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Salviamo i cristiani dalla “civiltà” occidentale

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Il Cristianesimo è il Perturbante, nel senso freudiano del termine. I nichilisti di oggi non riescono proprio a sopportare la Cristianità come fatto integrale, non solo intimistico, ermeneutica, similheideggeriano, di heideggerismo minore sostanziato, occorre precisare; il Cristianesimo come Cristianità, spiegato da Maggiolini in un saggio pubblicato sulla rivista di Ratzinger e Balthasar, Communio, negli anni novanta del secolo scorso, è indigeribile. Ci vuole, invece, il cristianesimo senza maiuscola, il tomo minore, la negazione della Croce e l’elevazione dell’interpretazione, dio minore con il quale si leccano gli stivali della fiorente ermeneutica dell’accademia vincente, “de sinistra”, imparruccata e anti-capitalista, avendo rendite di Stato e giacobinismo totalitario da vendere.

Ecco, questo milieu è l’anticamera della tortura ideologica alla quale viene sottoposto il Cattolicesimo, la “vera religione” come sapevano i nostri Padri, di formazione agostiniana, tutta roba da scrivere con la severa maiuscola. Pezzi interi di Chiesa vengono tranciati via, oggi, dalla violenza islamica, in Iraq, ma anche in Sudan e in Palestina. Anche con una certa complicità cinese, in Africa, ma i mondi chiusi e fondamentalisti, con le loro distinte e specifiche caratteristiche, si intendono bene. Soprattutto quando si tratta di incidere sul corpo del Cristianesimo. E perché? Chiaro: perché il Cristianesimo è Cristianità, cioè civiltà e senso comune di una tradizione bimillenaria, edificatrice di cattedrali con mura e con summe magistrali, dunque un fronte compatto di verità e di clamore. Un successo infinito. Che viene attaccato e ferito, con un eccesso di zelo degno di miglior causa, dal nichilismo nostrano ed europeo in genere, alleato oggettivo della belva islamica.

E’ assolutamente necessario difendere i cristiani, anche usando la forza. Paolo VI commise un errore quando sostenne orgogliosamente, ma assai poco realisticamente, che la Chiesa non si sarebbe mai abbassata ad assumere il principio della richiesta di un livello minimo di reciprocità nei confronti della libertà religiosa a favore dei cattolici e dei cristiani, del loro sacrosanto diritto di culto, che i costumi islamici negano con la violenza. La più grande moschea d’Europa costruita di fronte a San Pietro, voluta dal gran maestro del compromesso al ribasso, Andreotti, è stato il segno del cedimento nei confronti dell’Islam, considerato un interlocutore da blandire, anziché un pericolo da contrastare. In un articolo dal titolo assai eloquente, Europa, europei, euroitaliani, Cernetti, dunque non un cattolico, anzi uno gnostico apocalittico piuttosto anti-cristiano, ha osservato: “Sentirsi europeo vorrà dire sentirsi muslim, sottomesso alla parola coranica? Tra poco accadrà, a Roma, qualcosa di autenticamente meditabile, e di ben più contundente che la grinta della Bundesbank: sarà inaugurato l’altro San Pietro, la grande Moschea romana di Forte Antenne. Nascerà l’euromuslim, naturalmente…”. Non ricorda tutto ciò l’Eurabia di fallaciana memoria? La rivista 30Giorni, diretta appunto da Andreotti, è il manifesto culturale di questo cedimento all’Islam, dhimmitudine pura, seppur manifestato come una sorta di permanente dialogo ecumenico, con l’uso di una retorica rassicurante e di segno anti-americano.

Magister, nella sua newsletter, www.chiesa, annota che la dhimmitudine sia questione dimostrata tanto dalla Fallaci quanto da Bettiza, poi riannodata attorno alla contemporaneità da Bat Ye’or, infine, ripresa, in chiave più marcatamente biblico-teologica, da un esegeta gesuita del calibro di Rossi De Gasperis (La Shoa spirituale attuata dagli arabocristiani, sulla newsletter di Magister, 27.03.2002). Apriamo dunque un fronte realmente critico e possiamo farlo agevolmente documentandosi, attingendo a fonti culturali direi neoclericali come 3Giorni. Basta leggere, nel numero di aprile 2007, il reportage dedicato alla missione in Siria del gesuita padre Dall’Oglio: “A raccontare di padre Paolo si rischia di scivolare nel cliché dell’idealista ostinato dall’ego ingombrante. Figlio di uno dei leader democristiani della prima ora («quando tornavano in treno dalle grandi manifestazioni, a De Gasperi capitò di addormentarsi sulla spalla di mio padre Cesare, che alla fine degli anni Quaranta dirigeva i gruppi giovanili»), quartogenito di otto fratelli, casa borghese al quartiere Salario. E poi la militanza a sinistra, da cristiano “per il socialismo”, il volontarismo del ragazzo benestante da esercitare nelle borgate romane, lo scoutismo, il servizio militare negli alpini («volevamo occupare la caserma, aspettavamo da un momento all’altro il golpe degli americani…»). Fino al sorprendente proposito di entrare nella Compagnia di Gesù, emerso nel ’74 come risposta traboccante a una vocazione avvertita in mezzo ai mille desideri di vivere alla grande. Un’avventura che anche per casi fortuiti – un viaggio dalla Turchia alla Giordania, o l’incontro con l’islamologo gesuita Arij Roest Crollius – appare subito segnata dal fascino per il mondo musulmano, per quella moltitudine «che in ogni Paese s’inginocchia nel medesimo gesto, e prega sussurrando con la stessa lingua le sue parole di sottomissione all’unico Dio». A Pedro Arrupe già nel febbraio ’75 il novizio romano confida baldanzoso il suo desiderio di «offrire la vita per la salvezza dei musulmani» “. Il cedimento delle élites, provenienti dal cristianesimo militante a sinistra, nel socialismo, è spaventosamente evidente. Un terremoto spirituale, antropologico e culturale. Nonché pastorale, se pensiamo a cosa sia ridotta la missione e l’evangelizzazione con un approccio di questo genere.

Errore. Un altro errore: il dialogo interreligioso di Assisi il 27 ottobre 1986, altro errore che ha ingenerato un sentire comune errato nei confronti non solo dell’ecumenismo, ma anche nei riguardi della nostra civiltà, cristiana e occidentale. Una sequela di errori che stiamo pagando a prezzo d’inflazione. Perfino la destra di Fini sta cedendo, anche per evidenti limiti culturali e per una neppure troppo celata volontà di inserirsi nel corpo degli eletti liberaldemocratici, cioè progressisti. Nell’analisi oggettiva dello  stato delle cose non può non prevalere un certo disincanto. Oggi siamo al punto di svolta. Aderire all’appello di Magdi Allam per la difesa dei cristiani è certamente un passo civile, che io personalmente farò (a proposito, per aderire, basta scrivere all’indirizzo e-mail salviamoicristiani@gmail.com). Ma non basta. E’ necessario presidiare militarmente i territori in cui il cristianesimo viene ferocemente attaccato: in Iraq e in Sudan sono vere e proprie carneficine, l’Onu, anti-cattolico fino al midollo, ha miseramente fallito, ci vogliono gli Stati dell’Europa di Sarkozy e della Merkel. Questo asse politico-militare deve fare la sua parte. Perché sull’Europa degli burocrati non si può fare affidamento, ovvio. La difesa armata dei territori nei quali i cristiani, soprattutto cattolici, vengono massacrati, deportati o costretti a convertirsi all’Islam, se no gli fanno la pelle, è un momento strategico di difesa dell’Occidente. E, insieme, una ripresa decisa dell’identità cristiana e occidentale. Le armi servono anche a ristabilire la giustizia e la libertà religiosa, là dove esse vengano gravemente vulnerate. Ingerenza filo-identitaria. C’è l’ingerenza umanitaria, bene, questa è sia un’ingenerenza umanitaria che un’ingerenza filo-identitaria. L’Europa si percepisce come colpa. L’Occidente si sente colpevole di ogni male dell’umanità, si straccia le vesti e gonfia di dollari e di euro tutti gli intellettuali capaci di minarne ancor più gravemente il senso identitario. Blair è riuscito addirittura ad arruolare Tariq Ramadan, il nipote del fondatore del pericoloso gruppo islamico fondamentalista dei Fratelli Islamici, in una commissione per l’integrazione. Come a dire: vi paghiamo, purché non ci tocchiate il life style neoborghese e decadente. I neocon avevano ben compreso questa deriva nichilista in Occidente. Tutte le religioni sono da combattere, tranne l’Islam, quella che si è insediata con tanto di kamikaze made in Europe e di figli di immigrati di terza generazione, con professioni consolidate e integrazione a prova di bomba. Bomba contro di noi, naturalmente.

Ma la radice di questo devastante fenomeno di auto-dissoluzione dell’Occidente con la pressione esogena dell’attacco islamico, un caso storico più unico che raro, riposa nella disgregazione violenta del fondamento oggettivo e storico della costruzione dell

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