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Legge uguale per tutti

Riforma della giustizia? Meglio riformare i giuristi

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Ogni artista ha la propria firma, così come ogni Governo e ogni maggioranza hanno la propria riforma della giustizia.

Sembra, anzi, che non ci possa essere davvero una maggioranza di Governo priva dell’intenzione di riformare il sistema della giustizia italiana.

Pare, infatti, che non vi possa essere freno per l’eccitazione da iper-riformismo a cui soggiacciono le forze politiche, e la “libido reformandi” non sembra conoscere limiti di alcun tipo necessitando di essere sempre soddisfatta nella sua insaziabile ingordigia cominciando proprio dalla dimensione della giustizia.

In questa incessante opera di mutamento e riformulazione, l’ambito della giustizia – espressione di per sé oscura dietro la quale si cela la confusione tra ordinamento giudiziario e dimensione sostanziale del diritto – è sempre in prima linea sotto l’attenzione del “partito” riformista di turno che detiene i voti parlamentari per poter approvare la propria visione della “giustizia”.

La locuzione “riformare la giustizia”, dunque, esprime all’un tempo da un lato la parola d’ordine di auto-legittimazione di ogni forza politica che si propone all’opinione pubblica come riformista e progressista, e, dall’altro lato, l’imperativo categorico fondante quelle azioni di governo a “basso costo” che danno l’impressione di una concitata attività governativa, ma che invece camuffa una desolante inerzia causata sostanzialmente dalla paralisi proveniente dai vincoli di bilancio o, peggio, dai compartimenti stagni imposti da motivi ideologici o da interessi (economici e politici) di categoria.

Nonostante tutta questa costante foga riformatrice, però, la situazione è sempre e comunque problematica: tempi incerti dei processi – a volte troppo lunghi, a volte troppo sbrigativi -; decisioni spesso considerate ingiuste o prive di logica giuridica e di buon senso; eccessivi costi dei processi; normative troppo farraginose e spesso così incomprensibili che solo l’interpretazione “creativa” dei magistrati può venirne a capo; e tanto altro.

Nonostante le ripetute riforme, la giustizia italiana continua ad essere sostanzialmente e cronicamente ingiusta; come mai? E cosa si può fare?

Probabilmente non è sufficiente riformare il sistema della giustizia in modo compulsivo, senza riformare anche i giuristi, cioè la loro forma mentis, il loro modo di concepire il diritto, lo Stato, l’uomo.

I giuristi, infatti, non sembrano più in grado di occuparsi del diritto, o perché interessati solo al profitto che dal sistema giuridico si può trarre, o perché interessati al potere che tramite l’ordinamento giudiziario si può gestire, o perché afflitti da miopie ideologiche che impediscono loro di scrutare la reale natura, e quindi la vera funzione, del diritto in se stesso considerato.

Se la giustizia e il diritto sono in crisi, dunque, è perché in crisi sono i giuristi, i quali non sembrano più in grado di confidare nella reale portata della giustizia poiché dimentichi della effettiva natura del diritto.

Ecco perché si dovrebbe cominciare ad abbandonare la visione dei giuristi come semplici “tecnici o operatori del diritto”; si dovrebbe abdicare alla diffusa mentalità per cui il diritto – specialmente in sede giudiziaria – è un mero bilanciamento degli interessi in gioco; si dovrebbe mettere da parte l’idea per cui il diritto altro non è che la mera formalizzazione legale delle richieste e degli impulsi sociali – prescindendo per di più da qualunque critica circa la fondatezza e la recta ratio di questi ultimi; si dovrebbe porre il problema non tanto della durata dei processi – come se si trattasse di un mero ciclo produttivo di cui occorre ottimizzare il rapporto costi/ricavi –, ma quello della giustizia delle decisioni che i processi portano a conclusione.

A ciò aggiungasi che si dovrebbe anche recuperare il senso generale del diritto e dei principi fondamentali dell’ordinamento e dello Stato di diritto che, purtroppo, sempre più spesso sono rinnegati dagli stessi giuristi, come avviene, per esempio, nel caso della crescente marginalizzazione e ridimensionamento del principio della presunzione d’innocenza nell’ambito penalistico.

Si dovrebbe, inoltre, tornare ad affermare con forza il principio di separazione dei poteri che una parte minoritaria, ma iperattiva e influente della magistratura tende sempre più ad opacizzare attraverso l’uso della cosiddetta “giurisprudenza creativa” che si sostituisce al legislatore.

Il legislatore, dal canto suo, dovrebbe recuperare una migliore prudenza e sapienza legislativa, non soltanto evitando continue – e spesso francamente inutili – riforme della legislazione che – in forza del loro susseguirsi in breve tempo – mettono a rischio la credibilità dell’ordinamento e la stessa certezza del diritto, ma anche minano la reale competenza dei giuristi che spesso faticano ad inseguire il costante e quotidiano aggiornamento normativo che come una slavina strapiomba dal Parlamento sulle teste di quanti esercitano le professioni di magistrato, notaio o avvocato.

Sarebbe, inoltre, opportuno trovare il coraggio per risolvere il problema delle correnti all’interno della magistratura con una cooperazione tra una auspicabile autocritica della magistratura medesima e la riappropriazione della propria autonomia legislativa sul punto da parte del Parlamento.

Si dovrebbe, anche, abbandonare ogni concezione economicistica del diritto, cioè quella visione tanto diffusa che si ostina a sottomettere il diritto, la sua dignità epistemica, la sua autorevolezza etica alle logiche economico-finanziarie, capovolgendo la relazione tra norme e danari, cioè non facendo regolare l’economia dal diritto, ma facendo dirigere il diritto dall’economia (o peggio, fin’anche dalla finanza).

La classe dei giuristi, insomma, si dovrebbe purificare da tutta una serie di distorsioni ideologiche e antigiuridiche che impediscono – almeno nella attuale situazione odierna – di concepire in modo corretto il diritto e quindi di perseguire con ragionevolezza e rettitudine la virtù della giustizia ormai – salvo pochissime eccezioni – quasi ovunque sfrattata dalle aule universitarie, giudiziarie e dagli studi e dalle prassi professionali in nome di una totemica idolatria della legalità, della correttezza formale delle norme e della relatività dei valori, dimenticando peraltro che non sono le persone per il diritto, ma il diritto per le persone.

In conclusione, parafrasando l’interrogativo puntuale e fondamentale di S. Agostino, il quale si chiedeva che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri qualora non è rispettata la giustizia, ci si dovrebbe porre – oggi più che mai – il seguente interrogativo: che cosa sono realmente i giuristi, che più non vi credono, se non rispettano più la giustizia?

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