“Roma al tempo di Caravaggio” sfida il grande pubblico. Ma ce la farà?

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“Roma al tempo di Caravaggio” sfida il grande pubblico. Ma ce la farà?

20 Novembre 2011

Roma al tempo di Caravaggio – curata dalla Soprintendente Rossella Vodret e allestita dal regista e scenografo teatrale Pier Luigi Pizzi nelle sale di Palazzo Venezia fino al prossimo 5 febbraio – presenta in 140 opere tra tele e pale d’altare la ricca e vitale scena artistica che connotò la capitale del cattolicesimo tra il 1600 e il 1630, anni in cui, vinta la paura luterana, l’Urbe risorge e passa dai 30.000 abitanti degli anni immediatamente successivi al sacco dei Lanzichenecchi agli oltre 100.000 del primo Giubileo del XVII secolo, quando la città accoglie in un anno quasi tre milioni di pellegrini.

Sotto il regno di quattro importanti pontefici – Clemente VIII Aldobrandini, Paolo V Borghese, Gregorio XIV Boncompagni e Urbano VIII Barberini – il panorama culturale di Roma diviene spiccatamente multiculturale, con pittori e scultori provenienti da tutta Europa che si confrontano, portano le proprie esperienze e formazioni e le condividono in un crogiuolo creativo che ruota intorno alla grande committenza pubblica ecclesiastica e a quella privata delle famiglie della nobiltà nera. Il secolo si apre all’insegna del classicismo di Annibale Carracci e della sua scuola e dell’esplosione del naturalismo di Michelangelo Merisi da Caravaggio, che sviluppa a Roma la sua radicale rivoluzione iconografica. Un dualismo che seppellisce in fretta il tardo manierismo del Cavalier d’Arpino e del Baglioni e che è ben rappresentato dalla provocazione che apre la mostra: l’accostamento fra le rispettive versioni della Madonna di Loreto realizzate negli stessi anni, dove però alla splendida pala della chiesa di Sant’Agostino nota come la Madonna dei Pellegrini fa da contraltare una tela della scuola di Carracci che è difficile ricondurre ai suoi lavori della Galleria Farnese.

Lungo tutto il percorso, in cui lo spettatore potrà ammirare un Sant’Agostino recentemente attribuito a Caravaggio da Silvia Squarzina, si dipanano le opere di tantissimi artisti, molti dei quali oggi ritenuti secondari ma all’epoca contesi a fior di zecchini, con alcuni autentici capolavori – da segnalare la Susanna e i Vecchioni realizzato da Artemisia Gentileschi a soli 17 anni e mai uscito dalla collezione Graf von Schoenborn di Pommersfeld.

Una ricostruzione mai tentata prima, una rappresentazione quasi esaustiva della pittura a Roma in quel trentennio in cui le istanze naturaliste di Caravaggio e dei caravaggeschi trionfano per poi declinare e venir riassorbite nel barocco papale ben rappresentato dall’Allegoria dell’Italia del Valentin che chiude la mostra.

Mentre studiosi e specialisti potranno sicuramente apprezzare una simile impostazione, la sfida è nei confronti del grande pubblico che, richiamato dal nome di Caravaggio, potrebbe non comprendere l’alto valore scientifico dell’iniziativa. Sicuramente aiuteranno pannelli illustrativi e didascalie, finalmente ben visibili e con un linguaggio per non addetti ai lavori. Bene sarebbe infine abbinare il biglietto d’ingresso alla mostra a quello degli altri musei del Polo, in particolare Palazzo Barberini, da cui molte delle opere provengono.