Salviamo i liberali dal libertarismo

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Salviamo i liberali dal libertarismo

19 Aprile 2007

Le confusioni della mente sono dannose non perché generano errori concettuali ma perché impediscono di percepire le profonde trasformazioni che segnano le nazioni e i continenti. Ne costituisce un esempio paradigmatico la confusione tra liberalismo e libertarismo, a torto ritenuti due species – moderata l’una, radicale l’altra – dello stesso genus. Questo luogo comune, tipico in Italia dell’ideologia gobettiana e azionista, non consente di mettere a fuoco la rivoluzione culturale che, da molti decenni, sta mutando il paesaggio umano e spirituale dei paesi atlantici: il passaggio dalla democrazia liberale alla democrazia libertaria. Si tratta di due modelli solo per alcuni tratti simili ma, in realtà, profondamente diversi.

Entrambe le “democrazie” si fondano sugli “individui” che vogliono sottrarre alle vecchie agenzie di controllo e rendere sovrani delle loro vite (“quisque faber fortunae suae”) ma quelli ai quali ci si riferisce, non sono “gli stessi individui”. La democrazia liberale, infatti, pensa agli individui nella concretezza delle loro determinazioni sociali; la democrazia libertaria guarda agli individui ‘astratti’da ogni vincolo storico e comunitario, tenuti a rispondere soltanto alla loro coscienza e autorizzati a realizzare volizioni, desideri e aspirazioni, senza dover rendere conto ad alcun Dio o padrone, “né in cielo, né in terra”. Naturalmente si riconosce il divieto di recar danno agli altri sennonché questa limitazione, che nel vecchio universo liberale non aveva nulla di ambiguo e di controverso, nell’ambito di una filosofia ispirata all’individualismo radicale, diventa non poco problematica. Cosa significa, infatti, “non recar danno agli altri?”: se torturo il mio cagnolino che danno infliggo al mio prossimo? Se gli squadroni della morte uccidono per mero sadismo i ninos de rua che danno ne viene ai benestanti abitanti di Copacabana? Evidentemente la pietas per gli animali e il rispetto della vita umana rinviano a principi che vincolano tutti : esiste un “danno sociale” che non è iscritto in natura ma è il precipitato di costumi, convenzioni, credenze, visioni del mondo che si compendiano nel concetto di “civiltà”. Ma quali e quanti debbono essere i ‘limiti’ imposti dalla civiltà e chi stabilisce dove e quando ci si deve fermare?

Il liberalismo classico – che tutti citano ma ben pochi conoscono – non fondava le libere istituzioni sul consenso degli atomi umani “razionali”, liberi ciascuno di “vivre sa vie” secondo il proprio gusto e le proprie inclinazioni, ma su una pluralità illimitata di dimensioni intermedie tra i cittadini e lo Stato. Tali dimensioni, con la libertà concessa di entrata e di uscita (exit), assicuravano ai consoci di assecondare le rispettive vocazioni e, nello stesso tempo, con la loro stabilità nel tempo alle origini di una quasi-sacralizzazione, garantivano quell’identità etico-sociale, in mancanza della quale gli aggregati umani sono destinati alla dissoluzione.

In altre parole, i cittadini responsabili auspicati negli scritti di Constant e di Tocqueville erano liberi nei confronti del potere statuale ma ricevevano dalla famiglia, dalle chiese, dalle associazioni di ogni tipo la loro sostanza spirituale, quella sostanza che li metteva in grado di resistere alle prepotenze e agli arbitri pubblici e privati. Il controllo sugli spiriti rimaneva, per così dire, quasi invariato ma veniva ripartito in maniera diversa tra lo Stato e la “società civile”, divenendo quest’ultima la vera responsabile del contenimento della ‘devianza’, dei processi di acculturazione e delle forme sempre nuove della solidarietà. All’interno di una divisione del lavoro che faceva dello Stato, in alto, il “custode dell’ordine” e della società civile, in basso, la “fabbrica dei valori”.

I liberali dell’Ottocento si guardavano bene dal mettere sempre in discussione i “costumi” – quei moeurs che Tocqueville riteneva i cardini della convivenza – e lo facevano solo quando, a loro avviso, la “forma” aveva tradito lo “spirito” o quando certe norme e discriminazioni non avevano più alcuna ragion d’essere dinanzi ai mutamenti intervenuti nel tessuto sociale. Per loro, la vecchia casa andava ristrutturata ma non abbattuta e andava ristrutturata proprio per essere conservata e trasmessa alle generazioni future. Nelle pagine degli ultimi grandi maitres-à-penser del liberalismo, da Berlin ad Aron, da Hayek a Popper è questa l’aria che si respira.

Nei dibattiti etici del nostro tempo – specie quando si toccano temi come la famiglia, la scuola, il tempo libero – si ha l’impressione, invece, di vivere non in una democrazia liberale ma in una democrazia libertaria. E’ assolutamente vietato sindacare le scelte e gli stili di vita degli altri! Nessuno deve intromettersi negli affari privati della gente! In aggiunta, il pluralismo e il relativismo culturale portano quasi a criminalizzare la ricerca di valori forti e comuni e sia l’uno che l’altro, pur distanti anni luce dall’individualismo libertario, vengono arruolati nell’opera di demolizione di quanto è rimasto della società liberale ottocentesca, col suo perbenismo repressivo, la sua etica vittoriana, il suo senso dell’onore e della rispettabilità.

Il guaio è che, nella maggior parte dei libertari – soprattutto italiani – accanto al principio della sovrana autarchia degli individui sta una filosofia della solidarietà che affida alla res publica il compito di assicurare diritti e risorse vitali a quanti non tollerano la minima interferenza nella loro privacy. Si potrebbe dire: libertà di “devianza” per gli individui, dovere di assistenza e di cura per la collettività.

La “democrazia libertaria” cancella l’etica sociale “accomunante” ma conserva la politica del Welfare State che aveva senso solo in un contesto di progetti di vita condivisi. Non a caso i libertari più coerenti, quelli di scuola nordamericana, riconoscono a tutti gli individui tutte le libertà ma non impongono nessun codice dei lavoratori, nessuna cassa integrazione e, soprattutto, nessun “pasto gratuito”.