Home News Rivolta nei campus iraniani. Un passo avanti verso il regime change?

Gli studenti respingono Ahmadinejad

Rivolta nei campus iraniani. Un passo avanti verso il regime change?

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“Una zona di guerra”: così l’Agenzia ufficiale di notizie della Repubblica Islamica ha descritto l’università di Teheran lunedì scorso, dopo diverse ore di scontri tra i giovani e gli agenti di polizia. L’Agenzia ritiene che le responsabilità degli scontri, che hanno causato dozzine di feriti e di arresti, vadano attribuite a “gruppi paramilitari” e a “milizie che si fingevano studenti”.

I disordini hanno avuto inizio sabato scorso, quando le università hanno dato il via a raduni tra i giovani per celebrare il Giorno degli Studenti. Ben presto è apparso evidente come le cerimonie di quest’anno fossero concepite come una serie di proteste contro la leadership a Teheran. Manifesti con slogan come “Abbasso i despota” e “Vogliamo la Democrazia” indicavano chiaramente che questa volta gli studenti non si sarebbero accontentati di una cerimonia formale con qualche discorso ufficiale, come è accaduto per anni.

Le autorità avevano sperato quest’anno di poter trasformare il Giorno degli Studenti in una sorta di dimostrazione nazionale del sostegno all’amministrazione di Mahmoud Ahmadinejad. La “Guida Suprema” iraniana, Ali Khamenei, avrebbe dovuto indirizzare gli studenti universitari di Teheran in quello che doveva rivelarsi un evento senza precedenti, mentre Ahmadinejad avrebbe dovuto visitare l’Università della Scienza e della Tecnologia. Più di venti alti ufficiali, tra cui i comandanti dei Corpi della Guardia Rivoluzionaria Islamica, avrebbero dovuto tenere discorsi davanti al pubblico universitario in circa 50 campus in tutta la nazione.

Ma solo poche ore prima dell’inizio del grande spettacolo, sia Khamenei che Ahmadinejad sono stati messi in guardia: meglio tenersi alla larga dai campus, dato che le forze di polizia non avrebbero potuto garantire la loro sicurezza.

Non appena si è diffusa la notizia dell’annullamento della loro partecipazione, alcuni studenti l’hanno accolta come una vittoria. “I dittatori non hanno il coraggio di mostrare la loro faccia”, ha dichiarato un portavoce dell’Ufficio per il Consolidamento dell’Unità, uno dei tanti gruppi che ha organizzato la protesta. Nella maggior parte dei campus gli studenti hanno accolto la notizia al grido di “E adesso democrazia!”.

Le autorità hanno deciso di non correre rischi, inviando migliaia di truppe per isolare i campus a Teheran e almeno in altre dodici città.

Ma tutto questo può forse svilupparsi in un vero e proprio movimento nazionale in grado di sconvolgere i piani del governo prima delle elezioni di giugno? Forse l’Iran sta entrando in una fase pre-rivoluzionaria che potrebbe minacciare il regime dei khomeinisti?

Senza dubbio molti dei gruppi interni ed esterni all’establishment vedono questa nuova campagna come un’opportunità per un rimpasto nel governo o per aprire la via a un cambiamento di regime. Ma gli studenti, dal canto loro, non sono nella posizione di poter fornire l’energia necessaria a un cambiamento significativo.

Il khomeinismo non gode più dello stesso sostegno di una volta tra gli studenti, ma rimane una presenza importante, spesso in grado di porsi come arbitro tra altre forze dalle ideologie contrapposte. La fazione dominante tra gli studenti khomeinisti crede ancora nella sua idea di rivoluzione e spera di poterla salvare rimuovendo Ahmadinejad. Questi studenti stanno cercando disperatamente all’interno delle istituzioni qualcuno che sia in grado di sfidare Ahmadinejad il prossimo giugno. E continuano a sperare che il prossimo presidente riesca a limitare i poteri della “guida suprema”, aiutando l’Iran a diventare una “normale repubblica” piuttosto che una teocrazia. Al di là di questo, gli studenti sono divisi in numerosi gruppi, dai marxisti vecchio-stile ai nazionalisti-monarchici e ai democratici laici.

I giovani attivisti possono anche essere riusciti a intimidire Khamenei e Ahmadinejad per tenerli lontano dai campus, ma è poco probabile che riescano a ottenere da soli un qualche cambiamento di rilievo. L’importanza del loro movimento va ricercata altrove: è infatti una chiara dimostrazione di come il khomeinismo abbia perso gran parte del suo fascino tra i giovani iraniani. “L’idea di creare uno stato islamico ideale, che rappresentasse un modello per l’umanità intera, poteva sembrare allettante trent’anni fa”, ha spiegato Ali Qavimi, uno degli attivisti tra gli studenti. “Oggi suona più come uno scherzo amaro”.

I “riformisti” sperano di salvare qualcosa di quel che rimane del khomeinismo, attraverso degli emendamenti alla costituzione. Ibrahim Yazdi, un tempo uno dei più stretti collaboratori di Khomeini e oggi leader di un gruppo di opposizione leale al regime, ritiene che eliminando la posizione della “guida suprema” sarà possibile aprire la strada alla creazione di un “sistema vitale”.

Yazdi, insieme a numerosi altri politici khomeinisti, sta tentando di convincere l’ex presidente Muhammad Khatami a partecipare alla corsa elettorale contro Ahmadinejad. “La candidatura di Khatami è l’unica alla quale le autorità non possono imporre facilmente un veto”, ha dichiarato Yazdi. “L’ex presidente è anche il solo ad avere la statura politica necessaria a proporre i cambiamenti essenziali al buon funzionamento del sistema”.

Il movimento degli studenti riflette le tensioni presenti all’interno del governo e, più in generale, in tutta la società iraniana. Nel paese è ormai diffuso un sentimento generale per cui le cose non possono continuare a rimanere come sono – e da qualche parte, lungo il percorso, qualcosa si dovrà pur concedere.

L’“opposizione leale” spera di poter incoraggiare un cambiamento pacifico, con un atteggiamento condiviso probabilmente dalla maggior parte degli studenti. Ma ogni giorno che passa, sempre più iraniani, e sempre più studenti, potrebbero trovare difficile non dare ascolto a coloro che vanno predicando un cambiamento di regime attraverso l’uso della violenza.

© New York Post
Traduzione Benedetta Mangano

 

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