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Salviamo l’Università da Prodi&Mussi

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Riaprire il discorso su università e ricerca è urgente. Questo governo ha bloccato ogni intervento. Ha tolto potere ad un corpo ministeriale che, a fronte di una strumentazione ancora arcaica, faceva il possibile per mandare avanti le cose. E, in compenso, non è riuscito a imporre alcuna visione strategica alternativa. Si è limitato a costituire un’agenzia nazionale per la valutazione che, non è difficile prevederlo, si trasformerà presto in un nuovo CSM, supportato dalle medesime stanche egemonie. Sta provando a varare un nuovo tipo concorso per l’immissione in carriera, farraginoso e complesso come nessun altro, nell’illusione di trovare finalmente la pietra filosofale che impedisca favoritismi e ingiustizie. Proclama demagogicamente di voler bandire migliaia di concorsi per giovani ricercatori bloccando le fasce superiori, non occupandosi né di ridefinire lo status di questa figura accademica né le retribuzioni, assai prossime ai livelli minimi di sussistenza.

In questo vuoto di iniziative e d’idee, inevitabilmente, fiorisce lo scandalismo. Gli scandali certo non mancano negli atenei. Documentarli e denunciarli è un bene. Gli scandali, però, non risolvono il problema. E poi - va gridato alto e forte -, non riguardano l’intera categoria. Nelle università italiane vi sono fior di studiosi che “resistono” unicamente per passione verso la loro ricerca. Dopo esser passati per almeno tre gradi di giudizio, vengono a percepire uno stipendio un po’ meno che decoroso. Meritano, fosse solo per questo, considerazione e rispetto. Non possono essere confusi da un presentatore televisivo miliardario, avanzo di assemblea sessantottina, con dei politicanti da strapazzo. E il ministro dell’università, presente in studio, avrebbe avuto il dovere di difenderli, anziché ridersela sotto i baffi, soddisfatto non si sa bene di che.

Ma tant’è: nuovi servizi scandalistici già in preparazione ci riempiranno occhi e orecchie con il rischio di ottunderci il cervello, se non vi sarà chi avrà la forza di lanciare poche idee ma chiare. E mentre verrà scoperto l’ennesimo amante divenuto professore per meriti orizzontali, il declino dell’università andrà avanti trascinando con sé l’intera nazione.

E pure, basterebbe poco. Basterebbe fare in modo che l’autonomia universitaria non fosse intesa come particolarismo locale, in nome del quale le carriere si compiano nello stesso spicchio di terra, dalla laurea alla pensione.

Basterebbe avere il coraggio d’affermare che per riformare gli atenei, assai più dello scandalismo, potrebbe la concorrenza: non soltanto tra sedi universitarie ma anche tra i docenti di uno stesso ateneo. Perché è contrario a ogni principio di giustizia che quanti tirano la carretta, portano lustro e denari alla propria sede guadagnino quanto chi s’imbosca o utilizza il titolo accademico per rimpinguare le casse dello studio privato.

Basterebbe dire una volta per tutte, attraverso disposizioni di legge e provvedimenti conseguenti,  che la meritocrazia è il principio che deve governare il mondo degli studi. E che, per questo, così come lo stato ha l’obbligo di aiutare i migliori attraverso delle borse di studio che relativizzino l’importanza del reddito, esso deve anche impostare una politica dell’eccellenza prevedendo finanziamenti e procedure particolari per quelle sedi che reggono la competizione a livello internazionale.

Basterebbe, infine, far diventare senso comune la necessità che soldi privati vengano attratti dall

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