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A proposito di Ogm (e del ministro Zaia)

Rinunciare alle biotecnologie vuol dire condannare l’agricoltura italiana

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Ha detto bene Benedetto Della Vedova nella giornata di ieri: si può discutere di ogm, valutando il merito di ogni questione specifica, ma non ha senso farlo con i toni e lo spirito della crociata. Quelli che purtroppo usa Luca Zaia, il ministro dell’Agricoltura.

Nel mondo è in pieno svolgimento la rivoluzione Ogm. In tutto il continente americano, in India e in Cina le colture ogm occupano ormai enormi superfici: se nel 2005 i milioni di ettari destinati a questo tipo di agricoltura nel mondo erano circa 91, nel 2009 hanno superato i 134, con una crescita del 47 per cento in appena quattro anni. Per rendere meglio l’idea, ormai una superficie pari a dieci volte il territorio agricolo italiano è adibita alle varietà geneticamente modificate. Questo vuol dire essenzialmente una cosa: che l’eventuale scelta dell’ogm-free cavalcata da molti paesi europei, Italia in testa, è una chimera. Lo è guardando al presente, perché la filiera agroalimentare italiana ed europea è dipendente per l’approvvigionamento di soia e mais dal resto del mondo (ed è quasi tutto ogm), e lo è guardando al futuro: l’innovazione biotecnologica permette una resa maggiore, riduce la quantità di pesticidi e concimi chimici necessari, consente di portare sulle tavole dei consumatori prodotti di ottima qualità a prezzi più contenuti. Per non parlare della nuova generazione di ogm, quella che integrerà alimentazione e tutela della salute, con la creazione di prodotti ricchi di vaccini e altre sostanze utili per la prevenzione di malattie.

Di fronte alla realtà dei fatti, che le agenzie tecniche dell’Unione Europea non possono che confermare, è evidente come il ministro dell’Agricoltura abbia deliberatamente scelto una battaglia di retroguardia, che fa leva sulla diffidenza e la paura dell’opinione pubblica, le alimenta e costruisce intorno ad esse una retorica insostenibile.

Gli unici beneficiari appaiono alcuni gruppi organizzati di settore, il cui grado di rappresentatività delle opinioni degli imprenditori agricoli è più basso di quello dei sindacati con i lavoratori.

Gli omg potrebbero riuscire nell’impresa preclusa all’agricoltura biologica – la promozione della biodiversità, con la tutela di prodotti oggi a rischio estinzione a causa di parassiti – e i due settori potrebbero perfettamente convivere, perché si rivolgono a consumatori diversi e rispondono ad esigenze commerciali differenti.

Rinunciare alle biotecnologie, o ridurne pesantemente la portata, vuol dire condannare l’agricoltura italiana ad un costante declino in termini di qualità dei prodotti offerti. Contrariamente a quanto afferma Zaia quando evoca il “valore identitario” delle produzioni agricole italiane, il grande salto di qualità dei prodotti agroalimentari italiani è stato possibile nei decenni passati proprio in virtù dei passi in avanti compiuti dalla ricerca, che ha consentito il miglioramento di moltissime varietà di pianta (in molti ricordano in questi giorno che il grano duro Creso con il quale si produce la pasta italiana è il frutto di un bombardamento neutronico dei semi, una tecnica molto meno avanzata e più rischiosa delle moderne modificazioni genetiche).

Negare l’evidenza è un esercizio che può avere ritorni politici nell’immediato, ma è irresponsabile nel medio periodo.

 

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