Sarkozy riparte dalla politica interna e da un grande prestito nazionale
28 Agosto 2009
Nicolas Sarkozy è tornato dopo la lunga pausa estiva e soprattutto dopo il lieve malore che l’aveva colto correndo nel parco dell’Eliseo. Cercando di sfruttare il tasso di gradimento in salita (48% secondo l’ultimo sondaggio) e il caos che alberga all’interno del Ps, oramai da un anno senza una leadership salda e senza proposte concrete per ipotizzare un ritorno alla guida del Paese, l’inquilino dell’Eliseo ha proposto una rentrée di quelle che più ama: l’intervento a tutto campo. In realtà, memore delle difficoltà del passato, Sarkozy si è mosso con grande circospezione, calcolando bene il peso di ogni intervento e ricordandosi che, giunto alla metà del proprio mandato qualsiasi passo falso può compromettere la rielezione del 2012. Con un occhio dunque sempre attento agli umori dell’opinione pubblica, per nulla su di giri nonostante le notizie estive di ripresa del Pil, Sarkozy ha affrontato tre grandi dossier.
Prima di tutto si è occupato della crisi economica, affrontando il problema da un punto di vista particolarmente caro all’opinione pubblica transalpina, quello degli elevati bonus per i dirigenti di banche che hanno usufruito nel corso degli ultimi mesi delle iniezioni di denaro statale e delle resistenze che le stesse banche hanno mostrato nel finanziare le piccole e medie imprese. Sarkozy ha convocato i principali gruppi bancari nazionali all’Eliseo e ha ribadito la sua strategia di moralizzazione del capitalismo. Anzi ha rilanciato promettendo di fare del tema una vera propria “bandiera” francese nel corso del prossimo G20 di Pittsburgh, incassando peraltro l’appoggio immediato di Angela Merkel. È vero che il tema si presta a proclami propagandistici per non dire populisti. Accusare i traders di essere alla base del crollo finanziario e ricordare loro che “nulla dovrà essere come prima” significa automaticamente solleticare gli istinti nemmeno troppo celati della cittadinanza francese. E’ altresì vero che la cosiddetta moralizzazione del capitalismo o sarà globale o non sarà e di conseguenza risulterà molto difficile convincere Gordon Brown e Barack Obama che su questo argomento sembrano su una lunghezza d’onda differente rispetto alla coppia franco-tedesca. Non si deve nemmeno però trascurare che Sarkozy qualche segnale concreto lo ha offerto. Le banche francesi hanno infatti accettato un sistema che lega una parte dei bonus al rendimento del trader nell’anno successivo, oltre ad aver inserito una quota consistente di azioni al posto del pagamento in denaro e l’introduzione di un “supercontrollore” per verificare l’operato dei cento operatori meglio pagati. Insomma il messaggio politico è presente ed è piuttosto chiaro: le banche non possono permettersi di giocare con i soldi del contribuente.
Il secondo grande dossier è quello della politica estera. L’appuntamento classico della rentrée politica è il discorso presidenziale agli ambasciatori di Francia. Oltre a sottolineare l’importanza dei prossimi passaggi (G20, referendum irlandese, conferenza Onu sul clima a Copenhagen) Sarkozy ha insistito sul tema Iran e su quello per molti aspetti collegato del Medio Oriente. Sul fronte Teheran, complice anche l’affaire Clotilde Reiss, il presidente ha alzato il tono, prospettando nuove e più severe sanzioni. Ma forse il passaggio più delicato è stato proprio quello relativo alla pace in Medio Oriente. Parlando della necessità di un rilancio del processo di pace e della probabile convocazione di un nuovo summit dell’Unione per il Mediterraneo, Sarkozy ha confermato i rumors che lo vorrebbero per nulla soddisfatto della politica “troppo prudente” di Obama nell’area.
Terzo e al momento più importante dossier è però quello di politica interna. Su questo fronte Sarkozy ha delineato una vera e propria strategia per la “battaglia d’autunno” imperniata su tre grandi cantieri di riforma.
Prima di tutto un’attenzione rinnovata alla “questione giovanile”. Dopo il rapporto che l’alto commissario alle politiche giovanili Martin Hirsch gli ha consegnato ad inizio luglio, il Presidente è sempre più convinto che su questo tavolo e sul delicato tema della disoccupazione (e di conseguenza della formazione) dei giovani si giocheranno una parte consistente delle sue possibilità di riconferma nel 2012.
Ancora più strettamente legato anche ad esigenze elettorali è il secondo cantiere di riforme, quello che riguarda le collettività territoriali. Qui il percorso è già stato avviato, ma il terreno è davvero instabile dal momento che la semplificazione amministrativa comporterà una riduzione sostanziale degli eletti, con conseguenti malumori anche tra le fila della maggioranza. L’obiettivo non dichiarato ma piuttosto esplicito è quello di intaccare significativamente il bastione del socialismo municipale, rovesciando alle regionali del marzo 2010 il pessimo risultato che la destra aveva ottenuto nel 2004. In questo ambito deve anche essere ricompresso l’ulteriore allargamento della maggioranza presidenziale sul fianco destro alla coppia De Villiers-Nihous e il tentativo speculare compiuto verso sinistra con il probabile ingresso al governo del radicale di sinistra Paul Giacobbi.
Infine il terzo grande cantiere, quello da un punto di vista propagandistico più ad effetto: il lancio del grande emprunt national (prestito nazionale) per finanziare alcuni selezionati progetti di rilancio strategico per il Paese. Con grande stupore Sarkozy aveva annunciato le sue intenzioni il 22 giugno scorso di fronte alle Camere riunite in Congresso a Versailles. Ora la proposta comincia a prendere forma con il varo della Commissione Juppé-Rocard che, entro il primo novembre, dovrà consegnare al Presidente un rapporto contenente le priorità che il prestito dovrà finanziare. Sarkozy in realtà ha già indicato alcuni ambiti sensibili: formazione e lotta al declassamento sociale, ricerca industriale, sviluppo sostenibile. Cosa dire della proposta, al momento accolta con una certa freddezza dall’opinione pubblica (solo circa il 20% dei francesi si è detto disposto a sottoscrivere il prestito)?
Innanzitutto bisogna notare che si iscrive a pieno nella strategia, ad oggi vincente, dell’ouverture. Non solo la commissione è co-presieduta da due ex Primi ministri uno gollista e uno socialista, ma se si scorrono i nomi degli esperti che la compongono la tendenza è confermata. I due colpi ad effetto sono certamente Olivier Ferrand, presidente di Terra Nova e Alain Grandjean, specialista di economia dell’ambiente e membro della Fondation Nicolas Hulot (presieduta dal noto giornalista ambientalista). Ma non mancano anche gli ex-mitterrandiani come l’accademico di Francia Erik Orsenna (a lungo consigliere culturale del Presidente socialista), così come Bettina Laville (anche consigliere di Jospin a Matignon) e Nicole Notat, già segretario generale del sindacato Cfdt. Insomma continua la doppia tendenza di Sarkozy: i nodi strutturali vanno affrontati coinvolgendo le principali eccellenze del Paese, al di là delle sfumature ideologiche e contemporaneamente l’ouverture serve a “dissanguare” l’opposizione socialista cooptando nell’area di governo le menti più brillanti.
L’idea dell’emprunt cela però numerose incognite. Oltre alla freddezza dell’opinione pubblica non mancano le critiche provenienti dalla stessa maggioranza. Voci autorevoli come quella di De Villepin e Raffarin, poco sensibili alle politiche neo-keynesiane, hanno immediatamente messo in guardia il Presidente dai rischi dell’impresa, sottolineando la pessima situazione in cui versa il debito pubblico e l’assenza di un quadro di bilancio preciso nel quale inserirla. Infine la storia non sembra dalla parte dell’iper-presidente. Dal 1946 ad oggi si contano sette emprunts (tra i più famosi quello Pinay del 1952, quello Giscard del 1973 e l’ultimo del 1993, promosso da Balladur). Nessuno di questi ha inciso in maniera radicale sul rilancio economico del Paese e al contrario è andato a pesare in maniera sostanziale sulle finanze pubbliche.
Quella lanciata da Sarkozy per la rentrée politique può essere dunque considerata una grande offensiva politica, con l’obiettivo principale di ribadire il suo dinamismo e cercare di incidere sulla fiducia dei francesi. Se il Paese sarà anche solo minimamente scosso dalla sua apatia e dai suoi timori per il futuro, l’inquilino dell’Eliseo potrà costruire la campagna in vista del 2012 con una certa tranquillità e ragionevoli possibilità di essere rieletto.
