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Riforme costituzionali. Fare presto e fare bene

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Fare presto e fare bene. Non vi è contraddizione alcuna fra i due imperativi categorici che dovranno guidare il percorso delle riforme costituzionali, avviato dal Parlamento con l’approvazione delle mozioni e giunto proprio in queste ore a due passaggi importanti per la definizione di scadenze e metodo di lavoro.

Fare presto, dicevamo. Oggi il governo, in ossequio al mandato ricevuto dalle Camere, fissa in un disegno di legge costituzionale le scadenze temporali e procedurali che consentiranno di dare ai cittadini italiani, nell’arco di diciotto mesi, istituzioni più forti e più efficienti e la possibilità di pronunciarsi sul lavoro compiuto anche se la riforma della Costituzione dovesse raccogliere un consenso parlamentare superiore alla soglia dei due terzi. La sfida è coniugare tempi rapidi, una coesione politica che sulla scrittura delle regole comuni sia il più possibile al riparo dalle temperie della dialettica quotidiana, il rispetto e anzi il rafforzamento delle garanzie sostanziali che la Carta pone a presidio della sua revisione, e il massimo coinvolgimento popolare.

Subito dopo, nel pomeriggio, è previsto l’incontro al Quirinale fra il presidente Napolitano e gli autorevoli studiosi che generosamente e in maniera del tutto gratuita, in attesa che la fissazione dell’iter parlamentare si sia compiuta, hanno accolto l’invito del presidente Letta ad approfondire i nodi sul tappeto affinché il governo, nel passare il testimone alle Camere, possa farlo con un elevato grado di consapevolezza circa le diverse opzioni di riforma, l’adeguatezza al momento storico e le loro ricadute sull’ordinamento. Affinché, insomma, oltre a fare presto si possa fare il meglio possibile.

Al di là delle opinioni che sono note e che non rinnego, non sta a me in questa fase indicare in cosa consista questo “meglio possibile”, quale forma di governo sia più adeguata per far uscire l’Italia dalla crisi politica, decisionale e di sovranità che la tempesta economica e un quadro internazionale sempre più complesso hanno definitivamente messo a nudo. Mio compito è far sì che ci si metta in moto con l’ambizione di giungere alla meta. L’importante, soprattutto in  questa fase iniziale, è che il dibattito non si sviluppi sotto forma di una contrapposizione ideologica tra modelli astratti, ma – partendo dal presupposto ormai condiviso che la scelta è fra opzioni legittime e perfettamente confacenti a un sistema democratico – tenda a individuare l’assetto istituzionale che meglio possa rispondere alle esigenze del Paese e tradurre in una architettura coerente le mutazioni prodottesi nel corpo vivo della nazione, dopo che per decenni ci si è illusi, non senza conseguenze, che le sole riforme della legge elettorale succedutesi nel tempo potessero determinare una sorta di palingenesi del sistema.

Ciò che è fuori di dubbio è che l’Italia ha urgente bisogno di una riforma che la rimetta al passo con le democrazie avanzate in termini di efficienza e competitività. Il costo di istituzioni che non funzionano è pesante nei tempi ordinari, ma diventa addirittura insostenibile nei tempi di crisi. E se la crisi internazionale da noi ha avuto conseguenze più pesanti che altrove, nonostante fondamentali economici solidi e un tessuto sociale e produttivo sano, non lo si deve solo a zavorre strutturali come il debito pubblico, ma anche e soprattutto all’inadeguatezza delle nostre istituzioni all’assunzione di decisioni tempestive.

Questa è la sfida che abbiamo di fronte. Né si tratta di stabilire classifiche di priorità tra gli interventi in materia economica e la modernizzazione delle nostre istituzioni. I primi sono evidentemente urgenti e indifferibili, ma senza uno Stato che funziona difficilmente potranno ambire a essere risolutivi.

(Tratto da Think News)

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