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Rudolph J. Rummel e un manifesto per l’Occidente

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In un’era in cui la società occidentale tende a odiare se stessa, l’Occidente ha bisogno di un manifesto. Uno scienziato politico americano, aspirante al Premio Nobel per la pace, sta lavorando per scriverne uno. Non si tratta di un lavoro ideologico, ma di un insieme di studi scientifici, raccolti in più di trent’anni di carriera accademica: si tratta del Blue Book of Freedom (il Libro Blu della Libertà) scritto da Rudolph J. Rummel e di prossima pubblicazione negli Stati Uniti per l’editore Cumberland House Publishing.

Il professore statunitense, residente alle Hawaii, è il più grande esperto nel mondo di genocidi e delle altre forme di crimine di massa compiute dagli Stati. Il suo nome è diventato celebre con lo studio “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005) il primo e unico studio comparato di tutti i grandi crimini di massa degli Stati nel secolo scorso. Rudolph Rummel, in quell’occasione, creò una nuova definizione politologica per poter includere in un’unica categoria tutte le politiche criminali statali: il “democidio”. Nella categoria di democidio rientrano i concetti di genocidio (sterminio di etnia), politicidio (omicidio di dissidenti e oppositori politici), massacro (uccisione indiscriminata di civili non armati), sterminio di classe (omicidio di persone appartenenti a una classe sociale) e sterminio per quota (uccisione di innocenti per far raggiungere al numero delle esecuzioni una quota prefissata da un regime). La categoria di democidio è importante, da un punto di vista storico, perché permette di “pesare” il crimine degli Stati, contando il numero delle vittime che esii hanno provocato a freddo, al di fuori di una logica di guerra. E risulta che la dimensione del crimine degli Stati nel XX secolo è molto maggiore di quanto non si possa credere. Ad esempio, il regime nazista è solitamente ritenuto responsabile del genocidio di 6 milioni di ebrei, ma se guardiamo al democidio che ha commesso, possiamo constatare che il crimine nazista è molto più ampio, perché si arriva alla cifra incredibile di 20 milioni di vittime, uccise deliberatamente e a freddo, lontane dai campi di battaglia, in massacri, omicidi politici, stermini per quota.

E’ risaputo che Stalin commise il genocidio per fame in Ucraina (Olodomor) che causò 7 milioni di vittime e la deportazione massiccia di intere etnie dal Caucaso e dai Paesi Baltici. Ma se si sommano tutte le sue politiche di sterminio di classe, per quota, per motivi politici (terrore interno ed esterno al Partito) e i massacri compiuti durante la II Guerra Mondiale, vediamo che il dittatore georgiano arrivò ad uccidere a freddo oltre 40 milioni di cittadini sovietici e stranieri. Mentre altri 20 milioni di cittadini sovietici furono uccisi deliberatamente da Lenin e dai successori di Stalin (da Chrushev a Gorbachev). Secondo i criteri di Rummel, Stati che normalmente vengono assolti (perché non hanno commesso crimini che rientrano nella categoria di “genocidio”), come la Jugoslavia di Tito, finiscono sul banco degli imputati con l’accusa di aver ucciso più di un milione di vittime innocenti. In tutto il XX secolo, gli Stati sono responsabili per la morte di 272.000.000 di persone, 5 volte tanto il totale dei caduti in tutti i conflitti del secolo scorso, guerre mondiali comprese.

Lo studio dei crimini di Stato portato a termine da Rudolph J. Rummel in decenni di studi non è semplicemente teso alla commemorazione delle vittime innocenti, o alla creazione di nuove categorie politologiche. Il suo scopo è dimostrare che, contrariamente a un credo consolidato, più potere ha uno Stato, più lo Stato diventa pericoloso. Uno Stato “forte”, dotato di un potere illimitato, è molto più mortale di un conflitto, contrariamente a quanto pensano molti teorici della “stabilità”. Rummel sintetizza questa “legge di gravità del potere” parafrasando il motto del liberale inglese John Acton: “Il potere uccide, il potere assoluto uccide in modo assoluto”. Il professore statunitense diagnostica il male, ma ci indica anche la cura più efficace, soprattutto nel suo ultimo lavoro “The Blue Book of Freedom”. Nell’introduzione del piccolo volume (circa 80 pagine), Rummel dichiara apertamente che: “L’esistenza nel mondo attuale di criminali al governo in Birmania, Cuba, Libia, Corea del Nord, Arabia Saudita, Sudan, Siria e Turkmenistan, tra i tanti altri, crea una divisione incolmabile nel mondo. Da una parte abbiamo gang criminali, santificate dalla definizione ‘governo’ e dalle Nazioni Unite che esse dominano, che applicano con le armi un potere assoluto fatto di schiavitù di massa, omicidio di massa, violenza di massa, miseria di massa, fame di massa. Dall’altra parte abbiamo paesi democratici in cui il popolo è libero, sicuro e non ha paura né della fame, né di essere ucciso da qualche agente del governo. E’ una linea di divisione tra vita e morte, sicurezza e paura, nello stesso mondo e nello stesso periodo storico e non può essere tollerato oltre. Le dittature, anche quando apparentemente benevole, sono un crimine contro l’umanità per il fatto stesso che esistono. Le dittature devono essere eliminate”.

Rudolph Rummel non può essere accusato di essere uno studioso di parte. Nel corso dei suoi studi ha condannato le dittature di tutte le ideologie, mostrandone le affinità di metodo (e di esito criminale) al di là dei fini differenti. Ha puntato il dito contro i Giovani Turchi, così come contro la Corea del Nord, contro il nazismo e il comunismo, contro la Russia zarista e il Giappone imperiale, contro il Messico latifondista dei primi del ‘900 e il Rwanda etnicista della fine del secolo scorso. L’unica forma di governo accettabile, sotto tutti i punti di vista, è la democrazia liberale. Per almeno sei motivi. Prima di tutto: “Più un popolo è libero, più avanzato sarà il livello di sviluppo e di ricchezza della nazione. In breve, la libertà è la principale via per la realizzazione della sicurezza sociale ed economica”. Nel suo breve saggio “L’incredibile utopia del libero mercato”, Rudolph Rummel aveva definito il libero mercato come un’utopia realizzata, un sistema sociale in cui “la principale preoccupazione delle persone è quella di soddisfare i desideri degli altri, o di studiare come poterlo fare e cercando di far sì che chi acquista beni e servizi spenda il minimo”. Non solo la libertà permette un maggior arricchimento per tutti, ma elimina la fame: “I popoli liberi non conoscono più le carestie” scrive Rummel. E il suo non è un motto ideologico, ma la constatazione di una realtà storica: nessuno è mai morto di fame in una democrazia liberale moderna, nemmeno in occasione delle peggiori calamità naturali, come le tempeste di sabbia che distrussero i raccolti americani negli anni ‘30. Mentre nei regimi totalitari contemporanei, milioni di cittadini muoiono per continue carestie, sia a causa dell’inefficienza della pianificazione economica (come nel caso della Cina, con un record di 30 milioni di morti per fame all’epoca del regime di Mao Tse-tung o della Corea del Nord attuale, dove si calcola siano già 3 milioni i morti per carestia), sia per una scelta deliberata del regime (come la carestia artificiale provocata da Stalin in Ucraina). Un sistema politico dittatoriale e un sistema economico socialista sono le principali cause di carestia in tutti i Paesi in via di sviluppo.

Oltre ai fattori “materiali” per cui si dovrebbe preferire la democrazia liberale a qualsiasi alternativa, si deve aggiungere un motivo di vita e di morte: “Dove i popoli sono liberi, la violenza politica è minima”. Nei suoi studi precedenti, Rummel aveva già mostrato, cifre alla mano, che nessuna democrazia liberale non si è mai resa colpevole di democidio. Una democrazia fa morti solo quando è in guerra e anche quando è in guerra, non uccide i propri cittadini. Rummel esprime questo concetto con un’equazione molto semplice: “Più i cittadini sono liberi, minore sarà la possibilità che il loro governo li uccida”. Ma anche nei confronti dei cittadini di uno Stato nemico, una democrazia liberale tende ad essere meno violenta rispetto ad una qualsiasi dittatura. Nella nostra storiografia, si tendono spesso ad enfatizzare i crimini di guerra commessi dalle democrazie occidentali: Dresda, Hiroshima e Nagasaki nella II Guerra Mondiale, il massacro di My Lai nella Guerra del Vietnam, ecc... Ma tutti questi crimini delle democrazie impallidiscono se messi a confronto con la brutalità del nemico che esse stavano combattendo. A fronte dei circa 350.000 civili giapponesi uccisi dagli Americani nella II Guerra Mondiale, i Giapponesi sterminarono 5 milioni di persone innocenti per motivi razziali o per diffondere il terrore. Il corpo di spedizione americano in Vietnam può essere ritenuto responsabile dell’uccisione di civili nell’ordine delle migliaia, ma pochi dicono che il regime di Hanoi sterminò 1 milione e mezzo di civili innocenti, in gran parte suoi cittadini, la metà dei quali durante la guerra. Abituati a vedere la pagliuzza che c’è nel nostro occhio, spesso ci sfugge la trave nell’occhio del nemico e non comprendiamo sino in fondo quanto poco siano violente le democrazie liberali anche quando si trovano nella condizione estrema di una guerra totale.

Secondo Rummel, tuttavia, il vantaggio della forma di governo democratica e liberale è soprattutto un altro: “La diffusione della libertà nel mondo riduce il numero di caduti in guerra. Sicuramente, qualsiasi cosa possa ridurre e infine eliminare la guerra, senza creare un male peggiore, deve essere considerato il bene morale supremo. E questo bene è la libertà”. In “Stati assassini”, Rudolph Rummel aveva introdotto uno studio sul comportamento degli Stati, analizzati in coppie, dal 1816 al 1991. Ed era giunto a un risultato strabiliante:

Numero di guerre (conflitti con più di 2000 caduti) tra Stati non democratici = 198

Numero di guerre tra democrazie e Stati non democratici = 155

Numero di guerre tra democrazie = 0

I dati sono stati continuamente aggiornati. Oggi la tabella è cambiata lievemente: ci sono più guerre tra Stati non democratici, più guerre tra democrazie e Stati non democratici (tra cui le guerre in Afghanistan e Iraq), ma il numero delle guerre tra democrazie è sempre pari a 0. Basta constatare questo semplice dato per esser fieri di vivere in una democrazia liberale.

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1 COMMENT

  1. Ho letto “Death by
    Ho letto “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005) una lettura che mi ha impressionato e riflettere molto. Sto avviando una ricerca personale sulla guerra e sulle armi per cercare di dimostarre come i governi sacrificano gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, fissati in occasione del vertice del Millennio, nel settembre 2000, per favorire le loro esportazioni di armi senza tenere conto di nessuna regola.
    Desidero un confronto con Voi per valutare una collaborazione sul mio lavoro; vorrei avere la possibilità di avere a disposizione il libro a cui fate riferimento il Blue Book of Freedom (il Libro Blu della Libertà) scritto da Rudolph J. Rummel e di prossima pubblicazione negli Stati Uniti per l’editore Cumberland House Publishing.
    Cordiali Saluti
    Marcello Figuccio

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