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Sarko’ torna in Iraq per dare una mano a Bush ma anche all’Europa

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La tre giorni di Baghdad del Ministro degli Affari esteri ed europei Bernard Kouchner può essere definita senza esagerazioni uno degli eventi internazionali più rilevanti degli ultimi mesi. La visita del titolare francese del Quai d’Orsay, mantenuta segreta fino all’ultimo per ovvie ragioni di sicurezza, ha innanzitutto un significato storico, per i rapporti spesso ambigui e comunque mai lineari tra Francia e Irak nel corso degli ultimi 30 anni.

L’ultima visita di un Ministro degli Esteri transalpino risale a diciannove anni fa, per la precisione al 1988, ad opera del socialista Roland Dumas. Con questo ultimo viaggio si chiudeva una lunga fase, circa quindici anni, di vera e propria fascinazione di Parigi per l’Irak di Saddam Hussein. Parlano chiaro le parole con le quali il 5 settembre 1975 l’allora Primo Ministro di Giscard d’Estaing Chirac accoglie il dittatore irakeno in visita a Parigi «Siete il mio amico personale e vi garantisco la mia stima, la mia considerazione e il mio affetto». Da questo momento in poi, e senza grosse distinzioni tra la presidenza Giscard e quella Mitterrand, tra Baghdad e Parigi si creerà un intenso rapporto diplomatico fatto soprattutto di vendite di armi e tecnologie nucleari civili, come la fornitura all’Irak del reattore di Osirak. La prima guerra del Golfo segna una parziale cesura e infatti la Francia di Mitterrand si schiera con la comunità internazionale, contro l’«alleato» reo di avere invaso il Kuwait. Il dialogo riprende però appena tre anni dopo, soprattutto su sollecitazione di Elf e Total, interessate ai giacimenti petroliferi della zona di Bassora. Con l’arrivo poi di Chirac all’Eliseo, il rapporto tra Parigi e Baghdad si fa nuovamente stretto nonostante, o meglio sarebbe dire in corrispondenza, con la volontà americana sempre più esplicita di destabilizzare la dittatura di Saddam.

A questa sommaria ricostruzione storica dei rapporti tra Baghdad e Parigi manca naturalmente l’ultimo capitolo, quello dell’opposizione francese all’intervento Usa del marzo 2003. La decisione di Kouchner di recarsi a Baghdad simboleggia dunque un passo fondamentale nella strategia di rupture in politica estera operata dal neo Presidente Sarkozy e di conseguenza può essere letta come un nuovo tassello del riavvicinamento tra Washington e Parigi? Su questo punto le riflessioni devono rifuggire le semplificazioni e le generalizzazioni. Sbaglia grossolanamente chi cerca di attribuire un significato univoco al viaggio di Kouchner. Importante pare al contrario coglierne ogni singola sfumatura.

Prima di tutto fondamentale è il profilo biografico-politico dell’attuale titolare del Quai d’Orsay. Kouchner non aveva pregiudizialmente accusato gli Usa al momento dell’invasione dell’Irak, ma soprattutto resta un importante simbolo di quell’Occidente in grado di farsi carico dei problemi del mondo, utilizzando gli strumenti dell’interventismo internazionale. Il french-doctor è stato uno dei più strenui sostenitori dell’intervento Nato in Kosovo (in una Francia da sempre filo-serba) e ha svolto nella regione a maggioranza albanese il ruolo di inviato delle Nazioni Unite. Dunque possiede le carte in regola per rivendicare l’efficacia del multilateralismo pragmatico da opporre a quello che si limita a garantire lo status quo. Infine, ma altrettanto importante per dialogare con l’attuale classe dirigente irakena (che difficilmente può aver dimenticato i legami tra la diplomazia francese e il tiranno Saddam), gli ottimi rapporti tra Kouchner e la comunità curda. Non a caso il primo incontro è stato con il Presidente irakeno (di etnia curda) Talabani.

Accanto a ciò che Kouchner rappresenta bisogna poi soffermarsi con attenzione su ciò che Kouchner ha detto e sui gesti simbolici che ha compiuto. La visita è stata organizzata nei minimi dettagli per evitare che potesse essere liquidata come puro e semplice sostegno alla politica Usa nell’area (anche se non sono mancate le critiche, soprattutto in patria, a Kouchner «barboncino di Bush»). Per questo nessun incontro con i vertici militari statunitensi e prima sosta, non appena sceso dal velivolo, a depositare una corona di fiori sul luogo dell’attentato di quattro anni fa al Palazzo dell’Onu (per altro proprio di questi giorni è il ritorno della missione Onu a Baghdad). Poi le parole sulla «soluzione politica e non militare della crisi» e la puntualizzazione sugli errori commessi dagli Usa. Immediatamente dopo però il duplice messaggio: al fronte interno francese e a quello internazionale (e in particolare europeo). È proprio la differente posizione di Parigi rispetto a Washington di quattro anni fa che autorizza la Francia a svolgere un ruolo attivo nell’area. E poi rivolto agli altri attori internazionali la speranza «che la visita possa segnare l’apertura di iniziative simili da parte di altri Paesi europei».

Ecco il fondamentale messaggio politico del viaggio di Kouchner a Baghdad. Di fronte ad uno scenario regionale in grande evoluzione, la Francia vuole mostrare di essere pronta e di voler svolgere un ruolo determinante. Nel momento in cui gli Usa cercano una soluzione pragmatica e realista, decidendo di dialogare con Arabia Saudita e Iran. A pochi giorni dalla presentazione al Congresso del dossier del Generale Petraeus sulla situazione in Irak. E soprattutto alla vigilia di una campagna elettorale statunitense che si giocherà in gran parte sulla questione irakena, la Francia di Kouchner, e soprattutto di Sarkozy, mostra di voler partecipare alla distribuzione delle carte della diplomazia mediorientale. L’obiettivo è di quelli di ampio respiro e coinvolge anche la politica francese nel conflitto arabo-israeliano e in quello libanese. Non a caso Parigi ha ripreso a parlare con la Siria e Kouchner ha ricordato a Maliki di riferire al Presidente Bashar Assad che la Francia è pronta a grandi concessioni, qualora Damasco si impegnasse nel processo di pace in Libano.

Dunque il viaggio del Ministro francese può essere inserito nella complessiva strategia di politica internazionale fatta di estremo attivismo dopo soli tre mesi dall’ingresso di Sarkozy all’Eliseo. Più che di rupture nella sostanza dei singoli dossier, si tratta di una discontinuità rilevante a livello di iniziativa internazionale rispetto alla recente gestione Villepin-Chirac. La Francia di Sarkozy è impegnata in una vasta operazione volta a far riacquisire al Paese la sua centralità nelle relazioni internazionali, nella quale non mancano nemmeno i colpi a sorpresa come nel caso della liberazione delle infermiere bulgare in carcere in Libia. Chi parla però di propaganda e di scarsa elaborazione dimentica che negli ultimi tre mesi non vi è stato dossier di politica internazionale (crisi Ue, Darfur, Libano, Iran, Irak) sul quale siano mancate concrete proposte francesi.

Il ritorno di Parigi a Baghdad è anche il sintomo di un rapporto nuovo con Washington? Se posta in questi termini la domanda, la risposta è certamente affermativa. L’incontro amichevole di Kennebunkport nel corso della vacanza americana di Sarkozy ha sicuramente certificato il rinsaldarsi del rapporto tra Parigi e Washington, da leggersi però soprattutto in chiave euroatlantica. È oramai sotto gli occhi di tutti che la scellerata frattura del periodo 2002-2004, le cui responsabilità sono da attribuire in maniera equa tra le due sponde dell’Oceano, è oramai ricucita. Il nuovo asse, nella sua componente europea, poggia solidamente sulle leadership di Brown, Merkel e Sarkozy mentre Madrid e Roma scivolano verso un ruolo di secondo piano. Cosa attendersi per altro da un Primo Ministro che interrompe il proprio riposo estivo per avanzare una scellerata proposta di apertura al movimento terroristico di Hamas, quando la comunità internazionale compatta lo esclude dai negoziati di pace che vedono ottimi risultati negli incontri tra Olmert e Abu Mazen? Ancor peggio della dichiarazione è forse stata la rettifica pubblicata sulle colonne de «Il Corriere della Sera»: un elenco di condizioni (per aprire il dialogo con Hamas) da numerose settimane già elaborate dall’Unione europea. Di fronte a prove così desolanti l’attivismo della diplomazia francese assume una grandezza quasi sproporzionata.

 


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2 COMMENTS

  1. Sarko’ torna in Iraq per dare una mano a Busch e all’Europa
    E’ certamente una cosa molto positiva che la Francia si riavvicina all’America. Si condivido
    in pieno la Vs analisi che fate del ruolo francese
    in medio oriente. Infatti la francia ha sempre avuto una grande influenza in quell’area e ha
    molti governi “amici”. La cosa è utile anche per
    Busch che deve affrontare una campagna elettorale difficile. C’è però a mio parere anche un’altra
    questione che ha indotto la francia a riavvicina-
    rsi all’america. Il fatto che gli equilibri
    mondiali stanno cambiando e si stanno delineando
    nuovi rapporti di forza. Alludo per esempio al
    nuovo patto tra Pechino e Mosca e ancora al nuovo
    patto che si stà sviluppando tra Tochio e Nuova Deli. La francia essendo una media potenza non
    poteva perdere il treno ed è ritornata nel suo alveo naturale occidentale insieme alla germania
    e all’inghilterra e naturalmente agli USA.
    Meglio tardi che mai.
    Noi e gli spagnoli naturalmente finiremo per accodarci magari con un po di ritardo. Quando
    Prodi e Zapatero saranno messi da parte, e si spe-
    ra presto, allora avremo l’Europa al completo
    e sarà meglio per tutti.

  2. “Notizie Ansa
    Francia:

    “Notizie Ansa
    Francia: figlio Sarkozy a giudizio
    Era fuggito via dopo un tamponamento avvenuto nel 2005
    (ANSA) – PARIGI, 4 SET – Il figlio del presidente francese Sarkozy e’ stato convocato l’11 settembre davanti al tribunale per un tamponamento avvenuto nel 2005. In quell’occasione Jean, 20 anni, in sella ad uno scooter, si era scontrato con un automobile e non si era fermato per compilare la constatazione amichevole. Il giovane Sarkozy dovra’ rispondere di reato di fuga, guida pericolosa, non rispetto della distanza di sicurezza e danni leggeri.”

    Questo “trojan” (aristocratico e neppure francese) serve a riportare l’Europa SOTTO il diretto controllo angloamericano, rigettandola il prima possibile nel pantano irakeno, in modo da costringere l’Onu a salvare gli inglesi e gli americani dal vicolo cieco nel quale si sono cacciati; secondariamente, serve a staccare definitivamente la spina del dialogo euro-russo, spostando nuovamente l’equilibrio in Consiglio di Sicurezza a favore della lobby anglofona. Il popolo francese si porterà sulla coscienza l’addio forzato ad un’Europa LIBERA, autonoma, CENTRALE ed equidistante dall’Asia e dagli Usa, e la riduzione della stessa Europa ad una propaggine politica della Nato, addetta a mettere i timbri Ue sulle bombe e ratificare le guerre “umanitarie” dell’ oligarchia dei WASP.
    Proprio loro, i Francesi, che avevano regalato a tutta l’Europa il sogno di un avvenire libero sottraendo la Francia ad un monarca degenerato, ora regalano tutta l’Europa al monarca più ottuso e sanguinario, quello inglese…

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