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Salviamo l’università dai demagoghi e dai moralisti

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“No taxation without representation”. Rifiutiamo di pagare le tasse se non siamo rappresentati nelle istituzioni che le impongono. Con questo proclama i coloni americani prima rifiutarono obbedienza a sua Maestà Britannica e subito dopo proclamarono e difesero con la guerra la propria indipendenza.

In Italia, invece, prosperano non pochi privilegiati che godono del vantaggio della ‘representation without taxation’, caste che detengono e pretendono di disporre liberamente di  risorse da loro non prodotte. Con arroganza reclamano il rispetto di questa stato di irresponsabilità nel nome dell’autonomia, parola che oggi incorpora un’ambigua sacralità. I professori universitari rappresentano molto bene questa fattispecie. Da circa un decennio, infatti, essi hanno ricevuto la piena autonomia dell’uso del denaro conferito in massima parte dal governo. Mentre prima del 1999 i ‘posti’ di professore erano stabiliti dal Ministero, oggi i posti e le promozioni sono decise a livello di ateneo dai professori che si sono, chi più chi meno, dedicati con gioia e con perizia al ‘saccheggio’ del bilanci.  Le crisi finanziarie che affliggono numerosi  atenei italiani sono state generate dalla irresponsabilità dei professori universitari e non dalla insensibilità del governo per la cultura o dalla perfidia di un ministro che si rifiuta di ripianarne i deficit come un tempo si faceva, ad esempio, con l’Alitalia.

Le opportunità offerte dall’attuale modello di governo degli atenei sono state sfruttate con grande sapienza dai professori universitari. Un posto all’università (non importa se di professore o ricercatore) è assegnato per la vita, è un posto fisso, e la spesa è a carico del contribuente e non di coloro che lo conferiscono. Quando con toni scandalistici vengono denunciati casi di irregolarità vere o presunte nei concorsi universitari, i beneficiati non compaiono mai sul banco degli imputati né sono messi alla gogna. Talvolta i commissari dei concorsi ritenuti irregolari possono avere qualche noia, ma i miracolati da tali irregolarità non corrono alcun pericolo: il vitalizio sarà loro assicurato, appunto,  per tutta la vita.

Perché mai, allora, un padre premuroso o un professore invaghito dell’avvenenza intellettuale di un’allieva brillante dovrebbe rinunciare a sistemare coloro che orbitano nella sfera dei propri affetti se il sistema glielo consente (se non addirittura glielo suggerisce)? A questa domanda si risponde sommariamente da due punti di vista: quello del moralista e quello del riformista. Il primo è tanto insopportabile quanto, purtroppo, popolare. Ne è un ottimo esempio quello espresso nel libro di Carlucci e Castaldo ‘Un Paese di Baroni’ (Chiarelettere editore); si tratta di una serie di situazioni scandalose raccolte nelle università italiane. Sono posizioni critiche, queste, che vellicano l’indignazione del qualunquismo e del disimpegno e per questo offrono tanta visibilità agli autori che non mancheremo di vedere in chissà quanti talk-show.

La risposta ‘riformista’, invece, prende sempre spunto dall’analisi del contesto nel quale si manifesta ciò che non vorremmo che fosse. Per comprendere tutto ciò che di negativo si ravvisa nello stato in cui versano gli atenei italiani, si deve partire dal fatto che l’attuale modello di governo è incompatibile con l’autonomia conferita nel 1999 da Berlinguer-Zecchino. Il ministro Mariastella Gelmini ha consapevolmente indicato nel documento ‘Linee guida del Governo per l’Università’ cosa fare per rimuovere le cause del malgoverno. A parte qualche modesto belato  (vedi il documento della Conferenza dei Rettori dell’Università Italiane (CRUI) ), la paura che qualcosa cambi e alteri abitudini e poteri consolidati in ambito accademico ed anche il timore delle reazioni conseguenti, che abbiamo conosciuto anche di recente, favoriscono coloro che con ogni mezzo operano per spostare l’attenzione lontano dal documento del Ministro Gelmini. Ed il moralismo scomposto è il miglior alleato delle forze della conservazione, cioè dei baroni universitari.

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2 COMMENTS

  1. grassini
    Ma questo Savonarola non è che per caso ha anche lui parenti (ordinari) nella stessa università e di una materia parecchio affine alla sua?

  2. al peggio non c’è fine
    Giustamente Grassini denuncia l’inutilità delle posizioni moralistiche: piuttosto che urlare al disastro, sarebbe necessario analizzare le cause e proporre rimedi. La proposta del Ministro – limitare la permanenza sulla poltrona di Rettore – è del tutto insufficiente. E gira tra gli addetti una bozza di DDL secondo la quale il Consiglio di Amministrazione sarebbe di nomina del Rettore. Questa proposta fa seguito ad una idea bislacca che circola in alcuni ambienti: “Bisogna dare più potere ai Rettori”. Rettori come al solito eletti dai docenti. E’ il caso di dire che al peggio non c’è fine. E’ la solita “italian way” alle riforme. Prendo da modelli stranieri il pezzo che mi sembra funzionale, trascurando il resto. Nelle università USA il Rettore ha un gran potere, ma è lui nominato dal CdL, il quale è a sua volta designato dall’esterno.

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