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Sarkò spiega come si possa ancora dirsi liberali

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L’intervista di Nicolas Sarkozy pubblicata sul Giornale fornisce lo spunto ideale per una riflessione sullo stato dell’arte del pensiero politico di destra. Utilizzo ancora la categoria “destra”, sapendo che essa è parziale come qualsiasi categoria analitica e descrittiva, e purtuttavia non così sostituibile come da più parti si sostiene. D’altra parte, vi è anche la necessità politica di far rientrare in circolazione questa categoria ora che essa sta riscuotendo significativi successi e incassando riconoscimenti anche da personaggi non contigui ad essa, come Glucksmann. Il nume tutelare dei “nouveaux philosophes” ha infatti dichiarato pubblicamente, in un articolo pubblicato sul quotidiano di sinistra Le Monde, di stare dalla parte di Sarkò, e per una serie di ottime ragioni, tutte ascrivibili alla sua storia di antico uomo della Gauche. Si licet parva…

Ma vi è molto di più in Sarkò, oltre alla sua capacità di incantare e attrarre filosofi di sinistra e operai, vi è qualcosa che francamente a stento si rileva nella destra nostrana: un pensiero politico. Questo è il punto oggettivo e il taglio specifico della “classicità” postmoderna di Sarkò. Egli afferma, in un medesimo spazio analitico, concetti distanti e, in chiave novecentesca, addirittura opposti, come l’eguaglianza (delle opportunità) e la libertà di intrapresa e addirittura di arricchirsi con il proprio talento, creando così una novità che non è in alcun modo soltanto mediatica, ma ricalca la struttura stessa della realtà contemporanea. Non sfuggirà agli osservatori più attenti della realtà sociale e antropologica contemporanea che l’alba del XXI° secolo ha già determinato la fine di un blocco sociale fino ad ora dominante: il ceto medio. Le classi medie sono in balìa della globalizzazione e ciò per due ragioni: da un lato, a causa di uno spostamento per così dire assiale dei mercati, anche interni, che ha causato una difficoltà per le piccole e medie imprese di operare esportando e per i lavoratori specializzati di recuperare spazio in un mercato determinato dall’outsorcing a basso costo; dall’altro, in ragione di una ridotta crescita del comparto economico europeo a fronte di un innalzamento del costo della vita e di un progressivo logoramento del potere di acquisto dell’euro. Tremonti fotografa bene la realtà europea ed assegna al “mercatismo” ideologico il ruolo di destrutturazione culturale e anche politica che non possiamo non ascrivergli, rimane ancora da analizzare con cura il nesso tra il debito pubblico e il ruolo delle banche nazionali, ma questo è un argomento che vale la pena affrontare in maniera compiuta ed articolata. Un dato di fatto emerge con chiarezza: le classi medie, quel grosso ventre, che taluni un po’ maliziosamente definiscono “molle”, capace di occupare due terzi delle quote sociali del reddito di un paese, è oggi in profonda crisi. Una crisi strutturale e, se l’aggettivo non fosse più che abusato, si dovrebbe dire epocale. Le classi medie sono oggi distanti dalla politica e dai politici, non percependo più la rappresentanza istituzionale come una risorsa per contenere i conflitti sociali e men che meno la possibilità di integrare le istanze dei propri interessi economici. Esiste uno iato tra la tecnostruttura politica e la base sociale della società; le classi medie rispecchiano questo iato, in una pauperizzazione crescente.

A tutto ciò si aggiunga la poderosa leva fiscale, che accelera la crisi sociale e scaraventa in basso le prospettive di avanzamento e mobilità sociali a cui legittimamente aspirano coloro che, negli anni novanta, avevano fatto passi significativi in avanti con la new economy e con un certo tipo di esportazioni, di tecnologia e mercati di lusso. Ma anche gli operai specializzati di ieri, i leaders dell’economia cognitiva, hanno subito contraccolpi di rilievo e oggi non trovano più terreno per recuperare. Ebbene, in questo quadro, che accomuna, seppur non perfettamente, la Francia e l’Italia, troviamo la destra francese, con Sarkozy, impegnata in uno sforzo anche concettuale e di implementazione politica di alto livello, con al centro un’idea di nazione e di sviluppo, ma anche, in guisa complementare, una certa idea di tradizione, di modernità e di civiltà. Il nesso con la tradizione cristiana, in Sarkò, è laidamente ricompresso nello stadio dello sviluppo di una mentalità proattiva e compiutamente responsabile, facendo leva sui soggetti produttivi e sulle loro ambizioni. Il tutto in una chiave di virtù civiche e doveri civili, che riecheggiano, in modalità originale, le suggestioni della Weil e le tracce teoriche di un grande pensatore come Lasch. Un passaggio dell’intervista citata di Sarkozy rende bene l’idea. Sottolinea Sarkò: “Io sono liberale, ma rifiuto la caricatura del liberalismo. Ho detto che il capitalismo deve rispettare un’etica. Su questo non transigo. Che i dirigenti d’azienda abbiano stipendi alti è normale, è la contropartita del rischio. Ma non accetto i “paracaduti d’oro”. Credo che il lavoro crei il lavoro.

Voglio autorizzare la gente ad affrancarsi dalle 35 ore, a cumulare pensioni e lavoro part time. Voglio che i patrimoni siano investiti in Francia, voglio che si sviluppi il capitalismo familiare, per esempio defiscalizzando l’imposta di redistribuzione dei redditi per quanti investono nelle piccole imprese. Tutto questo non è liberale?”. Lo è certamente e non si limita a strutturare una società al limite appunto della caricatura, inventando una globalizzazione capace di ridare fiato ai mercati nazionali, perché questa è una storia finita. Tuttavia, il respiro politico di questo pensiero liberale e insieme comunitario verte sul nesso tra il merito individuale e la responsabilità civica e civile. E il merito deve valere anche e soprattutto per le élites, che non possono guadagnare emolumenti stratosferici indipendentemente dai meriti e dalla produttività reale, come è accaduto a Cimoli, in maniera a dir poco scandalosa. Chi fallisce o è mediocre, deve avere riconoscimenti a questo livello, non stanziare riserve auree di riconoscimenti che gli valgono infine pensioni e prebende superiori alle reali capacità. La società che permette alle sue élites di acquisire il riconoscimento e la stima del popolo è una società sana e liberale. Coloro che poi non sono ancora in alto e non hanno ancora redditi elevati devono avere la possibilità di poter migliorare la loro condizione sociale ed economica puntando sulle qualità riconosciute e favorite dai meccanismi del mercato e dalle leggi della società. Ecco, così si costruisce un pensiero e una visione liberale e di destra, con il mercato e i meriti, da un lato, e i doveri e l’autorevolezza delle élites, dall’altro. Soggiace alla riflessione di Sarkozy, come anche alla sua azione politica, l’idea che, dopo il ventesimo secolo, anche il liberalismo non possa più essere concepito come una fictio ideologica e/o economica, ma che debba essere reincorporato nell’alveo dei bisogni, degli interessi e dei meriti dei cittadini. Un ceto pensiero imperfettamente definito “comunitarista” sostiene che l’idea della complementarietà tra i diritti individuali e i doveri comunitari sia il cemento della società e che, con questo amalgama, si compia addirittura la riforma sostanziale del liberalismo. Sia come sia, una cosa è certa: la destra che Sarkò interpreta brillantemente non è né meramente sincretista né incompiutamente “terzista”, è piuttosto culturalmente popolare e metodologicamente populista. Se anche in Italia si provasse, anche da destra, a evitare di demonizzare il populismo e, in positivo, a rischiare di più sull’elaborazione teorica non accademica, ma implementabile, in vista della costruzione di un vero pensiero politico, forse recupereremmo percentuali di sondaggi non solo sul presente, ma anche sul futuro.

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