sacri furori troverebbero fatti concreti atti a smorzarli.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here