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Corsi e ricorsi

Ricordando la Pace di Vestfalia

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Proprio mentre si riuniva l'ennesimo Consiglio europeo, destinato a rinviare le decisioni più importanti sia nei temi finanziari sia in quelli pur urgenti come l'immigrazione, ricorreva l'anniversario del primo vero atto fondativo della moderna Europa: la pace di Vestfalia. Non è un caso che come i Trattati di Roma trassero le proprie premesse dalla fine di quel tremendo conflitto che fu la seconda guerra mondiale anche la pace di Vestfalia sancì la fine, prima che di una guerra, di una ideologia che pure aveva determinato l'equilibrio dell'Europa per quasi mille anni.

Per comprendere l'entità e il perché della importanza di questo evento è necessario prima di tutto  capire l'essenza stessa la guerra dei trent'anni. Già il nome dice molto su quanto a lungo questo conflitto si protrasse nel corso del XVII secolo (pur con intervalli cominciò nel 1618 e terminò, appunto, nel 1648). Fu, probabilmente, quanto a uomini impiegati, protrarsi del conflitto, perdite umane e numero di nazioni coinvolte la guerra più devastante della storia fino al 1914. Se si pensa che l'intera popolazione europea, per cause dirette o indirette collegate al conflitto, diminuì in trent'anni di circa il 20% non crediamo di sbagliare troppo definendo questa contesa la vera prima guerra “mondiale” della storia.

Le analogie tra guerre moderne e questa dei trent'anni non si fermano ai soli numeri; questo conflitto fu l'ultimo combattuto per cause religiose ma di guerre ideologiche il novecento ne sarà tutt'altro che scevro. La pace di Augusta firmata quasi cent'anni prima aveva posto già fine alla guerra tra cattolici e luterani senza tener conto della nuova emergente confessione calvinista che avrebbe di lì poco mutato non tanto l'equilibro confessionale del continente ma, più precisamente la mentalità dell'Europa, o meglio, di parte dell'Europa. Col calvinismo molti popoli cominciarono ad allontanarsi dalla medievale visione del connubio profitto-demonio, Sacre scritture-sacerdote.

In quell'epoca il calvinismo era visto, ancor più del luteranesimo, il viatico per ottenere maggiori libertà. Chi voleva leggere la Bibbia poteva farlo, senza incorrere in condanne o scomuniche e, soprattutto, senza la mediazione di un ministro di Dio. Chi voleva guadagnare poteva farlo senza problemi: poiché il benessere generale si raggiunge con la ricchezza collettiva era bene che tutti avessero la possibilità di farlo senza essere condannati: più guadagni, più ringrazi il Signore e se guadagni tanto è perché il Signore vuole questo. La teoria della predestinazione non è altro che questo sillogismo. Non a caso la borghesia moderna (anche se la Firenze quattrocentesca aveva già anticipato qualcosa)  nacque proprio nelle zone dove il calvinismo era più presente.

Parte della Germania, la Svizzera, l'Olanda, l'Inghilterra di Cromwell cominciarono a gettare le basi del moderno capitalismo e, senza dubbio, della democrazia moderna: concetti assolutamente borghesi e totalmente in contrasto con la dottrina cattolica. La pace di Vestfalia, oltre alle contese dinastiche e ai confini degli Stati, segnò l'inizio dell'Europa delle diversità o, se vogliamo, dell'Europa a due velocità. La prima Europa, quella che rimase sotto l'egemonia dei principi cattolici, cominciò a chiudersi in se stessa favorendo il nascere di una economia fragile e poco lungimirante, come se il medioevo non fosse finito. L'altra Europa, quella nordica, si gettò a capofitto in questa nuova visione della vita e dell'economia, due concetti che simul stabunt simul cadent.

La borghesia diventò molto più influente della nobiltà, della quale, in queste parti, si poteva tranquillamente fare a meno. Le grandi banche, il commercio, i grandi capitali, cominciarono a nascere non a caso proprio in queste zone. E il ritardo attuale di alcuni paesi è dovuto, non a caso, proprio alla divisione non solo politica, ma di idee, che Vestfalia sancì per iscritto. Non fu un caso che proprio l'Italia fu la “nazione” a rimetterci di più. Lo Stato pontificio, per la prima volta escluso dal tavolo della pace, fu relegato in un ruolo marginale che fece gridare papa Innocenzo X allo scandalo. L'istituzione papale che dalla lotta con l'Impero era uscita vincitrice nel basso medioevo era, adesso, sconfitta a sua volta dall'emergere della realtà frastagliata di quell'Impero che pure aveva contribuito a sconfiggere.

Il resto d'Italia continuò a rimanere una colonia spagnola, con qualche intervallo austriaco. La desolazione del panorama italiano è, peraltro, abbastanza visibile nei Promessi sposi di Manzoni, la cui ambientazione risale proprio alla fase francese della guerra dei trent'anni. Il ritardo clamoroso che “l'Italia” sconta oggi con l'Europa delle diversità ha la propria radice in quegli anni. Un certo capitalismo marcio, una acerba coscienza democratica, un fragile sistema istituzionale è certamente frutto, anche e soprattutto, di un percorso storico riadattato male, e con grave lentezza, alle nostre esigenze. Che dalla storia l'Italia impari ben poco, questo piccolo excursus, ne è solo l'ennesima dimostrazione.

 

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