Riuscirà Yushchenko a salvare la rivoluzione arancione in Ucraina?

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Riuscirà Yushchenko a salvare la rivoluzione arancione in Ucraina?

05 Settembre 2008

A Kiev si apre una duplice crisi che congiunge il fronte politico interno con quello internazionale. L’ennesimo capitolo della rivalità tra il presidente Yushchenko e il primo ministro Tymoshenko si sovrappone all’effetto domino scatenato sugli equilibri internazionali dal conflitto in Georgia. L’impatto sull’Ucraina è stata l’accelerazione sulla scelta finale tra la martellante pressione russa, l’influenza americana e i progetti d’integrazione europea. Ma le logoranti faide al vertice del potere rispecchiano la cronica difficoltà dell’Ucraina a scegliere da che parte guardare il futuro – e a chi voltare le spalle. 

Due carismi non possono convivere pacificamente. Il rapporto tra Viktor Yushchenko e Yulia Tymoshenko alterna momenti di intensa sinergia a momenti di totale frattura. Insieme furono gli artefici della rivoluzione arancione, versione ucraina della rivoluzione delle rose che in Georgia aveva segnato l’ascesa al potere di Saakashvili. Yushchenko presidente e Tymoshenko primo ministro sembrava l’accoppiata perfetta per trasformare l’Ucraina in un paese proteso verso l’Occidente, l’Europa e la Nato. Neanche un anno più tardi la coppia si era già sfaldata con la nascita di due tronconi politici, uno per il presidente e l’altro per il primo ministro, che mandarono in frantumi l’unità politica della rivoluzione arancione. Poi la guerra del gas con Gazprom congelò le speranze di un rapido e indolore avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente. 

Nelle elezioni del 2006 la fragile riunificazione tra Viktor e Yyulia non riuscì a formare un governo. Ci riuscì invece un altro Viktor, Yanukovic, l’avversario di Yushchenko alle elezioni presidenziali del 2004 e tetragono di un’Ucraina ancorata alla sfera d’egemonia russa. Ma lo scenario ripete un’altra contesa tra presidente e primo ministro che viene risolta solo sciogliendo il parlamento. Nell’elezioni anticipate del settembre 2007, per un pugno di voti la vittoria ritorna al duo Yushchenko-Tymoshenko, con il partito filo-russo di Yanukovic relegato all’opposizione. Anche oggi la crisi politica è una triangolazione tra Yushchenko, Tymoshenko e Yanukovic. La variabilità dell’alleanza tra i primi due ha impedito il consolidamento della rivoluzione arancione, spingendo la Tymoshenko a un accordo di potere con Yanukovic. 

Il leader del Partito delle Regioni, dispone di una frazione parlamentare così nutrita da formare, insieme al blocco della Tymoshenko, una super-maggioranza in grado di riformare la costituzione. Allora Nostra Ucraina, il partito di Yushchenko, ridotto alle elezioni del 2007 da 153 a 72 eletti, è stato isolato dalla Tymoshenko, i cui 156 parlamentari hanno costituito una nuova maggioranza “de facto” con i 175 eletti del Partito delle Regioni. Su un parlamento unicamerale di 450 membri, una maggioranza di 331 voti diventa invincibile. Senza ufficializzare questo ribaltamento, la nuova coalizione ha già sfornato numerose leggi per decurtare i poteri del presidente, specialmente nelle situazioni d’emergenza. Non solo: gli stessi decreti del presidente vengono insabbiati dal parlamento. Dopo anni di strappi e cuciture il rapporto politico tra Yushchenko e Tymoshenko sembra essersi esaurito. 

Il colpo di grazia è venuto dalla contropartita politica per il sostegno parlamentare di Yanukovic: rafforzare i rapporti con la Russia. La Tymoshenko non ha mai dissimulato la sua tiepida simpatia per Mosca, anche in virtù di una carriera da grande magnate dell’industria che è valsa potenti contatti al Cremlino. Il silenzio della Tymoshenko sull’attacco russo alla Georgia è stato il momento topico per confermare che il governo di Kiev segue una propria politica estera, radicalmente diversa da quella del presidente – che invece era volato a Tbilisi nei giorni più bui della Georgia per rinsaldare l’alleanza filo-occidentale con Saakashvili.

Prima di questo gesto plateale la nuova maggioranza pro-Cremlino del primo ministro aveva bocciato in parlamento una serie di significativi progetti per distanziare l’Ucraina dalla Russia. Prima la bocciatura di un piano per esplorare i giacimenti petroliferi del Mar Caspio e ridurre l’importazione dalla Russia. Poi il rifiuto di presenziare ad una cerimonia religiosa in cui il presidente Yushchenko aveva chiesto al patriarca ortodosso Bartolomeo I di permettere la fondazione di una chiesa ucraina indipendente dalla Russia. Infine il boicottaggio delle restrizioni volute da Yushchenko per le navi russe nel porto di Sebastopoli. Queste sono le iniziative della Tymoshenko convertita dalla passione per l’Occidente a un orientamento filorusso. Talvolta le acrobazie della politica sono addirittura incredibili. La stessa Tymoshenko, che oggi vuole riportare l’Ucraina verso la Russia, nel maggio 2007 aveva firmato un memorabile articolo su “Foreign Affairs” dal titolo profetico: “Containing Russia”, che esprimeva una vigorosa presa di posizione contro l’autocrazia di Putin.

Nonostante questa metamorfosi ideologica, la posizione della Tymoshenko resta forte. Con la riforma costituzionale del 2004 il primo ministro può essere rimosso soltanto da un voto di sfiducia del parlamento, escludendo qualunque intervento presidenziale. Questa forza del primo ministro è direttamente proporzionale alla debolezza del presidente, che guarda con preoccupazione alle elezioni presidenziali del 2010. 

La reazione di Yushchenko di fronte all’emergere minaccioso della nuova maggioranza si concentra proprio su questa scadenza elettorale. Inizialmente il presidente ha accusato il primo ministro di alto tradimento per essersi schierata con la Russia. In seguito ha diffuso la notizia in base alla quale Mosca considera la Tymoshenko come sua candidata di fiducia per sconfiggere l’attuale presidente nel 2010. Quest’investitura informale si sarebbe concretizzata in un generoso finanziamento, di circa un miliardo di dollari, per il nascente comitato elettorale della Tymoshenko, gremito di collaboratori reclutati tra i più fieri avversari di Yushchenko. Il presidente sta scavando la sua trincea anche con una riforma generale dei servizi di sicurezza raggruppati intorno all’SBU, l’erede ucraino del KGB. L’obiettivo è impedire al blocco di potere filo-russo di impadronirsi anche della sicurezza nazionale come manovra per neutralizzare gli avversari. Effettuate senza intralcio le nomine dei responsabili regionali, il parlamento ha però bloccato quella del nuovo responsabile nazionale, perché anche la nuova maggioranza pro-Cremlino sta procedendo ad una contro-riforma dei servizi per trasferire i poteri di nomina dal presidente al primo ministro. 

L’ultima mossa è del partito Nostra Ucraina, che dichiara ufficialmente la sua uscita dall’alleanza con il blocco Tymoshenko. L’ipotesi di un’altra tornata elettorale resta irrealistica, perché lo stallo sembra già superato dal consolidarsi della maggioranza filo-russa, che sta trasformando l’Ucraina in una repubblica parlamentare per erodere i poteri di Yushchenko e potenziare parlamento e primo ministro.

Il divampare della crisi in Georgia ha messo a nudo l’ambiguità internazionale dell’Ucraina, divenuta ormai insostenibile. Kiev si riscopre in una situazione paradossale. Il suo presidente filo-occidentale può approfittare della crisi georgiana per condurre definitivamente l’Ucraina nella Nato. Ma Yushchenko è un presidente indebolito dall’ascesa di una schiacciante maggioranza filo-russa, che rende l’eventuale ingresso nell’Alleanza Atlantica un’operazione dalle conseguenze ancora più critiche – soprattutto se l’ex-icona femminile della rivoluzione arancione convertita alla causa della Russia diventasse il prossimo presidente.