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Ruini: l’11 settembre ha rilanciato l’identità dei cristiani

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«Ho sentito molte cose questa sera, molte sul mio conto, che mi hanno fatto scoprire dimensioni che mi erano completamente ignote». Il settantaseienne cardinale Camillo Ruini apre con una battuta il suo intervento nell’affollatissima aula magna dell’Università Cattolica di Milano. Dove a presentare le sue due ultime opere, Chiesa contestata e il terzo volume di Chiesa del nostro tempo (edite da Piemme), c’erano Giuliano Ferrara, Ernesto Galli della Loggia e il cardinale Angelo Scola. Al suo ingresso l’ex presidente della Cei viene accolto da un applauso scrosciante, i ragazzi si accalcano impazienti sulle vetrate all’ingresso. Nelle pagine dei due volumi, ma soprattutto nelle parole dei relatori, ci sono vent’anni di Chiesa cattolica italiana, vent’anni di “ruinismo”. E la descrizione di un uomo che ha lasciato un’impronta profonda nella società italiana.

Accetta come un complimento, il cardinal Ruini, la definizione di Galli della Loggia della sua come di una «sensibilità democratica». Ammettendo «con poca modestia» che pensa di meritarselo. Perché la  scelta fondamentale che ha sinora determinato la salvezza della Chiesa in Italia e che potrà garantire la sua sopravvivenza è quella di rivolgersi al popolo intero e non ad un’élite. Con un sorriso sornione dà ragione a Ferrara: «Sì, è vero, sono stato un po’ banalizzato», e si dice lusingato dalla definizione di “cardinale filosofo” coniata per lui dallo stesso direttore del Foglio. Tuttavia preferisce il profilo più basso di “insegnante di filosofia”. «Il mio linguaggio è molto complesso e molto sorvegliato – ammette – ma è perché sono un perfezionista. Per scrivere il mio primo libro ci ho messo 10 anni». E soprattutto perché il ruolo pubblico gli imponeva la massima attenzione verso le diverse sensibilità: «Chissà – sussurra - forse cessando il ruolo istituzionale anche il mio linguaggio diverrà più facile».

Uno dei due libri contiene le prolusioni di Ruini degli ultimi sei anni alla guida della Cei, e l’altro affronta analiticamente le contestazioni nei confronti della Chiesa cattolica. «Meglio contestata che irrilevante»: in queste parole è riposto il centro dell’azione di Ruini, definita da Ernesto Galli della Loggia «la traduzione dell’esigenza strategica ben colta dal pontificato di Giovanni Paolo II nella situazione italiana», ovvero il riposizionamento della Chiesa nel passaggio epocale tra modernità e post-modernità. Ed era proprio questa, conferma Ruini, la sua volontà. In una meravigliosa schematizzazione di come «il soffio dello Spirito ha attraversato la Chiesa a partire dal tempo in cui la Chiesa stava vivendo», Ferrara definisce gli anni di Paolo VI, seguiti al Concilio Vaticano II, il tempo dell’ascolto, utile al passaggio alla fase dell’azione di Giovanni Paolo II. Azione che ha preparato la strada al pontificato teologico della ragione di Benedetto XVI.

Negli anni di Ruini la Chiesa è «passata all’attacco», rimettendosi al passo col secolo. E lo ha fatto «abitandolo». «Protetto» da due Papi, dice ancora Ferrara, Ruini è stato sul crinale tra fede e storia in tempi difficili. Tempi in cui, secondo Galli della Loggia, la Chiesa si è scoperta «l’unica agenzia pubblica», ha colto l’avvento di nuovi scenari e dei conseguenti pericoli, ed è stata costretta a sostenere uno scontro in prima persona in modo «inevitabilmente politico». All’accusa di “fare politica”, secondo lo storico, Ruini avrebbe potuto benissimo rispondere con un “sì”. Il cardinale replica di non avere nulla da confessare: riconosce di essere «quasi naturalmente un animale politico», ma con l’asciuttezza che lo contraddistingue precisa che la parola ha «nel linguaggio comune un’accezione stretta e partigiana che non si addice a un prete».

Citando la sua tanto criticata «sana laicità dello Stato», Scola sottolinea che Ruini ha colto «l’inevitabilità dell’interpretazione culturale sul cristianesimo», con le implicazioni pratiche e teoriche che questo comporta. È proprio il progetto culturale, l’opera più ambita di Ruini. Di cui il cardinale definisce Scola coautore, ricordando le lunghe chiacchierate ai tempi in cui il patriarca di Venezia era rettore della Pontificia Università Lateranense e il vicario di Roma Gran Cancelliere dell’ateneo. Nonostante gli ostacoli interni, il progetto culturale ruiniano ha avuto un insperato aiuto dall’esterno. La svolta, per stessa ammissione del cardinale, è stato ancora una volta l’11 settembre. Quando in tanti si sono chiesti – ed hanno chiesto, anche polemicamente, ai vertici ecclesiastici - cosa significhi veramente essere cristiani. Ruini, dice Ferrara, non ha mai difeso un’ortodossia, ma ha vissuto da testimone la verità cristiana. E il suo amore. L’amore cristiano vissuto con intensità, nel quale è racchiuso il divieto, il rifiuto del male. Un amore «che può indurti a vietare l’espansione del desiderio ad ogni costo», talmente intenso da permetterti persino di negare a qualcuno i funerali religiosi.

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