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Sotto la linea gotica

Salvati dal coronavirus, non facciamoli morire di fame!

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Giornate tristi. E non per via della segregazione che, anzi, dà tempo e modo di ristabilire ordine nei pensieri e nelle priorità. A causa, piuttosto, di alcune telefonate – le ultime di una serie andata in crescendo – arrivate da luoghi del nostro Mezzogiorno che frequento e amo. Il contenuto è stato il medesimo: “Non abbiamo più i soldi per campare. Letteralmente, materialmente. Rischiamo presto d’essere ridotti alla fame”.

Intendiamoci: nessuno dei miei interlocutori di questi giorni è uno sfaccendato. Nessuno usufruisce del reddito di cittadinanza. Hanno per lo più piccole attività che, però, necessitano del pubblico, di clientela. Dell’afflusso di quelle persone, insomma, che ora e da qualche tempo, per dovere civico, non escono di casa.

In questi casi la scelta di “chiudere”, ancor prima che da un divieto dello Stato, è derivata dunque da una legge del mercato. Di tenere aperto, come si dice al Sud, “non sarebbe valsa la pena”. Se tuttavia quella decisione ha azzerato il guadagno, evidentemente non ha come per incanto azzerato le spese. Quelle continuano a correre assumendo le sembianze di tasse, bollette, affitti, talvolta prestiti e mutui, e di qualche manutenzione.

Posto di fronte a questi drammi di vita quotidiana, un pensiero da qualche tempo latente ha preso consistenza, mi ha assalito e si è progressivamente trasformato in angoscia: non si sta correndo il rischio – al Sud in particolare – di salvare le persone dal coronavirus ma di porre le premesse affinché muoiano di fame?

Poiché in questi giorni le parole sono pietre e di sciocchezze nelle scorse settimane ne sono state dette da tutti nessuno escluso – al punto che, piuttosto che rinfacciarsele vicendevolmente, sarebbe auspicabile una moratoria sulle rispettive contraddizioni -, è necessario spiegarsi bene riferendosi ai fatti scevri da qualsiasi giudizio.

Nel nostro Paese questa epidemia ha fin qui avuto il suo drammatico epicentro in alcune zone del Nord. Al di sotto di quel luogo simbolico che è Civitella del Tronto – dove si compì l’ultima resistenza borbonica, piegata dalle truppe sabaude il 20 marzo del 1860 -, fino ad oggi i contagi e le vittime sono stati, in proporzione, in numero assai esiguo. Nondimeno, le disposizioni prese e i divieti imposti paradossalmente hanno preservato in maniera assai più efficace queste zone d’Italia: quelle che, stando ai numeri della propagazione, ne avrebbero avuto meno bisogno.

Il motivo è presto detto. Se da Roma in giù chiudi attività ricettive, terziario e strutture turistiche, in realtà hai chiuso praticamente tutto. Al Nord non è così. Le fabbriche che hanno continuato a lavorare hanno comportato, per forza di cose, la presenza di molta più gente nelle strade, sui tram e nelle metropolitane; molti più contatti tra persone e, dunque, molte più possibilità di contagio.

A lungo, insomma, abbiamo fatto piovere sul bagnato.

Sia chiaro: disporre quel tipo di distanziamento sociale è stato un bene. Le strutture sanitarie del Sud non avrebbero retto, nemmeno lontanamente, la terribile prova. E poi non c’era alternativa alla linea intrapresa. Molte delle strutture produttive del Settentrione hanno fin qui garantito che il Paese andasse comunque avanti. E hanno per questo conquistato un credito di riconoscenza che noi debitori non dovremo dimenticare. L’Italia da questa prova può e deve uscire più unita.

Fin qui i fatti. Ed è sempre a dati di fatto, piuttosto che a congetture e tanto meno a passioni, che si rifà il campanello d’allarme che intendiamo suonare. Questa lunga quarantena che non volge al termine sta provando pesantemente tutti ma nella parte più fragile del Paese sta letteralmente portando fame, rischiando di azzerare il già debole e precario tessuto economico. E’ un fatto. Come è un fatto – non commendevole, ma un dato di fatto che vi sia una non trascurabile fascia di popolazione che spesso non per propria scelta lavora al confine della regolarità fiscale (eufemismo) e che in una situazione come questa potrebbe divenire facile preda di una criminalità organizzata sempre in cerca di manovalanza a basso prezzo.

Ed è per evitare questi esiti infausti che avanziamo due proposte. Qualora saranno prese in considerazione esse dovranno ovviamente valere per tutta l’Italia. Sarebbe tuttavia ipocrita negare il fatto che traggono spunto in particolare dalla situazione nella quale versa il Mezzogiorno e dalla bomba sociale innescata dall’emergenza sanitaria nell’area più svantaggiata del Paese.

La prima proposta è quella di resuscitare, con il decreto d’aprile, la social card (di tremontiana memoria, solidale ma non assistenziale) vincolata alle necessità vitali, da mettere a disposizione di chi a causa dell’epidemia abbia perso ogni reddito. E’ una misura di guerra. Ma qui proprio di una guerra si tratta. E poi: come si può moralmente tollerare che si elargisca un sussidio a chi non fa nulla, sotto forma di reddito di cittadinanza, e che si abbandoni al suo destino chi il lavoro lo ha perso in conseguenza di disposizioni dello Stato?

La seconda è più delicata – da trattare con le pinze – ma è materia della quale, con tutte le prudenze di questo mondo, bisogna pur iniziare a parlare. Ancora per l’oggi e per il domani noi saremo paladini del rigore più assoluto. E non permetteremo che lo sforzo fin qui compiuto sia vanificato da leggerezza e tanto meno da prescia. Quando, però, le curve si saranno stabilizzate, il picco sarà stato raggiunto e medici ed esperti ci diranno che i contagi calano, allora bisognerà iniziare a differenziare. 

Non si potrà continuare a trattare l’Italia come una sola zona arancione. L’epidemia non ha colpito tutto il Paese con la stessa intensità. Non possiamo, in prospettiva, far valere i divieti in modo uniforme, anche per permettere alle aree meno attinte dal contagio di contribuire alla ripresa nazionale. Mai come in questo caso, il tempo è denaro. E l’Italia di denaro ha bisogno ora e ne avrà ancor più bisogno per ripartire. Tutta insieme, senza lasciare indietro nessuno.

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1 COMMENT

  1. A valle dell’approvazione della Legge Biagi e della sua applicazione, tutto è stato fatto, tranne che modellizzare ed ingegnerizzare i flussi informativi rivenienti dalle fonti di rendicontazione amministrativa (Agenzia delle Entrate e del Territorio, Catasto, INPS e Casse Previdenziali, nonché Uffici Provinciali del Lavoro e Centri per l’impiego, per dar modo, a chi di Competenza, di allocare (o per lo meno indirizzate) il Capitale Umano, rispettando la vocazione di ciascun/na cittadino/a, verso la più opportuna Collocazione Lavorativa.

    Il Job’s Act all’italiana ha prodotto forse gli stessi risultati di quello Americano ???

    Meno scimmiottamenti di Sistemi Istituzionali altrui, quello Americano, Francese, Tedesco, Britannici e/o Giapponese o Coreano, e più rispetto per le Vittime di ogni forma di Terrorismo, precedente o meno l’11 Settembre 2001.

    Sorprende me (e non solo, credo), me che non ho votato nessuno degli Attori Decisionali in gioco in questa Emergenza, come il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed il Primo Cittadino della Città Metropolitana di Bari Antonio De Caro, ieri sera (28/3/2020), abbiano voluto far fuori il Governatore Regionale e tutti gli altri Governatori Regionali dal processo decisionale ed esecutivo inerente tale Emergenza, appunto.

    Che facciano sintesi (Legislativa ed Amministrativa) se ci riescono, oppure rassegnino elegantemente le dimissioni.

    Amen.

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