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Il Nobel scomparso a 87 anni

Saramago aveva scoperto che il mistero della scrittura non è un mistero

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“Tempo pessimo per votare”, si lagna un presidente di seggio, alle elezioni per il rinnovo del consiglio municipale della capitale senza nome di un paese senza nome. Si vedrà che non è problema solo della pioggia a dirotto, quando si fa lo scrutinio, e risulterà che oltre il 70 per cento delle schede è in bianco. Si ripete il voto, e le schede bianche arrivano all’83 per cento. In un crescendo angosciante il governo risponde via via con lo stato d’assedio, con lo sgombero della capitale, con la provocazione di un sanguinoso attentato nella metropolitana. Ma tutto è inutile: senza autorità costituite i cittadini sembrano vivere più felici che mai, e un ordine naturale sembra spingere tutti a fare spontaneamente ciò che deve essere fatto. Infine, per screditare il supposto “complotto anarchico” il potere cerca di fabbricare un capro espiatorio, ai danni di una donna che aveva serbato la vista quattro anni prima, quando nella stessa capitale aveva imperversato un’epidemia di cecità temporanea. Ma alla macchinazione si ribella proprio uno degli agenti segreti incaricato di fabbricarla, che tenta disperatamente di smascherare il governo e di salvare la vittima. Riuscirà solo a metà.

È la trama di Saggio sulla lucidità: un libro che José Saramago, il Nobel per la Letteratura del 1998 defunto venerdì a 87 anni, aveva scritto nel 2004, e che malgrado il titolo è un romanzo. E già questa inversione nelle parole è abbastanza significativa di un certo tipo di poetica. Ma non solo. Abbiamo scelto come esempio Saggio sulla lucidità come avremmo potuto scegliere Il Vangelo secondo Gesù Cristo: romanzo del 1991 su una rivolta di Gesù contro la “tirannia” di un Dio della tradizione giudaico-cristiana che Saramago ha sempre visto in termini più che negativi; e occasione di una polemica, per quel virulento ateismo che diventa addirittura antiteismo, cui Saramago rispose addirittura andandosene dal Portogallo, per trasferirsi in quelle spagnole Canarie dove è morto. Oppure Cecità: il libro del 1995 di cui il Saggio sulla lucidità è una continuazione, e che descrive un’inesplicabile epidemia di cecità fulminante; altra occasione di polemica delle associazioni di non vedenti americane contro il film che ne fu tratto nel 2008, per quell’assimilazione della cecità a una malattia morale da esse giudicata come “razzista”. Oppure la Storia dell’Assedio di Lisbona, del 1989: una cronaca della conquista medievale della futura capitale portoghese ai Mori, che un correttore decide di alterare trasformandola nella storia di come la città non fu conquistata; vicenda surreale e ucronica che è stata però vista come metafora della vicenda palestinese, e ulteriore riprova dell’ossessione anti-israeliana dell’autore. O La Zattera di pietra, del 1986: storia della Penisola Iberica che si stacca dall’Europa e inizia a navigarsene per conto proprio.

Insomma, una cifra è l’attrazione per quell’artificio letterario che ai suoi tempi Edgar Allan Poe aveva teorizzato come “logica dell’assurdo”. Ovvero: si prende una premessa irreale, e da quella si dipana poi uno svolgimento della massima conseguenzialità. L'altra, è il modo in cui queste favole e parabole diventavano però oggetti contundenti in una battaglia politica che infatti ha portato Saramago a esporsi in prima linea anche in Italia. Con le famose polemiche contro Berlusconi, in primo luogo: un Berlusconi da lui retoricamente accostato al Catilina ciceroniano. Ma anche con l’accusa a Repubblica di avere censurato una sua intervista a fini filo-israeliani: quando poi, invece, presumibilmente il giornale di Scalfari e Mauro non aveva voluto fare altro che difendere un così illustre campione di anti-berlusconismo da quegli eccessi polemici per cui la Lega Ebraica Antidiffamazione lo aveva infatti accusato di antisemitismo (in concreto, la fase tagliata era stata: “fintanto che ci sarà un palestinese vivo, l'olocausto continuerà”).

Il bello è che quella patria da lui considerata imprescindibile per in palestinesi Saramago invece non la considerava indispensabile per i suoi concittadini. Unico Premio Nobel per la Letteratura in tutta la storia della lingua portoghese, nel 2007 aveva rilasciato una clamorosa intervista per auspicare un futuro assorbimento del Portogallo da parte della Spagna.  Anche lo “sciopero del voto” del Saggio sulla lucidità, in apparenza, non era che una parabola. Ma nelle interviste e conferenze stampa con cui accompagnò la presentazione del  libro Saramago spiegava di voler fare sul serio, contro “il sequestro della democrazia da parte dell’ordine economico multinazionale” e “la corruzione che indebolisce la democrazia e la manipolazione che soffrono i mass media”. Ovvero, “il tempo pessimo per votare è quello di oggi”. Ma il gioco degli specchi non si fermò lì.

Nella più importante di queste presentazioni l’autore si ritrovò infatti fianco a fianco con Mario Soares e Marcelo Rebelo di Sousa: l’uno ex-presidente socialista, l’altro ex-leader del Partito socialdemocratico, che in Portogallo è il centrodestra. Insomma, il gotha della partitocrazia locale, a riprova del fatto che questo angosciato apologo non stato era poi “lo scandalo del diavolo” che Saramago aveva minacciato. Ma c’è di più. Subito dopo queste presentazioni Saramago andò a candidarsi nella lista del Partito comunista portoghese al Parlamento europeo proprio per un appuntamento come quello del 13 giugno 2004, in cui l’assenteismo elettorale raggiunse in tutto il Continente cifre record. Va detto che non fu eletto, ma lo sapeva in anticipo. In Portogallo si vota con la lista bloccata, lui era il numero 10, i comunisti non speravano in più di 3 seggi, e ottennero 2. Fare le vittime da principio, sulle manchettes dei libri, è stato sempre un metodo eccellente per vincere Nobel e raggiungere tirature da capogiro.

“Non ho cambiato il comunismo per l’anarchismo, semplicemente ho deciso di cominciare a designarmi come comunista libertario”, spiegava Saramago a chi gli chiedeva il senso di quella giravolta. Per la verità il Partito comunista portoghese, di cui Saramago è stato uno storico militante, non è che abbia mai brillato particolarmente per “libertarismo”. Al contrario, all’epoca del segretario Alvaro Cunhal fu uno dei Pc più stalinisti d’occidente, e durante la transizione alla democrazia, tra il 1974 e il 1976, tentò pure pesantemente di influenzare l’evoluzione politica del paese verso il modello della democrazia popolare, appoggiato in ciò da un’ala delle forze armate. È vero che l’unico grande dissenso tra comunisti e militari di sinistra fu alle elezioni per la Costituente del 1975, e proprio su una scelta alla Saramago: Cunhal presentò infatti proprie liste, che andarono maluccio; il Movimento delle forze armate (Mfa) aveva invece chiesto una valanga di schede bianche, apposta per screditare i partiti e lasciare spazio libero alla rivoluzione in divisa. Se in quell’occasione lo stalinista Cunhal non avesse togliattianamente difeso la “democrazia borghese” e i portoghesi avessero effettivamenteaderito allo sciopero del voto poi propugnato dal Saggio sulla lucidità, è probabile che di “ludi cartacei” i lusitani non ne avrebbero più sentito parlare per un pezzo.

Saramago, va però ammesso, non è mai stato quel che Guareschi avrebbe definito un trinariciuto. Lo dimostrò quando ruppe clamorosamente con Fidel Castro a proposito della fucilazione dei tre mancati dirottatori di una lancia. “D’ora in avanti Cuba seguirà il suo cammino, io resto qua. Cuba non ha vinto nessuna eroica battaglia fucilando questi tre uomini, ma ha perso la mia fiducia, ha distrutto le mie speranze, ha defraudato le mie illusioni”. Tale fu l’impressione generale per questa vigorosa dichiarazione, che quasi nessuno notò come Saramago non avesse però voluto firmare i successivi manifesti di condanna al regime cubano. Rimanendo sdegnosamente a far parte con se stesso. D’altra parte, lo stesso Saramago diceva che “il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo”. E che “il mistero della scrittura è che in essa non c'è alcun mistero”. E che “forse solo il silenzio esiste davvero”. Insomma, forse il primo a non prendersi troppo sul serio era lui stesso.
 

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