Sarkozy, luci e ombre di un anno di governo

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Sarkozy, luci e ombre di un anno di governo

06 Maggio 2008

È un anniversario di approfondimento, riflessione e ripartenza quello che
oggi attende Nicolas Sarkozy. Ad un anno dal trionfo della salle Gaveau, del
«Sarò il Presidente di tutti i francesi» e del «Questa sera, la Francia torna in Europa»
il Presidente della rupture deve
innanzitutto fare i conti con quel livello di gradimento che dall’agosto scorso
ha preso a scendere e si è arrestato oramai da alcuni mesi sotto la barra del
40%. Anche l’ultimo rilevamento OpinionWay per «Le Figaro» conferma che,
considerato nella sua totalità, l’operato di Sarkozy lascia insoddisfatto il
58% dei francesi. Il dato si fa poi paradossale se si pensa che ogni singola
riforma completata o avviata riceve un forte sostegno dagli intervistati. Ad
esempio l’insieme dei provvedimenti fiscali è apprezzato dall’82% dei cittadini
(73% all’interno del fronte socialista). Addirittura anche la spinosa riforma
pensionistica (che dovrebbe uniformare a 41 gli anni di contribuzione per tutte
le categorie) supera abbondantemente il 50% di risposte positive. Quindi il
vero problema è Sarkozy e il metodo scelto per attuare le riforme?

Probabilmente la questione delle riforme è il primo vero punto di criticità
di questo primo anno di presidenza Sarkozy. L’attivismo e il movimento portati
all’interno di una società bloccata come quella francese, che aveva vissuto
l’ultimo tentativo riformista (poi fallito) nel periodo 1995-96 grazie ad Alain
Juppé, è senza dubbio il merito maggiore di questi primi trecentosessantacinque
giorni di cura Sarkozy. Il Presidente della rupture
ha installato la parola d’ordine «riforma» al centro del dibattito politico
francese, sia per quello che riguarda i rapporti economici, che per quelli
sociali ed istituzionali e gli effetti di questa ondata di cambiamento si
faranno sentire sul lungo periodo. Sarkozy peraltro, grazie ad un’ottima
pedagogia elettorale, aveva preparato il Paese allo choc da riforme e anzi, ma
questo è stato forse il primo errore, aveva creato un eccesso di aspettative.

Emblematico a questo proposito il caso della legge Tepa (travail, emploi, pouvoir d’achat). Vero
e proprio faro del progetto di riforma sarkozista, la legge sul lavoro e sul
potere d’acquisto varata il 21 agosto 2007 ha finito però per simboleggiare l’impasse
del primo anno di presidenza Sarkozy. Da un lato lo choc indotto dagli sgravi
fiscali, la detassazione delle ore straordinarie e la cancellazione delle tasse
di successione non ha dato i frutti sperati soprattutto a causa della crisi
economica-finanziaria importata dagli Stati Uniti. D’altra parte, un insieme di
provvedimenti attento a bilanciare detassazione per le imprese e sgravi per le
classi meno abbienti è stata tramutata dalla propaganda dell’opposizione
socialista e sindacale nella «legge per i ricchi» e per gli amici industriali
del President bling bling. Da questo
momento in poi le falle nella macchina comunicativa del Presidente si sono
sommate al suo modo disinvolto di incarnare la posture presidentielle e la politica mediatica che aveva fatto la
sua fortuna in campagna elettorale ha finito per tramutarsi nel più spinoso dei
suoi problemi.

Riforme, comunicazione e in terzo luogo rapporto con la maggioranza
parlamentare. Questo è un altro passaggio fondamentale del primo anno di
presidenza, magari meno visibile e meno sottolineato da media e commentatori,
ma assolutamente decisivo. Nell’assecondare e accelerare la
presidenzializzazione del sistema della V Repubblica, Sarkozy ha finito per
dimenticare che ad oggi quella francese resta una «democrazia parlamentare a
guida presidenziale» e da ciò ne deriva che il vero capo della maggioranza
parlamentare resta il Presidente in carica. Questo significa che il capo dell’Eliseo
non può dimenticare che esiste un partito che lo ha fatto eleggere e lo ha
sostenuto e una maggioranza che appoggia il suo governo. Sarkozy al contrario,
con la pratica diffusa dell’appoggiarsi su collaboratori poco legati all’Ump
(Guaino, Gueant, Mignon, ecc.) e soprattutto con l’ampio utilizzo dell’ouverture a personalità della gauche, ha finito per trascurare questo
dato decisivo. Le elezioni municipali e i continui dissidi con la maggioranza
parlamentare hanno mostrato quanto sia necessario ristabilire un rapporto
sereno e collaborativo tra il Presidente e il suo partito.

L’impressione è che Sarkozy abbia colto questi segnali e sia pronto ad
agire di conseguenza. Dal punto di vista delle riforme l’intenzione è quella di
gerarchizzare gli interventi ma comunque di rilanciare, anche perché Sarkozy sa
di non poter «rompere con la rupture».
Lo zoccolo duro dell’elettorato che ha visto in lui la possibilità per aprire
una fase nuova della politica francese non glielo perdonerebbe. L’idea di
«faire Mitterrand» (distacco dalle questioni quotidiane e operato che guarda
solo al lungo periodo) non è nel temperamento di Sarkozy e non è in linea con i
tempi rapidi della politica moderna. «Normalizzare» Sarkozy significherebbe
tarpare le ali alle sue doti migliori: l’attivismo e il volontarismo politico.

Fondamentale sarà vedere come il presidente riuscirà ad uscire dal braccio
di ferro sulla riforma delle istituzioni in discussione in questi giorni
all’Assemblea. Se dovesse passare il progetto uscito dalla Commission Balladur,
le potenti iniezioni di parlamentarismo nel sistema della V Repubblica
potrebbero finalmente permettere quel rapporto più stretto tra Assemblea
Nazionale e Presidenza della Repubblica, mancato a Sarkozy nel suo primo anno
di mandato. In aggiunta i problemi di comunicazione, sia verso l’esterno che
nei confronti della maggioranza Ump, saranno anche affrontati da una vera e
propria «cellula politica» guidata dall’ex giornalista di «Le Point» Pégard, fidata
collaboratrice del Presidente.

Infine, decisivo per il rilancio dei quattro anni che ancora restano a
Sarkozy sarà il semestre di presidenza francese dell’Unione europea che si
aprirà il primo luglio prossimo. Il Presidente vi si presenta come legittimo
protagonista (insieme a Merkel) della ripartenza europea e vero e proprio
inventore della formula di «mini-trattato», poi sfociato nel Trattato di
Lisbona. L’Eliseo ha già annunciato i cinque cantieri sui quali imposterà la
sua presidenza semestrale: ambiente, immigrazione, riforma della Pac, accelerare
su difesa comune e Unione Mediterranea. Accanto a questi cinque progetti
strutturali deve poi aggiungersi la preparazione del terreno diplomatico per le
decisive nomine europee del 2009 (Presidenza dell’Unione, Alto Rappresentante
per la politica estera e di difesa e rinnovo probabile di Barroso alla guida
della Commissione europea). Una serie di sfide ambiziose che capitano in un
momento propizio. Potersi dedicare alle grandi questioni di politica estera in
una fase di bassa crescita, con prospettive ancora peggiori per la seconda metà
del 2008, potrebbe significare per Sarkozy riuscire a risalire nel gradimento
dei francesi per poi ripartire nel 2009 con una seconda massiccia dose di
riforme, magari con un nuovo Primo Ministro e una squadra di governo rinnovata.

Tra i tanti spunti di riflessione che emergono guardando al primo anno di
presidenza Sarkozy, uno infine balza agli occhi in maniera quasi allarmante: la
perdita di quasi 30 punti percentuali di gradimento in meno di sei mesi (65% in
agosto 2007-38% ai primi di marzo). In epoca di politica post-ideologica la
volubilità dell’elettorato è un dato assolutamente da non trascurare,
soprattutto, verrebbe da dire, quando tutto sembra andare a meraviglia.