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Rula Jebreal e il palco di Sanremo, autobiografia (triste) della nazione

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Abbiamo convissuto con l’ansia e la preoccupazione per giorni e giorni. Il mondo politico si è diviso aspramente. Per il Medioriente? Anche, ma non solo.

Volete mettere il problema della libertà di espressione conculcata dall’ipotesi che la giornalista Rula Jebreal non potesse salire sul palco di Sanremo? Volete mettere lo sconcerto del pubblico televisivo privato del sermone sulle donne, sul sessismo e sul razzismo che gli sarebbe stato impartito a condimento e rinforzo delle troppo banali canzonette nazionalpopolari? Qui si stava parlando di “rilanciare l’Italia come capitale culturale del mondo” e di opporsi alla “discriminazione di stato” (il virgolettato, benché fortemente sospettabile di incredibilità, è attribuito dalla stampa al Senatore Davide Faraone, di Italia Viva).

Ci si potrebbe chiedere in base a quali criteri esistesse un diritto inalienabile della giornalista ad essere presente sul palco più popolare d’Italia, ma è una domanda oziosa e pignolescamente reazionaria, giacché il sistema mediatico delle verità veloci ha stabilito che ce l’aveva. Punto.

Naturalmente lo strike (di tweet) di Daniele Capezzone, Marco Gervasoni, e compagnia è stato ricondotto subito alla Lega e al suo leader, il quale però –penso esausto dalla futilità del tema- ha dichiarato “Invitino chi vogliono, io non mi occupo delle conduttrici di Sanremo”. E manco questo andava bene, perché Rula è una specie di premio Nobel in pectore che abbiamo l’onore di ospitare nelle nostre TV, e lui – il Salvini- siccome è un rozzo neppure laureato non può trattarla con disprezzo assimilandola alle vallette. Come diceva la canzone di Antoine? Sei bello e ti tirano le pietre, sei brutto e ti tirano le pietre…

A un certo punto si sparge pure la vergognosa notizia che tra le donne presenti sul detto palco ci sarà anche Rita Pavone, a cui però non basta la lunga carriera di cantante di successo per essere qualificata: parte l’offensiva social – questa sì buona e giusta – perché sarebbe “sovranista”.

Fortunatamente però alla fine il bene vince, e arriva il lancio di agenzia risolutivo e liberatorio: Rula sarà sul palco, la democrazia è salva. E in questo contesto di generale tripudio il premio per il miglior titolo va al Quotidiano di Sicilia: “Sconfitto Salvini, Rula Jebreal ci sarà”.

Un solo rammarico: peccato che nella fase finale del ristabilimento della democrazia non sia stata sottolineata adeguatamente la lotta coraggiosa del capogruppo di Italia Viva, partito che su temi secondari come tasse e giustizia ruggisce ma non colpisce, ma quando si tratta di argomenti non negoziabili come Rula sì/Rula no ruggisce, colpisce e porta a casa risultati decisivi, perfino per il rilancio dell’Italia come capitale culturale del mondo.

Insomma, se qualcuno temeva che il partito di Matteo Renzi potesse insidiare la destra liberale collocandosi sul suo terreno, può stare sereno. Parla Faraone, e passa la paura.

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