Sarà l’anima di Milano la chiave per il successo

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Sarà l’anima di Milano la chiave per il successo

23 Giugno 2008

Per l’Expo è stato raggiunto un equilibrio tra i due principali protagonisti presenti sotto la Madonnina: Letizia Moratti e Roberto Formigoni. Al sindaco di Milano saranno affidati tutti gli interventi diretti alla realizzazione del sito dell’esposizione, mentre al governatore lombardo è assegnato il compito di coordinare il cosiddetto Tavolo Lombardia, cioè l’esecuzione di tutte le infrastrutture necessarie a garantire accessi adeguati alla manifestazione internazionale in programmazione per il 2015.

La scelta non manca di una sua razionalità: gli interventi più mirati all’Expo per essere realizzati in circa sei-sette anni richiedono un’unità di comando considerevole e affidarli a consessi decisionali troppo ampi implicava evidenti rischi, mentre fare strade, autostrade, ferrovie e simili interventi è un compito che richiede il massimo della politica e senza un amministratore esperto, in carico ai problemi già da ora, diventerebbe un’impresa disperata. 

Nonostante la razionalità della scelta, è bene che la Moratti sia ben consapevole delle difficoltà che ha di fronte: le grandi Expo nel mondo (e anche nel passato di Milano) hanno funzionato perché combinavano spettacolo, vera innovazione, senso etico-culturale, capacità di costruire simboli e lasciare segni nella città. A Milano l’Expo del 1906 fu un’occasione per valorizzare il traforo del Sempione orientando una parte decisiva dello sviluppo urbano e anche per dare slancio alla ricerca nel campo dell’igiene del lavoro. Naturalmente il successo venne garantito anche dalla qualità dei padiglioni che poi serviranno come modello per la Fiera Campionaria che resterà a lungo tra le più innovative del mondo. 

Quanto il compito della Moratti sia difficile, lo spiega Massimiliano Fuksas sull’Espresso: “E’ il nostro sport nazionale, quello di soffocare gli entusiasmi e la passione positiva”, scrive. E tenere viva la passione sarà il primo obiettivo dell’impresa: ma questo è possibile solo se la suddetta impresa esprimerà una cultura forte. Non ce la si cava né con la tecnica né con la sociologia e neanche con l’etica (i parchi per bambini, gli aspetti sociali e così via). L’Expo è spettacolo e simbolo, senza cultura non va da nessuna parte. 

Il tema della manifestazione, “nutrire il pianeta”, è sicuramente importante ma per far spostare qualche decina di milioni di persone e farli a venire a visitare l’area nord ovest di Milano, bisogna dare loro sensazioni forti. Basta considerare quel che avviene in questi giorni a Saragozza con l’Expo 2008 aperta da giugno: il tema del preservare l’acqua è molto ecologico, la filosofia degli organizzatori spagnoli è molto politicamente corretta (non più solo esposizione della modernizzazione per la modernizzazione come nell’Expo di Siviglia, ma riflessione su che cosa è sviluppo sostenibile) però i sette milioni che si prevedono verranno nell’antica città aragonese saranno richiamati oltre che dai concerti di Bob Dylan o di Daniel Barenboim, dalla meravigliosa e impressionante stazione Delicias o dal ponte di Zaha Hadid, che con forme avveniristiche ripercorre il modello del Ponte Vecchio di Firenze e di quello di Rialto a Venezia. 

Si sa che la grande architettura deve avere un senso: quella del 1906 indicava uno sviluppo di Milano verso il Sempione, quella di Saragozza ricuce la città. Le expo possono funzionare anche solo come spettacolo, vedi Siviglia, e possono fallire se il messaggio è solo etico-sociologico invece che architettonico-storico, come Hannover. Comunque è l’architettura che resta il grande protagonista, quello che fa “muovere” i visitatori di Expo. 

L’unicità di comando morattiana, e del suo fido Paolo Glisenti, funziona a due condizioni: che sia capacità di ascolto e insieme capacità di selezione. Da soli senza un forte contributo della cultura più alta non si va da nessuna parte. E si finisce male anche se non ci si attrezza per selezionare gli interlocutori di alta cultura. Con l’Expo non si tratta di dare il via a un’impresa che produce merci con le sue regole, i suoi manager, che basta studiare un po’ le tecnicality e scegliere persone competenti, ma si deve dare un pezzettino di anima a una grande città con una grande storia e una grande collocazione internazionale: e si deve fare capire al mondo il senso di questa impresa, in modo che ciò invogli qualche milionata di visitatori a muoversi. 

Così a occhio, anche in attinenza al tema del “nutrire il pianeta”, l’aspetto da valorizzare di Milano è quello di città degli scambi: tra i porti dell’Est e dell’Ovest, tra Mediterraneo e Europa continentale, ricca di una produzione anche agricola. Se Saragozza è, con il suo Ebro, molto acqua, Milano è scambio. Andrebbero mirate a valorizzare questa funzione alcune esemplari scelte innovative, su scala spettacolare, come il ponte della Hadid.