Ruini e la Chiesa, il problema non è il sovranismo ma la verità sull’uomo

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Ruini e la Chiesa, il problema non è il sovranismo ma la verità sull’uomo

Ruini e la Chiesa, il problema non è il sovranismo ma la verità sull’uomo

21 Dicembre 2019

Andrea Riccardi è stato il mio professore di Storia dell’Asia all’università. A differenza mia è un profondo conoscitore della storia della Chiesa e un protagonista dei movimenti cattolici. E’ senz’altro un atto di presunzione entrare in “singolar tenzone” con lui su certi argomenti. Si scorge tuttavia, nelle sue recenti riflessioni dedicate sul Corriere della Sera all’intervista del cardinale Ruini sul medesimo quotidiano di qualche settimana prima, un invito neppure troppo implicito alla discussione, che m’incoraggia a mettere nero su bianco le ragioni del mio disaccordo.

Di un’intervista che era stata invero più articolata, Riccardi privilegia e si concentra sul passaggio nel quale il cardinale valuta che un dialogo della Chiesa con la Lega di Matteo Salvini possa risultare utile e doveroso. Il professore individua in questa opinione di Ruini non già un’esortazione alla Chiesa a non avere pregiudiziali aprioristiche verso il centrodestra del quale Salvini – per ragioni innanzitutto numeriche – è il capo, quanto un’espressione di quel “nazional-cattolicesimo” che in Italia, e non soltanto in Italia, chiederebbe alla Chiesa “rassicurazioni e identità”.

Ribadisco: questa interpretazione del pensiero ruiniano non mi convince. La trovo riduttiva e fuorviante, e provo a spiegarmi. Non credo che la principale contrapposizione che sta attraversando oggi il mondo cattolico sia quella tra coloro che aderiscono al messaggio sociale di papa Francesco e quanti si contrappongono ad esso in nome del nazional-cattolicesimo. A me pare, piuttosto, che a preoccupare molti sia la crescente sottovalutazione da parte della Chiesa ufficiale nei confronti di tematiche che segnano il terzo millennio e che investono l’uomo e la sua natura: sulla difesa della vita e l’eutanasia, sull’utero in affitto e l’identità della persona, sulla teoria gender che si vorrebbe introdurre nelle scuole, la voce della Chiesa non è mancata ma è stata assai flebile. Soprattutto se paragonata ai decibel raggiunti ogni volta che si parla di temi sociali o ambientali, sicuramente rilevanti ma non al punto da investire l’essenza stessa dell’uomo.

Tale fievole attenzione verso quella che proprio Ruini, negli anni del pontificato di Wojtyla, aveva battezzato come “questione antropologica”, impensierisce settori sempre più vasti del mondo cattolico, a giudizio dei quali il cristianesimo non può fare a meno di un solido ancoraggio al diritto naturale e alla sua strenua difesa, pena l’inevitabile trasmutazione in una sorta di “religione civile” che conduca progressivamente la Chiesa lontano dal territorio dei princìpi, anche evangelici, e la veda inesorabilmente trasformarsi alla stregua di una ONG.

Ci sarà certamente qualcuno che su questa lettura calca un po’ troppo la mano, ma è certo che un messaggio più equilibrato da parte della Chiesa potrebbe evitare da un lato che il valore identitario venga confinato a talune ostentazioni di simboli alle quali non corrispondono poi politiche positive, e dall’altro la declinazione soltanto secolare di preoccupazioni che hanno invece sicuramente un fondamento evangelico.

Tutto ciò ha indirettamente a che fare anche col tema dell’identità e della nazione. Esso, infatti, è indubbiamente oggetto di una crescente attenzione politica perché si riconnette all’insicurezza, innanzitutto economica, che ha caratterizzato i primi due decenni di questo secolo. Non si può tuttavia far finta di non vedere come la questione dell’identità nazionale sia continuamente alimentata dalle difficoltà dell’Europa che il parziale insuccesso dei movimenti sovranisti nelle ultime consultazioni continentali non ha aiutato a superare.

La definizione “sovranismo” meriterebbe di essere approfondita e proposta in modo meno banale, ma soprattutto quel che non può essere dimenticato è che l’europeismo del secondo dopoguerra nacque cristiano; che fu un ideale “restauratore” finalizzato a ritessere l’ordito delle radici giudaico-cristiane che il Novecento aveva squassato e a resuscitare un’anima e un cuore. Era un ideale che includeva l’interesse nazionale e lo temperava in vista di un trasferimento di sovranità progressivo e mai svincolato da un circuito democratico che garantisse la sovranità dei popoli. Non era un’ideologia di sostituzione. Non contemplava la costruzione di una identità nuova edificata intorno al totem dell’autodeterminazione individuale. Prevedeva la cessione di quote di sovranità ma non l’evaporazione della stessa che invece nel nostro tempo, fatta fuoruscire dall’ambito della nazione, non ha trovato un nucleo di potere condiviso a livello continentale pronto a recepirla. Da qui nasce la percezione di un’Europa dei burocrati e dei poteri forti, lontana dai popoli e dalle loro preoccupazioni. Questa deriva dovrebbe essere una preoccupazione non solo dei sovranisti ma anche degli “europeisti del cuore” che ritengono che il discorso di De Gasperi, Adenauer e Schumann vada aggiornato ma non archiviato.

Su un punto sono invece assolutamente d’accordo con Riccardi: intorno a questi temi la Chiesa dovrebbe sviluppare una sua strategia culturale. Fu proprio questa, d’altra parte, l’opzione di Ruini – il progetto culturale – che Wojtyla legittimò e varò nel convegno ecclesiale della Cei di Palermo nel 1995. Quella scelta presupponeva che la Chiesa parlasse alla società italiana direttamente dal pulpito e che, per questo, piuttosto che scegliere un braccio secolare, si rapportasse con tutti gli schieramenti politici: tutti, per l’appunto, senza preclusioni di sorta.

Tratto da “Il Foglio”