Rigore, crescita, libertà del mercato, lavoro vanno affrontati assieme. Monti dovrebbe saperlo

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Rigore, crescita, libertà del mercato, lavoro vanno affrontati assieme. Monti dovrebbe saperlo

03 Gennaio 2012

Le situazioni si ripetono. Il 5 febbraio 1997 Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, indirizzò al direttore de “Il Foglio” Giuliano Ferrara una lettera, estremamente attuale, che questi pubblico nella pagina 4 del giornale, di 4 pagine, da poco sorto, come voce libera, nel conformismo generale di allora della stampa nazionale (che si è accresciuto ora). La lettera prendeva spunto da una intervista del professor Lucio Colletti a Il Foglio, in cui questi sosteneva che il governo Prodi ci aveva messo in un “cul de sac “ perché agitava l’Europa solo come spettro fiscale, mentre avrebbe potuto cogliere l’occasione per attuare una politica di riforme. Berlusconi scriveva: “Dio solo sa se non ci siamo impegnati, con la necessaria intransigenza, contro le inutili e controproducenti vessazioni tributarie che hanno contrassegnato, in un’orgia di demagogia a buon mercato, i primi mesi di vita di questo governo. Ed è chiaro che resteremo guardinghi contro ogni ipotesi di riaprire il capitolo della grande rapina fiscale ai danni dell’economia e dello sviluppo”. Dopo il no a “nuove tasse” Berlusconi prendeva di mira la questione dei tagli strutturali alla spesa pubblica improduttiva che il Ministro del Tesoro Ciampi affermava di voler e faceva un particolare riferimento alla riforma delle pensioni, che il suo governo del 1994 aveva varato e che era stata poi bloccata dalla GCIL, che aveva trascinato anche la Lega Nord, facendo cadere il suo governo, cui era succeduto il governo Dini, appoggiato dalla sinistra, che aveva insabbiato tale riforma. E affermava che se il Ministro del Tesoro Ciampi avesse posto mano alla riforma della spesa previdenziale, il suo partito, che era all’opposizione, lo avrebbe appoggiato. A questo appello non ci fu una risposta positiva.

Anche questa volta il governo Berlusconi è caduto perché la Lega Nord non lo ha seguito sulla riforma delle pensioni. Si è dovuta attendere l’attuale emergenza perché si facesse, ora, in ritardo, tale riforma, cui la sinistra si è costantemente opposta e che la Lega non ha capito che è necessaria, per avere uno stato con minori spese e, quindi, con un minor gravame fiscale.

Ora però la storia si ripete sugli altri temi strutturali, fra cui campeggiano le liberalizzazioni e la flessibilità nei contratti di lavoro, secondo la linea del decentramento al contratto aziendale, la sola che può consentire di avere al Sud contratti differenziati rispetto al Nord, di collegare i contratti alla produttività, di superare le interpretazioni aberranti dell’articolo 18.

Il governo tecnico però non può fare questa riforma senza consultare i partiti che lo sostengono, perché questa à una scelta di natura politica. Bisogna che il governo chiarisca se intende inserire questa necessaria riforma nella linea riformista adottata dal Ministro Sacconi, di continuità con la riforma Biagi e con la politica di autonomia contrattuale decentrata che ebbe il consenso dei sindacati riformisti o se intenda adottare una nuova linea centralista, come quella cara alla CGIL e a una parte della Confindustria, che rischia di distruggere tutto il percorso fatto, anche con le iniziative dei nuovi contratti Fiat. Inoltre la liberalizzazione del lavoro non può essere attuata senza una vigorosa politica per la crescita del Pil che garantisca che essa non è un mero mezzo per consentire alle imprese di licenziare, innescando un nuovo pericoloso processo di avvitamento della domanda globale e di disperazione sociale, di tipo greco. Ci sono pronostici di una caduta del Pil superiore allo 1%, ad esempio di Confindustria e addirittura del 2% di Alesina e Giavazzi, che contrastano con la stima del governo di -0,4 che è già di per sé un brutto pronostico.

L’attuale governo ha sin qui adottato soprattutto una politica di rigore mediante aumento di aliquote fiscali e non ha ancora risposto a tre dei quattro quesiti relativi alle scelte di economia di mercato da effettuare, per cui è stato messo al vertice della gestione della cosa pubblica italiana, vale a dire oltre alla riforma del mercato del lavoro nella direzione di una maggior flessibilità, le liberalizzazioni e privatizzazioni, la crescita con il rilancio del credito e degli investimenti.

Il presidente del Consiglio è stato inerte sulle privatizzazioni e liberalizzazioni, salvo quelle secondarie di farmaci e taxi, mentre sulla crescita ha sostenuto una linea inaccettabile, identica a quella di Tremonti, ossia che mancano i fondi e che comunque il rigore se genera adesso deflazione, evita una deflazione peggiore e quindi in questo senso serve alla crescita. E’ una tesi errata, che si può perdonare a Tremonti che la avanzò quando ancora la Bce non aveva adottato la attuale linea espansiva, ma non a Monti, che, essendo un economista, dovrebbe conoscere di più i metodi per evitare che la riduzione del deficit generi depressione. Infatti non è vero che la riduzione del deficit implichi necessariamente una riduzione di domanda per opera della politica fiscale, essendo possibile azionare la domanda di investimenti mediante la concessione di crediti di imposta differiti nel tempo del 10% di IVA, come ad esempio propose l’economista tedesco Alfred Muller Armack, collaboratore di Ludwih Ehrard, che non dovrebbe essere sconosciuto a Mario Monti, in quanto fu il principale esponente della teoria dell’economia sociale di mercato, di cui iniziò la teorizzazione sin dal 1946. Se ad esempio si dà un credito di imposta del 10% sull’IVA per spese pubbliche di investimento, i costi di queste si riducono automaticamente del 10%. Inoltre, accanto quanto la politica fiscale è restrittiva, diventa possibile ed opportuno effettuare una politica monetaria e del credito espansiva, come la Bce ha appena reso possibile adottando prestiti triennali allo 1% a favore delle banche, con la richiesta di garanzie collaterali costituite da debiti pubblici e da obbligazioni private.

Il decreto Monti dispone che lo stato garantirà le obbligazioni emesse dalle banche, che ne facciano richiesta alla Banca di Italia, mediante apposita procedura. Queste obbligazioni possono essere utilizzate per ottenere crediti allo 1% dalla Bce. Un governo composto in larga misura da banchieri dovrebbe essere in grado di utilizzare tale opportunità per far avere credito alle imprese. Il governo dovrebbe cercare di accrescere la dotazione di mezzi finanziari sia dei Fondi azionari che di quelli di credito all’economia dalla Cassa Depositi e Prestiti. Perché non cartolarizzare i 70 miliardi di crediti che lo stato e gli enti locali e altri soggetti pubblici devono alle imprese e far affluire tali crediti allo sconto delle banche, finanziate con tali crediti?

C’è poi la questione del rilancio delle infrastrutture e dell’edilizia. Più in generale, senza un robusto piano di rilancio degli investimenti, non è possibile dare una risposta ai problemi del risanamento. Rigore, crescita, libertà del mercato, vanno affrontati assieme. Ciò non può essere un alibi, per il sindacato anti riformista per dire no alla flessibilità del mercato del lavoro. Ma il governo deve rendersi conto che mentre tale firma ha effetti postivi per la crescita dilazionati nel tempo, ci sono delle sfide di breve termine, che esigono risposte di breve termine. Ciò valeva per il rigore dei conti ma se non si evita l’avvitamento, quella manovra risulterà vana.