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Riforme istituzionali, la lezione di Sarkò per il centrodestra italiano

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La visita in Italia del Senatore Robert del Picchia e di Robert Labro - gli uomini ai quali l'UMP, il partito di Sarkozy, ha delegato la gestione dei rapporti politico-partitici con l'Italia - è stata l'occasione per fare il punto sulle prime mosse del neo-Presidente e per valutare come esse siano state accolte nel partito gollista. 

Nel corso di un incontro riservato, due aspetti - uno di carattere strutturale e uno più congiunturale - sono apparsi particolarmente interessanti: il progetto di riforma istituzionale che il Presidente sta mettendo a punto e la politica di "ouverture" praticata verso esponenti della società civile e, soprattutto, verso esponenti della sinistra. I due aspetti, in realtà, si presentano più connessi di quanto si possa ritenere.

Il fatto è che le vicende degli ultimi mesi hanno confermato l'inarrestabile deriva del sistema politico francese verso il presidenzialismo. L'origine di questo cambiamento, in realtà, risiede già nella riforma approvata in età "chiraquiana", che ha ridotto il mandato del Capo dello Stato dai sette anni originari ai cinque attuali. Sembrava un dettaglio di poco conto e, invece, la riforma ha prodotto conseguenze importanti. Il monarca repubblicano si è fatto Presidente e, attraverso questa metamorfosi, si sono modificati i suoi poteri.

Egli non corre più il rischio di limitarsi a regnare senza governare, alla stregua di un re costituzionale. Perché la stretta sequenza tra elezione presidenziale ed elezioni legislative ha avuto l'effetto di abrogare il rischio delle coabitazioni, che in vigenza di settennato più che un'eccezione erano divenute la norma. Questi ultimi mesi hanno definitivamente chiarito che per l'elettore francese il momento centrale della vita politica risiede nell'elezione a suffragio universale del Presidente della Repubblica. E' in quell'occasione che ci si mobilita e si spendono tutte le proprie energie emotive. In seguito, la tensione si allenta. Le percentuali di partecipazione al voto calano drasticamente e il risultato delle elezioni legislative dà una larga maggioranza al Presidente poco prima eletto. Successe cinque anni fa con Chirac. Il copione si è riproposto quasi identico in quest'occasione con Sarkozy.

Questa deriva aiuta a comprendere il senso delle riforme istituzionali che Sarkozy si prepara a proporre. In una situazione istituzionale nella quale il Presidente è il capo effettivo e riconosciuto del potere esecutivo, non ha senso che il Parlamento venga tenuto nello stato d'inferiorità nel quale lo ha costretto la riforma del 1958. Da qui il proposito di migliorarne l'efficienza (aumentando il numero delle commissioni) e accrescendone i poteri di controllo. A un siffatto Presidente, inoltre, è sufficiente controllare il Parlamento. Non c'è bisogno che lo domini. Per questo, pur tra tante perplessità dei gollisti, si sta facendo strada l'idea di ammorbidire l'effetto maggioritario dell'attuale sistema elettorale introducendo un po’ di proporzionale, in modo da garantire quanto meno il diritto di tribuna a formazioni come il Fronte Nazionale, i trozkisti e altre consistenti minoranze, oggi condannate all'extraparlamentarità. Infine, nella nuova situazione, potrà anche cadere il divieto apposto al Presidente di prendere parte alle riunioni del Parlamento. La novità porterebbe a superare il complesso del tiranno che data dai tempi di Luigi Napoleone ma, soprattutto, sancirebbe una maggiore separatezza "di fatto" tra%C2

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