Home News Salvarsi dal Coronavirus, ma senza morire di fame: il sottile confine tra diritto alla salute e diritto al lavoro

Diritti

Salvarsi dal Coronavirus, ma senza morire di fame: il sottile confine tra diritto alla salute e diritto al lavoro

0
13

A pochi giorni dall’inizio della “fase 2” tanti sono i dubbi e una è la certezza: l’economia italiana subirà un forte arresto. Il Fondo monetario internazionale stima un calo del 9,1% del Pil nel corso di quest’anno. Lo scenario che ci attende è di gran lunga peggiore dalla crisi finanziaria che invase il Paese e l’Europa nel 2008 e della grande recessione del 1930. Il dato più preoccupante riguarda la disoccupazione: il tasso aumenterà al 12,7% nel corso del 2020.

E mentre viviamo un inesorabile declino accelerato dall’arrivo del Coronavirus, va via via delineandosi in Italia una società di “quasi poveri” in cerca, non tanto di lavoro (che mancherà sempre di più), ma di assistenza economica. Abituati a misure contenitive, quasi a voler curare i sintomi e non la causa di una piaga economica e culturale, si assisterà probabilmente ad un aumento dei richiedenti del reddito di cittadinanza. Non solo, al fianco di questi un incremento dei Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono alcun corso di formazione (oggi in Italia sono 2.116.000).

È vero che in un periodo di scientocrazia come quello attuale, discutere di diritto al lavoro è secondario. Tuttavia, se durante la diffusione del virus l’attenzione era tutta rivolta al suo contenimento, l’inizio della fase della “ripartenza” ha messo alla luce le paure di esercenti e titolari di varie attività. Le proteste in alcune città sparse per l’Italia ci ricordano che salvarsi dal Covid-19 non è meno urgente del salvarsi dalla fame. E questo lo sanno bene i ristoratori e titolari di bar che a Milano hanno manifestato contro il governo per la crisi economica che li ha colpiti, e che poi sono stati multati per aver violato il divieto di assembramento.

Il diritto della libertà di manifestazione in Italia è considerato fondamentale, nondimeno del diritto alla salute, sancito nell’articolo 32 della Costituzione e soprattutto del diritto al lavoro, citato fin dal primo articolo della Carta fondamentale.

In questa fase se l’incarico del comitato scientifico è quello di studiare le misure più appropriate per evitare un ritorno della crisi sanitaria, il compito del governo è quello di garantire l’assoluta sicurezza dei propri cittadini da un lato e dall’altro lo svolgimento della loro prima fonte di guadagno: il lavoro, garanzia che, ad oggi, più che un diritto appare un miraggio.

A marzo, secondo i dati Istat, si è registrato un aumento degli inattivi (+2,3%), pari a 301 mila unità. Confrontando il primo trimestre di quest’anno (gennaio-marzo) con quello precedente (ottobre-dicembre 2019), l’occupazione ha subito un calo dello 0,4%, pari a quasi 95 mila unità. I dati suggeriscono che la strada intrapresa va verso la conformazione di una società sempre più improduttiva. E mentre il progresso volge lo sguardo verso la tecnologia e l’intelligenza artificiale che sostituiscono l’essere umano in determinati ambiti professionali, lo Stato non garantisce posti di lavoro e sembra incapace di arrestare l’incremento dei disoccupati.

Provvedimenti come il reddito di cittadinanza che, apparentemente, “aboliscono la povertà”, creano quindi una stagnazione della produttività del Paese. La cifra del reddito di cittadinanza erogata mensilmente è tale da garantire una certa domanda nel mercato (ed evitare la morte del capitalismo), ma allo stesso tempo impedisce al beneficiario di arricchirsi e accedere agli strumenti per il riscatto sociale. Non da dimenticare poi l’aspetto legato alla dignità dell’individuo, sradicato dalla condizione del lavoro che lo nobilita e immerso in uno status di parassita sociale, sempre più dipendente dallo Stato assistenzialista e sempre meno abituato a produrre.

L’andamento demografico dell’Italia chiude infine questo quadro drammatico. Da ormai decenni il nostro territorio perde cittadini italiani. Molti studi ci ricordano che siamo il Paese con più anziani, dopo il Giappone. Il peso della popolazione oltre i 70 anni si è triplicato tra il 1950 e il 2020, salendo dal 5 al 15%. La pressione che l’invecchiamento genera nella società e nelle famiglie è data dal numero degli anziani e della popolazione giovane e matura che li sostiene da un punto di vista economico. Malgrado il flusso di migranti di età giovane che ogni anno approda in Italia, i tassi di fecondità sono lenti e il declino demografico è costante. Questo significa che con il passare del tempo si necessiterà sempre più di sistemi assistenziali per gli anziani, mentre la forza lavoro, oltre a perdere unità, rischia di diventare inattiva in assenza di politiche economiche mirate.

Se è vero che mai come in questa crisi sanitaria ci si è resi conto dell’importanza della tutela della salute, è altrettanto plausibile considerare questa efficace solo se strettamente legata alla garanzia del diritto al lavoro. Altrimenti è come accertarsi che un uomo in gabbia goda di buona salute: può campare per decenni, forse, ma che futuro lo (e ci) attende?

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here