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Le mani di Putin sull'economia

Russia, come lo stato si ingigantisce approfittando della crisi

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La crisi economica non ha penalizzato tutti. In tutto il mondo, a guadagnare dal crollo dei listini sono soprattutto gli apparati statali: hanno aumentato la loro legittimità (perché visti come salvatori) e il loro controllo sul mercato. Fra le élite politiche che hanno maggiormente guadagnato dalla crisi, ai primissimi posti troviamo sicuramente il Cremlino. Non è una novità: dal 2000 ad oggi, il controllo statale sull’economia russa è passato dal 5% ereditato da Eltsin al 65% attuale, dopo otto anni di era Putin, secondo i dati della European Bank for Reconstruction and Development. La crisi ha semplicemente accelerato questo processo, secondo quanto rivela uno studio del Centre for Eastern Studies, centro studi europeo con base a Varsavia.

Negli ultimi otto anni, la classe dirigente russa ha ri-nazionalizzato le imprese che erano state privatizzate, o erano nate, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Questo processo è avvenuto in modo plateale, circondato da una retorica simile a quella della vecchia Unione Sovietica: la lotta contro gli “oligarchi”, dipinti dai media come corrotti, in combutta con poteri forti stranieri, quasi sempre ebrei. Il caso più eclatante resta quello dell’imprenditore Mikhail Khodorkovskij, arrestato dalle forze speciali e gettato in galera nel 2003, poi condannato a otto anni di lavori forzati in Siberia, mentre la sua azienda petrolifera, la Yukos, veniva divisa e acquistata, pezzo dopo pezzo, dalla compagnia statale Rosneft. Altri due “oligarchi”, Boris Berezhovskij e Vladimir Gusinskij, erano già stati costretti a riparare all’estero. Un alto funzionario di Stato, in un’intervista “sfuggita” al quotidiano Kommersant, aveva rivelato i metodi delle nazionalizzazioni, chiamate anche ironicamente “aspirapolvere di Sechin” (dal nome del vicepremier), condotte da ex agenti Kgb con argomenti intimidatori. Dopo l’arresto plateale di Khodorkovskij, pochi hanno rifiutato le offerte del Cremlino.

Attualmente, settori-chiave quali i media, le banche, l’industria metalmeccanica (trasporti, motori, ecc...), l’industria energetica (gas e petrolio) e delle materie prime, più tutto ciò che concerne la produzione di armamenti, sono saldamente nelle mani dello Stato. E per di più, controllate da uomini della cerchia del presidente, quasi tutti provenienti dall’ambiente dei siloviki (militari e agenti del Kgb). Ormai gli uomini di Stato che contano hanno tutti avuto la loro esperienza “imprenditoriale”. Lo stesso Putin è stato presidente del direttorato della banca Vnesheconombank Veb, il vicepremier Igor Sechin ricopre lo stesso incarico nella Rosneft e un uomo di fiducia di Putin, l’ex ufficiale del Kgb Sergej Chemezov, è stato direttore generale di Rosoboronexport, l’agenzia che monopolizza l’esportazione di tecnologia militare all’estero. Allo stesso tempo, gli stranieri sono malvisti e lo Stato pone una serie di limiti alla loro presenza nel mercato russo. Tra il 2006 e il 2007, per esempio, la Shell non ha retto alle pressioni del Cremlino e ha dovuto cedere a Gazprom gran parte delle sue attività nell’isola orientale di Sakhalin.

Cosa è successo con la crisi economica? La Russia è stata colpita in modo molto duro. Da agosto a novembre, la Borsa ha perso il 60%. Ad aggravare la situazione è la caduta del petrolio, da 150 dollari al barile in agosto ai 40 (a volte anche meno di 40) di queste settimane. L’economia russa dipende in larga misura dalle esportazioni energetiche, quindi ora si trova a dover attingere dai fondi di riserva per coprire le spese già programmate. Il Pil russo, invece che del previsto 6%, rallenterà la sua crescita al 3% nel prossimo anno. Lo Stato russo si è così trovato di fronte la ghiotta occasione di subentrare in modo ancor più massiccio nell’economia. E l’ha colta al volo: 200 miliardi di dollari in piani di salvataggio, di cui 75 nel settore bancario, 7 nel mercato azionario, 5,5 al settore petrolifero, 50 a sostegno delle aziende “strategiche”, ma solo quelle in cui lo Stato ha già la sua golden share (come Gazprom, Rosneft e Lukoil). Aumenta anche il protezionismo: i dazi doganali per le automobili aumentano del 30%.

Questi aiuti non sono donazioni, e non sono gratuiti: lo Stato chiede in cambio di poter nominare nuovi uomini negli organi di management nelle aziende strategiche finanziate. E non sono misure che giungono da sole, ma in un periodo di grandi riforme politiche che stanno rendendo la Russia ancora più autoritaria. Il mandato presidenziale è stato aumentato da 4 a 6 anni, assieme alla durata della legislatura parlamentare (in un parlamento dominato per due terzi da partiti pro-Cremlino) da 4 a 5 anni. La legge contro il “tradimento”, che un tempo puniva solo i reati di spionaggio, dopo la crisi è stata estesa anche a tutti coloro che minacciano “sovranità nazionale” e “ordine costituzionale”, rendendo perseguibili (data la vaghezza dei termini) tutti coloro che contestano la linea e gli interessi del governo. Interessi privati, oltre che “nazionali”.

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