Ripulirsi del debito facendo ricorso all’inflazione è la cura peggiore

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Ripulirsi del debito facendo ricorso all’inflazione è la cura peggiore

Ripulirsi del debito facendo ricorso all’inflazione è la cura peggiore

21 Maggio 2009

Le stime relative alla politica di bilancio e della moneta in atto per uscire dalla crisi vanno lette anche il profilo dell’etica pubblica. Non solamente nella maniera, relativamente riduttiva sviluppata sino ad ora quale la critica ai compensi per manager, che spesso si sono rivelati quanto meno incompetenti (si legga “Fool’s Gold”, “L’Oro del Cretino”, di Gillian Tett in uscita a Londra in questi giorni) ed inoltre hanno iniettato i germi del pasticciaccio finanziario.

Il nodo riguarda la strategia economica implicita adottata (più o meno di concerto) dai maggiori Paesi industriali.

Per il 2009, le stime sono di un disavanzo medio dei bilanci pubblici sul 9% del pil – quello stimato per l’Italia è la metà della media sia poiché il peso del debito pubblico costituisce un vincolo molto forte ai nostri margini di manovra sia a ragione dello stato di salute comparativamente buono (indubbiamente migliore di quello di molti altri Paesi) del nostro settore finanziario. Ancora più inquietanti, però, le cifre relative al debito complessivo (sia pubblico sia privato).

Dal 1997 (crisi asiatica) al 2007 (inizio della crisi internazionale), in tutti i Paesi Ocse il credito totale interno è cresciuto a tassi molto più sostenuti di quelli del pil nominale: l’Italia è stata relativamente virtuosa, mentre Irlanda, Spagna, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda , Austria e Germania sono andate a briglia sciolta. Nel 2008, i salvataggi di banche (e non solo) hanno accelerato la tendenza: nell’arco di due esercizi finanziari lo stock di debito pubblico e privato del Regno Unito è passato dal 40% all’80% del pil; negli stati il debito complessivo supera il 300% del pil – era al 150% nel 1929 (quando cominciò la Grande Depressione).

Un’Italia in condizioni migliori di altri in materia di bilancio e di credito vuol dire una forte etica della responsabilità all’ormai imminente G8: possiamo, e dobbiamo, dire cose che ad altri è difficile profferire.

I dati rivelano una strategia chiara (in ambito Ocse) anche se non palesata in documenti ufficiali: evitare di uscire dal peso del debito non con un basso tasso d’inflazione (per non cadere nelle trappole degli Anni Trenta) ma al contrario ripulirsi dal fardello (non solo da quello connesso ai titoli tossici) facendo ricorso all’inflazione (come avvenne negli Anni Settanta in seguito alla crisi petrolifere).

Con il forte aumento della liquidità degli ultimi due anni, è facile prevedere che nel 2001-2012 il tasso d’inflazione nei Paesi Ocse sarà almeno del 5-6% l’anno. Quale che sia l’etica pubblica di riferimento – quella aristotelica, quella kantiana, quella benthamiana e quella di Locke- ciò solleva gravi interrogativi: l’inflazione è l’imposta più iniqua poiché colpisce sproporzionatamente le fasce più basse di reddito e di consumo. Non è detto, poi, che curi dal debito: l’esperienza degli Anni Settanta (soprattutto, in Italia, Usa e Regno Unito) indica, invece, l’opposto.

Un giurista, Neil Buchanan, della George Washington University ha appena pubblicato un saggio intitolato “Furto Generazionale” indicando come ciò possa essere evitato unicamente applicando con rigore le misure di controllo interno e di controllo sociale delineate fare sì la spesa (pubblica e privata) finanziata con una forte leva finanziaria venga indirizzata ad attività ad alta produttività, tale da beneficiare le fasce deboli e le nuove generazioni. Di oggi e di domani.