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Salviamo la Norma da una messa in scena tibetana e un po’ nazista

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Inaugurando il 26 luglio il Festival di Salisburgo (che si protrae sino al 21 agosto), il nuovo “patron” della manifestazione austriaca, Jűrgen Flimm, ha concesso una serie di interviste a quotidiani italiani accusando i registi di teatro in musica del nostro Paese di essere ormai “passés”. Salva, a mala pena, Luca Ronconi mentre tutti gli altri dovrebbero essere posti in teche da museo (meglio se polverose). A fine mese, dopo una settimana a Salisburgo, vediamo cosa ci propone, oltre ai nudi femminili ma soprattutto maschili ormai di prammatica alle soglie dell’Arcivescovado di mozartiana memoria. Gli suggeriamo comunque un viaggio allo Sferisterio di Macerata, di cui ci siamo già occupati domenica 29 luglio prima di avere, cioè, il nuovo allestimento di “Norma” di Vincenzo Bellini ad opera di Massimo Gasparon. Come è noto nel lavoro belliniano pulsioni nazional-risorgimentali si fondono con un intreccio passionale e con il tema dell’amicizia tra le due protagoniste femminili. L’opera è l’apoteosi del canto puro nella sua espressione sia lirica sia tragica. Ad un’orchestrazione quasi elementare si giustappone una solennità statica ed un canto puro e lineare, caratterizzato da una ricca vena melodica tanto che lo stesso Richard Wagner la paragonò alla tragedia greca. Le difficoltà di esecuzione sono principalmente vocali.

Paolo Arrivabeni tiene efficacemente in pugno l’orchestra, pur dilatando i tempi.  Dmitra Theodossiou svetta in ruolo terrificante per l’ampiezza di registro che richiede; la sua è una Norma altamente drammatica (alla Callas) piuttosto che romantica (alla Caballé). Il successo e gli applausi hanno arriso anche a Daniela Barcellona, un’Adalgisa intesa. Carlo Ventre è tanto generoso con la voce quanto infingardo con le protagoniste. Simon Orfila un Oroveso modesto. Insignificanti i caratteristi nei ruoli minori. Ottimo il coro guidato da Davide Crescenzi. In complesso, sotto il profilo musicale, nonostante Orfica, una “Norma” da ricordare tra le migliori ascoltate in questi ultimi anni.

I problemi seri vengono con le scene, i costumi e la regia. Abbiamo criticato, perché polveroso, l’allestimento (regia di Walter Pagliaro, scene e costumi di Alberto Verso) visto in marzo a Catania ed in giugno a Palermo. Meglio vecchiotto che sbagliato. Nell’edizione approntata da Massimo Gasparon, le Gallie sono trasferite in un improbabile Tibet (omaggio ad un archeologo di Macerata, ossia ad un genius loci della città) con bonzi guerrafondai; al posto delle quercia per le invocazioni alla luna abbiamo la cupola del Reichstag nazista contornata da svastiche; i romani hanno, sotto la corazza, lunghe tuniche viola con la coda (vestiti così non possono che  prendere botte da orbi dai bellicosi bonzi). A Jűrgen Flimm forse un pasticcio del genere sarebbe piaciuto (vi avrebbe aggiunto un pizzico di nudità). Per noi è un’indizio che probabilmente ha ragione nel pontificare che in Italia non ci sono che pochi lirici di qualità. Questo allestimento gli offre un indizio.

Norma , tragedia lirica in due atti di Felice Romani musica di Vincenzo Bellini
Regia, Scene e Costumi: Massimo Gasparon
Direttore: Paolo Arrivabeni
Protagonisti: Dmitra Theodossiou, Daniela Barcellona, Carlo Ventre, Simon Orfila

Allo Sferisterio di Macerata ed al Teatro Romano di Urbisaglia sino all’11 agosto.

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