Italia e Europa

Ricerca e sviluppo: quel modello che l’Italia dovrebbe seguire

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Negli ultimi anni, nei dibattiti, ricorre sempre più frequentemente il tema della ricerca e dello sviluppo: in particolare, viene messa in evidenza la sua importanza nell’economia dei Paesi dell’Eurozona, i quali rincorrono un modello di crescita sempre più sostenibile. A questo proposito, un riferimento per tutti i Paesi dell’Unione Europea è diventata l’Austria.

Come ben spiegato da Il Sole 24 Ore, la ricerca applicata è infatti uno dei punti di forza del sistema politico-economico austriaco, il quale offre agli investitori incentivi fiscali per l’R&D; vi sono poi una serie di cluster dell’innovazione, in cui gli istituti sono in parte finanziati con fondi pubblici. Questo meccanismo esposto è stato ad una platea di imprese italiane dai rappresentanti di Aba Invest – l’Agenzia Nazionale per gli Insediamenti Esteri – e dall’amministratore delegato dell’Austrian Institute of Technology, durante l’incontro organizzato lo scorso Giugno a Milano, presso il quartier generale di UniCredit.

L’Austria, dunque, è un Paese fortemente competitivo nei settori ad alta intensità di Ricerca e Sviluppo con investimenti pari al 3,2% del PIL; inoltre, può contare su 71mila ricercatori (per oltre il 70% impiegati nel settore privato), 65 istituti di ricerca extra-universitari e 60 cluster settoriali per lo scambio di competenze tra le aziende.

Peraltro, tra i Paesi che investono di più in Austria troviamo proprio l’Italia, la quale – con un export di circa 10 miliardi di euro, secondo i dati del 2018 – risulta il terzo partner commerciale dopo USA e Germania per il Paese d’Oltralpe. Una conferma ulteriore di ciò si trova nelle recenti dichiarazioni di Marion Biber, direttirce per l’Italia di Aba Invest, la quale dice: «L’anno scorso come Aba abbiamo assistito 28 progetti italiani realizzati su circa 300 richieste. Quelli tedeschi sono i più numerosi: su 355 assistiti nel 2018 il 40% viene dalla Germania. Poi ci sono gli svizzeri e infine gli italiani, soprattutto dal Nord-Est». Ancora, «i nostri cluster accolgono le aziende di un settore e mettono insieme tutta la catena del valore. In Alta Austria hanno sede parecchi centri di ricerca, come quello di Linz su materie plastiche e meccatronica; oppure quello sull’automotive in Stiria che si è allargato alla mobilità e include ferrovie e aerospazio. I Comet, poi, sono i centri di competenza per le eccellenze tecnologiche che operano con fondi federali che coprono dal 35 all’80% del totale».

Anton Plimon, amministratore delegato dell’Austrian Institute of Technology (AIT) spiega come il loro mercato sia globale, perché «la tecnologia non ha confini e dunque il 30% dei nostri contratti di ricerca proviene dall’estero»; inoltre, «siamo un istituto di ricerca applicata che è per il 50,4% del Governo e per il 49,6 della Federazione delle industrie austriache. Con 1.370 dipendenti e otto centri, collaboriamo con le università e realizziamo un fatturato di 163 milioni annui. Un terzo dei nostri ricercatori si dedica alle soluzioni per Industria 4.0 e intelligenza artificiale, il resto alle infrastrutture, da quelle energetiche alla mobilità sostenibile e i trasporti a basse emissioni».

Insomma, gli investimenti dell’Austria in questo settore intervengono nell’economia di questo Paese in modo piuttosto deciso: per questa ragione, il fatturato dell’AIT risulta per circa il 40% derivante dal Governo, mentre per circa il restante 60% risulta distribuirsi tra gli investimenti degli industriali e l’unione europea.

Tuttavia, stando a quanto dice Stefano Lualdi, CFO di Salvagnini Group, non è solo la presenza di una rete rodata di cluster e centri di eccellenza tecnologica a spingere gli investimenti in Austria, in quanto «il Sistema-Paese austriaco permette relazioni corte, con burocrazia snella e risposte veloci; presenta infrastrutture evolute e chiarezza normativa». Esattamente il contrario di ciò che accade in Italia, insomma.

I dati ISTAT dell’ultimo anno, però, – posti in evidenza da Avvenire.it – sottolineano un aumento degli investimenti su R&D, che è del 2,7% (circa 23,8 miliardi d’euro). Ma, nonostante ciò, rispetto per esempio all’Austria, lo Stato ha investito appena lo 0,9% in più dell’anno passato (durante il quale la cifra si aggirava intorno 2,9 miliardi); mentre le Università hanno contribuito appena per il 2%. Dunque, sembrano essere ancora i privati ad investire maggiormente in Italia, malgrado siano vessati da un sistema fiscale molto rigido e da un apparato burocratico molto farraginoso. Altro dato preoccupante, inoltre, è rappresentato dal fatto che il 68% degli investimenti in R&D è concentrato in appena 5 regioni: Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto.

Pertanto, l’Italia prenda esempio dall’Austria, perché per un’economia a vocazione industriale ed esportatrice quale è quella che la caratterizza, l’innovazione è cruciale se si vuole competere a livello internazionale. A questo riguardo infatti, il Consiglio Nazionale delle Ricerche rimarca che «diventa oggi molto rischioso visti i processi crescenti di globalizzazione delle economie e l’importanza della collaborazione internazionale su temi scientifico-tecnologici che richiedono la mobilitazione di forti investimenti».

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