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Sarkozy spinge la sinistra francese a cambiare politica estera

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Negli ultimi tre mesi, stampa e analisti (italiani ed europei) hanno speso fiumi di inchiostro per provare a descrivere il “nuovo fenomeno europeo”, quel Nicolas Sarkozy che con la sua rupture sta cercando di stravolgere i canoni politici, economici e sociali di una Francia in grave crisi di identità oramai da un ventennio. Tra i temi preferiti di questa disamina al microscopio del Sarko-pensiero e del suo attivismo, uno spazio importante è occupato dal fenomeno della cosiddetta ouverture. In parte scelta opportunistica, nel tentativo (finora riuscito) di decapitare il Partito Socialista in preda ad una profonda crisi dottrinaria e di leadership, in parte frutto della convinzione che dalla crisi del paese si possa uscire soltanto unendo le energie migliori (sfruttando le analisi provenienti dagli ambienti anche ideologicamente più distanti dal proprio), Sarkozy ha fatto dell’apertura a membri autorevoli dell’establishment politico-culturale della gauche uno dei tratti distintivi del suo esordio alla guida della Francia. Certamente nella storia politica transalpina non sono mancate le collaborazioni “eterodosse” o al di là degli schieramenti (basti pensare al ruolo di Jacques Delors nel 1969, consigliere politico del gollista Chaban-Delmas), ma mai si era giunti ad una pratica sistematica come quella attuata da Sarkozy. 

Proprio in quest’ottica di collaborazione e “sforzo comune” per affrontare alla radice le tante contraddizioni e disfunzioni del sistema Francia, il neopresidente, eletto il 2 luglio, ha dato mandato a Hubert Védrine di stilare una riflessione sull’evoluzione della politica internazionale e sulla conseguente necessità che la Francia rivedesse le sue strategie di politica estera. A quasi due mesi di distanza, il rapporto Védrine è giunto sulla scrivania di Sarkozy, che così ha potuto utilizzarlo il 27 agosto per il suo discorso programmatico di fronte agli ambasciatori. Il documento è ora disponibile anche per l’opinione pubblica (disponibile sul sito di Le Monde: www.lemonde.fr). 

Prima di sottolineare gli elementi di estrema importanza che emergono dal rapporto Védrine, due premesse sono d’obbligo. Innanzitutto, va ricordata la caratura del personaggio al quale l’inquilino dell’Eliseo ha assegnato la riflessione. Si tratta dell’uomo politico francese con maggiori competenze a livello di politica estera. Personalità di spicco del socialismo transalpino, non tanto all’interno del partito quanto accanto a Mitterrand nel corso dei suoi due mandati all’Eliseo, sia come consigliere diplomatico che come segretario generale della presidenza della Repubblica (dal 1991 al 1995), e infine, dal 1997 al 2002, come ministro degli Esteri nel governo di coabitazione guidato da Jospin. La seconda premessa riguarda la riflessione che si trova alla base del mandato ricevuto da Védrine. Una delle grandi intuizioni dell’attuale presidente è stata quella di declinare la crisi francese come crise d’adaptation. Ebbene, l’ambito della politica estera è l’emblema di questa difficoltà transalpina nell’adattarsi alle profonde mutazioni avvenute nell’ultimo ventennio. Nella diagnosi di Sarkozy la “malattia francese”, quello che Baverez ha teorizzato come “declino”, si mostra in tutta la sua gravità innanzitutto nella sua proiezione di politica internazionale. 

Allora quali sono gli spunti più stimolanti del rapporto Védrine? Per semplicità se ne possono individuare tre. Il primo riguarda la necessità che Parigi modifichi in profondità il suo rapporto con il concetto di globalizzazione (nell’accezione francese declinata con l’espressione mondializzazione). Se in gran parte le modalità francesi nell’opporsi al movimento di globalizzazione sono frutto di alcune sue peculiarità costitutive (nazionalismo identitario, centralismo burocratico, criticità nei confronti del mercato), la classe politica al potere deve spendersi in maniera ancora più assidua per costruire un consenso diffuso attorno ad un mix virtuoso di riforma e protezione. Il problema di Parigi non deve più essere quello di “affrontare la mondializzazione” ma quello di “essere nella mondializzazione”. Insomma, l’approccio deve passare “dalla sfiducia sterile di fronte alla mondializzazione ad un dinamismo offensivo all’interno di essa”. Le parole chiave devono essere adattamento, protezione, regolazione (attraverso un multipolarismo efficace che prevede prima di tutto la riforma dei principali organismi multinazionali) e reciprocità da pretendere nei rapporti con i paesi emergenti (innanzitutto Cina, dal punto di vista commerciale, e Russia da quello energetico). 

Il secondo passaggio chiave è quello che riguarda l’Europa. Anche su questo punto si possono cogliere le assonanze con la posizione più volte espressa da Sarkozy. Il punto più significativo si trova, tuttavia, nella denuncia di quella che Védrine definisce “la fuga in avanti istituzionale post-Maastricht”. Nizza e il Trattato Costituzionale rappresentano così il frutto malato di un’idea di Europa a tutti i costi più larga e a tutti i costi più federale. La “sveglia” è giunta con il doppio “no” franco-olandese del 2005 e ora il Trattato semplificato proposto da Sarkozy è l’unica via d’uscita per proseguire sulla strada della costruzione europea. Ai critici della soluzione raggiunta al Consiglio europeo di fine giugno, Védrine ricorda che proprio grazie al Trattato semplificato continuerà ad esistere, anche se in ambiti specifici, una politica estera e di difesa a livello di Unione europea. La proposta di Sarkozy è però realista perché non si lascia andare alla pericolosa ed utopica teoria dell’integrazionismo assoluto, il cui corollario perverso prevede la fine dello Stato nazione. Ecco il terzo punto rilevante dell’analisi dell’ex-ministro degli Esteri socialista. Si tratta in questo caso di un riadattamento nel nazionalismo francese di matrice gollista. 

È realistico prendere atto che nel contesto della politica globale lo Stato si trova spesso ad essere superato in rilevanza da multinazionali o da organismi sopranazionali. Questo non deve però condurre a conclusioni semplicistiche che ne teorizzano l’irrilevanza o addirittura la fine. Per questo motivo, ripensare la politica estera francese significa ribadirne la collocazione occidentale (ma non occidentalista o atlantista) ed europea, ma senza dimenticare i propri interessi specifici. La Francia dovrà quindi avere una politica estera fondata su tre componenti: quella europea, quella atlantica e quella specifica ai propri interessi nazionali. Ottimi spunti di riflessione ad uso dell’inquilino dell’Eliseo, ma anche materiale di riflessione per una sinistra francese, e perché no, italiana, ideologicamente immobile di fronte alle mutazioni in atto nello scenario internazionale.

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