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Il modello paterno

San Giuseppe, festa del papà. E di padri c’è davvero bisogno

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San Giuseppe, festa del papà. E di padri c’è davvero bisogno, uomini che sappiano essere rispettosi, responsabili e protettivi. Non è questo il modello di virilità più gettonato oggi. Dopo la disgregazione del vecchio schema patriarcale i maschi non hanno più un modello sociale a cui fare riferimento con certezza, tra fluidità gender, un maschilismo aggressivo, vendicativo e misogino, e l’individualismo imperante che, per gli uomini come per le donne, tende a disgregare le relazioni affettive stabili e il senso di responsabilità personale. Del resto, secondo un recente sondaggio, sembra che il 51% dei giovani veda un futuro senza figli, e non sappia immaginarsi genitore. Nel giorno dedicato ai papà vorrei quindi parlare anche di donne. Perché talvolta quando si lamenta la scomparsa dei padri e l’appannamento della figura paterna, lo si fa  alimentando il conflitto con le donne, come se fosse possibile essere padri “contro” le proprie mogli e compagne, o ex mogli e compagne. No, non è possibile. Come non è possibile usare, con il pretesto di valorizzare la paternità, un termine tipicamente gender come “bigenitorialità”, che non vuol dire, come qualcuno crede, che i genitori sono due, bensì proprio l’opposto. Premettere il “bi” alla parola genitorialità implica che essere genitori sia una questione puramente individuale, e che per indicare il numero dei genitori sia necessario aggiungere un prefisso: monogenitorialità e bigenitorialità sono ormai parole di uso corrente; c’è già, anche se più rara, la trigenitorialità, e poi chissà a quale prefisso si potrà arrivare.

Proprio perché, invece, i genitori sono due, per essere padre bisogna saper stare accanto alla madre. Come San Giuseppe, capace di accettare il miracolo misterioso di quella nascita, e di vivere accanto a Maria proteggendo, per quanto gli era possibile, lei e il bambino.

Nessuno ha ricette, però penso che un padre, come del resto una madre, prima di rivendicare diritti dovrebbe essere capace di dare, e di rinunciare anche a se stesso. Capace di riconoscere il legame privilegiato tra la donna e il bambino, e di costruire la propria paternità garantendo la serenità di quel legame.

Agli uomini che hanno la meravigliosa ambizione di essere padri vorrei dare un consiglio leggero e uno più serio. Il primo, riascoltare la canzone degli Stadio che vinse Sanremo qualche anno fa, Un giorno ti dirò. Che l’avessero votata, che milioni di spettatori del festival ne avessero apprezzato il testo, è stata una bella sorpresa. E’ un padre che rinuncia a una nuova, coinvolgente storia d’ amore per rimanere accanto alla figlia, pur sapendo che lei non capirà fino in fondo il suo gesto, nemmeno quando sarà adulta. L’altro consiglio è leggere il bel libro di Debora Donnini Finché non sorsi come madre (Chirico-Cantagalli editore). Perché per essere padri bisogna saper stare accanto alle madri, e magari capirle di più.

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