Roger Scruton ci spiega perché i neocon hanno sbagliato

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Dal maggio 2003 fino alla metà del 2006, il focus della politica dell’amministrazione Bush era rappresentato dallo sviluppo della democrazia. E’ in questa luce che vanno letti il succedersi delle trasformazioni istituzionali: a metà 2004 viene resa la sovranità al popolo irakeno, nel gennaio 2005 si tengono le elezioni dell’Assemblea Nazionale provvisoria, nell’ottobre 2005 si ha l’approvazione della Costituzione per via referendaria e nel dicembre 2005 ecco le elezioni di una nuova Assemblea Nazionale. Tutti elementi sovrastimati nella possibilità di ridurre la violenza settaria attraverso la creazione di istituzioni inclusive ed equilibrate. Scelta pericolosa, perché per vivere una democrazia ha bisogno di presupposti forti. Innanzitutto, vi deve essere un’entità che si chiama “stato” e questa è data solo se è in grado di detenere il monopolio della violenza, o qualche cosa che vi assomiglia, cioè se dimostri la capacità di garantire l’ordine costituito, di offrire la risorsa fondamentale al suo popolo: la sicurezza. In secondo luogo, si devono presentare, se non tutte quasi, quelle precondizioni che hanno reso viva l’idea procedurale liberale di democrazia attraverso il concetto di uguaglianza dei cittadini in quanto appartenenti ad uno stesso territorio e non più visti come sudditi; come deve essere qualcosa di reale la concezione del contratto sociale, la relazione giuridica fondante i rapporti tra stato e individuo e capace di rafforzare un clima di fiducia nel paese. E dulcis in fundo, se vi è, una effettiva separazione tra religione e stato.

Tutti elementi che la recente discussione riaperta dalla Chiesa cattolica, da Ratzinger a Scola, ha messo in risalto, ma anche la filosofia inglese contemporanea non è da meno. Robert Scruton apre l’ultima sua già famosa opera - il “Manifesto dei conservatori” - con un saggio intitolato “Conservare le nazioni”. Ebbene vi si può leggere, nel solco della tradizione del pensiero liberale anglosassone iniziata da Burke, una critica feroce a qualsiasi operazione di ingegneria sociale. Infatti che cosa altro non è l’idea che si possa intraprendere una costruzione dal nulla di nuove istituzioni se non un’opera ispirata da un’idea di razionalità assoluta e onnipotente? Se il pensiero liberale illuminista ha dettato per anni le linee della lotta al sottosviluppo attraverso trasferimento di montagne di soldi con esiti incredibili - da noi basta il ricordo della Cassa per il Mezzogiorno - perché adesso il pensiero neocon vuole rimpiazzare quel fallimento con un'altra operazione calata dall’alto, certo di segno diverso, ma pur sempre fondata sul mito della ragione?

Scruton, ad un certo punto, presenta tre modelli di organizzazione sociale: quella dello stato democratico nazionale retto da un patriottismo fondato sul sentimento di appartenenza che si regge su sentimenti di fiducia e lega gli individui ad un territorio, e quindi ad una comunità, poi rinforzata da processi legali,  da cui hanno origine le altre istituzioni sociali come il mercato. Ad essa si contrappone la” comunità tribale”, fortemente gerarchizzata in cui il sentimento di appartenenza tra individui non procede tra eguali, ma da suddito a capo e quindi esclude la cittadinanza agli estranei (il nazismo è stato un tentativo per forza di cose violento, perché cercava di imporsi ad una società formata in altro modo e che ha cercato di cancellare l’idea democratica di nazionalismo sostituendolo con una forma tribale: da qui lo sterminio degli altri, dagli ebrei ai rom fino agli slavi). Anche la “comunità di credo” opera, pur distinguendosi dalla precedente, per sentimenti di appartenenza non universali perché religiosi: gli individui appartengono alla stessa comunità se condividono la stessa fede. Spesso gli ultimi due criteri convivono, ma possono entrare in conflitto perché l’amore per la famiglia allargata e l’ubbidienza alla religione possono divergere appena le comunità si ingrandiscono. “Tale conflitto - sono parole di Scruton - è stato una delle forze motrici della storia islamica e se ne ha evidenza in tutto il Medio Oriente, dove le comunità di credo sono scaturite da religioni monoteistiche, ma si sono modellate secondo l’appartenenza tribale”.  Lo stato nazionale non è definito da un’appartenenza al clan o dalla religione ma alla patria, cioè a un territorio; è per questo motivo che la nazione contempla la tolleranza della diversità. Non siamo davanti allora ad uno “scontro di civiltà” tra Occidente e Islam, ma ad “un conflitto tra due forme di appartenenza, quella nazionale che tollera la differenza e quella religiosa che la esecra”.

Da questi tre modelli discende un criterio diverso di rappresentanza - basti pensare che nelle comunità tribali non vi è sopravvivenza al di fuori del gruppo - con l’ovvia conclusione che l’applicazione della democrazia rappresentativa, dalla creazione di quei presupposti sostanziali fino agli esiti formali e procedurali, a società tribali e di credo non sarebbe un processo semplice nemmeno in situazione di pace, figuriamoci in un periodo di guerre civili. Se l’obiettivo è la conquista delle menti e dei cuori, non è solo una manciata di elezioni, come dimostra anche il caso di Gaza, che poteva risolvere il problema. Huntington delinea tre possibili soluzioni da parte di una società premoderna per confrontarsi con la modernità: il rifiuto tout court dei cambiamenti chiudendosi in un isolamento assoluto, la scelta di una modernizzazione selvaggia che distrugga i legami tradizionali sostituendoli con quelli formali occidentali e, in ultimo, una via riformista conservatrice che si confronta con l’odierno con un punto di vista interno cercando di adattarlo alla propria storia e tradizione. Affinché quest’ultima opzione si realizzi è necessario che si realizzino alcune condizioni: la prima è che le elite nella loro maggioranza siano convinte della bontà della democrazia, la seconda che la popolazione voglia accettare un cambiamento della propria identità e, terzo, che la comunità internazionale, a partire dagli stati confinanti, vogliano accettare la nuova ridefinizione di quello stato. E’ questo il caso dell’Iraq? O non siamo invece davanti ad una situazione in cui avvengono contemporaneamente anche quei conflitti, fino alla minaccia di guerra civile, dettati dall’appartenenza a religioni, per giunta diverse, e a clan? E, inoltre, non vi è, oltre alla lotta al terrorismo, anche uno scontro tra due idee diverse di stato, una laica inclusiva ed una religiosa esclusiva? Non sempre la storia è maestra, ma qualche cosa insegna. In primo luogo, la prudenza e la fuga dalla retorica referenziale.

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