Sconfiggere Hamas per ridare una chance al popolo palestinese

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Sconfiggere Hamas per ridare una chance al popolo palestinese

14 Gennaio 2009

Il conflitto a Gaza è stato scatenato dalla convinzione di Israele che lo "status quo" fosse diventato insostenibile e che doveva essere rovesciato. Esistono diverse ragioni per cui Israele non può più tollerare questa situazione a Gaza. La principale sono gli attacchi dei razzi di Hamas che hanno gettato la vita di quasi un decimo degli Israeliani in uno stato di ansia permanente. Un ulteriore fattore è che Hamas, da quando realizzò il suo colpo di stato due anni fa, ha rinchiuso dentro Gaza tutti quei gruppi palestinesi che accettano la soluzione ‘due popoli/due stati’. Questo rende impossibile per Israele e per l’amministrazione del presidente Abu Mazen nella West Bank di restaurare dei negoziati volti alla creazione di uno stato di Palestina confinante con Israele.

Ma forse, ancora più importante, è il fatto che Hamas abbia stretto un patto d’acciaio con l’Iran basato sulla strategia del Presidente Mahmud Ahmadinejad di “cancellare Israele dalle carte geografiche”. L’investimento su Hamas è stato di gran lunga sufficiente a Teheran per dargli l’ultima parola sulla definizione della strategia del gruppo. Gli israeliani guardano ad Hamas come una delle due parti di una tenaglia – insieme all’Hezbollah libanese, anch’esso finanziato dall’Iran – che Teheran ha costruito contro di loro. Gli scopi della guerra iniziata da Israele, quindi, sono chiari: gli attacchi dei razzi di Hamas devono cessare, bisogna riaprire Gaza ad altri partiti palestinesi ed eliminare la presenza iraniana. Questo significa la creazione di un nuovo status quo in cui Hamas non sia più il partito dominante.

Alcuni commentatori hanno scritto che la causa della guerra attuale sia esclusivamente l’occupazione israeliana. Ma fino allo scorso weekend Gaza era l’unica parte del territorio arabo nominalmente sotto l’occupazione israeliana che è stata liberata dagli insediamenti e dalle truppe israeliane. Ancora, i maggiori problemi di Israele, gli attacchi con i razzi e le operazioni suicide, vengono tutti da Gaza. Dall’altro lato dello spettro ci sono le alture del Golan, sotto occupazione israeliana dal 1967, che sono rimaste tranquille quanto un cimitero nonostante la presenza di un gran numero di insediamenti e truppe israeliane.

Se leggiamo i documenti e gli opuscoli politici di Hamas appare chiaro che l’organizzazione non vuole mettere fine all’occupazione israeliana. Desidera soltanto l’estinzione dello stato di Israele. Questo perchè Hamas è parte di un movimento panislamista con ambizioni messianiche globali. Il suo obiettivo non è la creazione di uno stato palestinese a Gaza. Come ramificazione dei "Fratelli Musulmani", Hamas sogna di dominare il mondo grazie alla sua visione dell’Islam piuttosto che creare un mini-stato di 5.000 chilometri quadrati su una terra arida e in un ambiente geopolitico tutto sommato ostile.

Sebbene sia stata creata ufficialmente nel 1987, le radici di Hamas risalgono al 1930 quando Hal Amin al-Hussaini – Grand Muftì di Palestina sotto il Mandato Britannico – si alleò con Hitler sognando di far rivivere il Califfato islamico per diventare lui stesso il nuovo califfo. Che Hamas sia poco interessato alla Palestina in quanto aspirante ‘stato-nazione’ è palese fin dal suo nome e dal suo statuto. Hamas è l’acronimo di "Movimento della Resistenza Islamica" intendendo quindi che il gruppo guarda alla Palestina non come a una nazione di diritto, ma come una piccola parte della Ummah, la comunità dei credenti. Hamas è l’unico partito significativo in Palestina il cui nome non includa le parole "Palestina" e "palestinesi".

Nell’ideologia di Hamas, come in quella del defunto Sheikh Ahmad Yassin, l’amore per la Palestina come nazione viene considerato una forma di una falsa venerazione o idolatria. Hamas vede i nazionalisti palestinesi alla Abu Mazen come dei traditori dell’Islam. Per Hamas la Palestina è parte di una causa piuttosto che un progetto politico. Nessuno può negoziare con i militanti di una causa che rivendica la benedizione celeste, specialmente quando respinge la vera legittimità della sua esistenza. Un progetto politico, comunque, è negoziabile in quanto riguarda problemi di questo mondo come questioni di frontiere, confini, sicurezza, mercato e amministrazioni comuni di certe aree, che potrebbero avere soluzioni terrene.

Per decenni i palestinesi hanno sofferto a causa dei loro leader – cominciando dal Gran Muftì e arrivando a Yasser Arafat – e per le loro rivalità, perché hanno usato la Palestina solo come uno slogan e come un pretesto. Erano gli anni Novanta quando la leadership della Palestina, guidata da Fatah, trattò per ridefinire la Palestina come un conflitto territoriale tra due nazioni vicine, piuttosto che come parte di uno scontro di civiltà. Quella ridefinizione portò agli Accordi di Oslo e alla creazione di un’amministrazione palestinese – il primo passo verso l’indipendenza.

Hamas, comunque, rinnega quelle ridefinizioni e sta cercando di ricomporre la Palestina con nuovi attori, come una questione religiosa all’interno di una lotta globale dell’Islam contro gli “infedeli”. Molti palestinesi lo vedono come un tradimento delle loro aspirazioni nazionaliste. Non ambiscono ad essere l’agnello sacrificale dell’ambizione mondiale panislamica come accadde per il panarabismo negli anni Sessanta.

Abbattere Hamas sarebbe un risultato positivo non solo per Israele ma anche per il popolo palestinese, in modo particolare per la gente di Gaza, che è divenuta prigioniera di un partito infangato dalla corruzione e dalla incompetenza. Questo, in ogni caso, non è un compito facile. Hamas è una idra dalle molte teste. Una delle teste è quella parte dell’organizzazione che si occupa di sanità ed educazione, che ha imposto il suo controllo nei campi cacciando più di 200 Ong, prendendo il controllo delle cliniche indipendenti e delle scuole e infiltrando i suoi sostenitori nei flussi provenienti dalle agenzie umanitarie.

Una seconda testa è costituita dalla rete politica che portò Hamas alla vittoria con il 46 per cento dei voti nelle uniche elezioni libere che si sono svolte nei territori. Sebbene la macchina politica di Hamas rimanga forte non è del tutto certo che riesca a conservare il suo pacchetto di voti fino alle prossime elezioni. Una terza testa è la rete dei rapporti d’affari. Attraverso un misto di clientelismo, investimenti assennati e intimidazioni, Hamas si è guadagnata il controllo dell’economia di Gaza – dai barbieri ai negozi di tessile. Gestisce inoltre un’organizzazione di protezione e una rete di contrabbando. Come impresa d’affari, Hamas ha conquistato il monopolio quando prese il controllo di più di 600 compagnie controllate da Fatah e dal clan di Arafat.

Infine c’è la macchina del terrore, una forza paramilitare di circa 20.000 uomini e donne, che rispondono solo alla loro propria struttura di commando. E’ quella parte di Hamas che Teheran sta cercando di comprare e controllare per mezzo di figure come Khaled Meshal, capo dell’ufficio politico di Hamas. Quest’anno i palestinesi hanno il dovere di votare un nuovo parlamento e un nuovo presidente. Divisi tra Hamastan a Gaza e Fatah-land nella West Bank, avranno poche possibilità di creare un governo unitario capace di fare pressioni per uno stato palestinese. Un cambiamento dello status quo a Gaza potrebbe dargli questa possibilità.

Amir Taheri è un giornalista iraniano che è cresciuto tra Teheran, Londra e Parigi. Il suo ultimo libro è The Persian Night: Iran Under the Khomeinist Revolution.

Traduzione di Kawkab Tawfik

Tratto da Times Online