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L'eterogenesi dei fini

Se contro il Covid si attenta alla salute anziché tutelarla

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La salute prima di tutto! E’ dal famoso “lockdown” deciso a marzo che sentiamo ripetere questa affermazione, troppo spesso utilizzata sia per eliminare alla radice ogni discussione, sia per recidere qualsiasi argomento logico atto a vincere una sorta di ipocondria di stato diffusa a livello di massa.

Al che, dinanzi a quello che abbiamo vissuto negli ultimi mesi, alcune domande occorre porsele, per cercare di comprendere se davvero la salute è stata posta al centro e quindi è stata tutelata.

Quanto ha veramente tutelato la salute il chiudere la gente in casa per mesi, in considerazione dei danni collaterali prodotti, a livello psicologico in primis, e sulla scorta del fatto che questo famoso virus ama proprio gli ambienti chiusi? Del resto, il caso dell’Argentina dovrebbe far riflettere. D’altronde, tutela davvero la salute privare dell’attività sportiva e motoria, chiudendo palestre e piscine? E il terrore psicologico del virus instillato a tamburo battente dai media, quante conseguenze negative ha prodotto sulla salute? E tutte le visite mediche rimandate, i ricoveri saltati, gli screening e le cure rinviati quanto hanno pesato?  Inoltre, sarebbe davvero una forma del tutto sui generis di tutela della salute il non consentire una condizione di serenità data dalla normalità lavorativa ed affettiva. E che tutela della salute fornisce un ambiguo obbligo all’uso di mascherine (non omologate) all’aperto, con il rischio che le pratiche igieniche realmente determinanti siano ignorate? E la chiusura di bar e pizzerie alle 18,00, che cosa c’entra con la salute? Ancora, far crescere i bambini isolati e lontani dalla vita di gruppo, quanto pesa sulla loro salute? E pensare ai monopattini e al bonus vacanze, mentre si è scelto di non intervenire sulla medicina di territorio, sui trasporti e sulle RSA, quanto ha inciso ed inciderà sulla salute dell’intera popolazione?

Gli interrogativi potrebbero continuare, anche in considerazione che la stessa lettera delle norme emanate dal Governo è alquanto ambigua.

Si dice: ma il problema non riguarda solo l’Italia, come se le omissioni  e gli errori da parte dell’esecutivo e dei governatori potessero passare in secondo piano proprio a causa di una diffusione globale del Covid-19.

E’ giusto, comunque, confrontarsi con l’estero, soprattutto con gli stati europei.

La recente sentenza dell’Alta Corte di Giustizia di Madrid, che ha cassato i provvedimenti sanitari adottati dal governo spagnolo perché lesivi delle c.d. libertà fondamentali, pone una questione importante. Considerando infatti che Spagna e Italia hanno ordinamenti molto simili e fondamenti costituzionali “fatti in serie”, non è possibile che la comune appartenenza all’Unione Europea consenta uno iato così enorme tra stati dell’Unione, trattandosi di “principi e diritti fondamentali” recepiti e tutelati dalla CEDU.

Del resto, si osservi anche il caso della Svezia, che ha scelto una politica sanitaria del tutto differente, e che oggi viene invocata – a torto o a ragione – persino quale modello da prestigiosi scienziati, oltre che, in un certo senso, richiamata nelle tesi del gruppo di Great Barrington che ha già raggiunto oltre 147.000 adesioni dal campo medico e scientifico.

Dunque Spagna, Italia, Svezia, e via discorrendo, possono porre libertà, diritti e salute su piani differenti, pur appartenendo all’Unione Europea e sottoposte alla giurisprudenza della CEDU?

Ed è qui che si apre il vero punto dolente e che ci consente di cogliere il nocciolo della questione.

Da parte governativa e non solo, si è infatti sottolineato che i limiti alla libertà e ai più disparati diritti c.d. fondamentali sono necessari per tutelare la salute. Ma se la salute non è stata e non è tutelata, come la mettiamo con le tante, con le troppe, limitazioni che il c.d. costituzionalismo definirebbe “incostituzionali”? La risposta sarebbe semplice guardando appunto al formalismo costituzionale e alla CEDU. La strada che però si deve seguire, se davvero si vuol cogliere il nucleo dolente, è un’altra.

Il problema principale, infatti,  consiste nel fatto che il nostro ordinamento – così come la granparte di quelli degli stati c.d. occidentali – è fondato sulla libertà negativa, ossia sulla libertà volontaristica che si basa solo su sé stessa, ed è quindi una libertà senza nessun criterio, come ci ricorda un illustre Autore contemporaneo. Lo Stato, come anche la Costituzione, hanno tale libertà – di cui nemmeno Dio gode – come punto archimedeo, tanto è vero che diverse sentenze della Corte Costituzionale in tema di autodeterminazione (del “velle”) hanno esplicitato chiaramente come la persona goda di una sorta di diritto assoluto (cfr. Sent. 561/1987, 467/1991, 163/1993, 162/2014). Il che è una contraddizione in termini.

Sicché quella che viene presentata, descritta e creduta quale tutela della salute, non è niente altro che una forma della predetta libertà negativa, che si traduce, da parte del singolo, nella “liberazione dal contagio” rispetto ad un corpo fisico su cui si vorrebbe esercitare un diritto di sovranità assoluta, a cui tutto, lavoro, famiglia, socialità, istruzione, viene sacrificato. Ma, si badi, viene sacrificata anche la salute e di conseguenza la vita come bene in sé, che non è affatto tutelata: basti pensare alle visite mediche rimandate, ai danni psicologici indotti da quello che è stato definito “terrorismo mediatico”, alle sindromi da isolamento con l’aumento dei suicidi, all’aumento di morti legati al cancro o a problemi cardio-vascolari, all’attacco contro la realtà ontica della natura umana che è “sociale”.

In altri termini, ciò che si va a tutelare non è affatto la salute, ossia il bene di ogni uomo a conservare la propria vita e la propria integrità fisica, ma una presunta libertà dell’altro a non subire lesioni involontarie a danno del diritto di sovranità assoluta che egli pensa di esercitare sul proprio corpo. E ciò spiega il fenomeno dei “delatori”, di chi invoca il “lockdown”, della stigmatizzazione di determinate categorie tacciate di “irresponsabilità”, soggetti “anti-sociali” che attenterebbero alla libertà altrui di decidere di sé e che “ruberebbero” poi eventuali posti letto negli ospedali. Considerazione ideologica (ed egoistica) che salda questo tipo di rivendicazione che appunto  consta nella “libertà dal contagio” con l’interesse dello stato personalisticamente inteso a tutelare sé stesso mediante la conservazione dell’ordine pubblico sanitario, quale «ordine» voluto dallo Stato a prescindere dalla natura delle cose. Ed ecco l’auspicio di qualche decisore a che i cittadini solerti “segnalino” i vicini che si riuniscono a cena: una situazione che potrebbe davvero venirsi a creare, dati questi presupposti che sembrano rilanciare il c.d. “stato etico”. Ossia lo stato che anziché fondarsi sull’etica, pretende di fondare la sua etica, l’etica appunto dello stato “in persona civitatis”.

La spiegazione dei provvedimenti governativi, partoriti quindi non per tutelare la salute, è qui: scelte fatte semplicemente per preservare da un lato un irrazionale “diritto alla liberazione dal virus”, e dall’altro l’ordine pubblico sanitario, ossia l’assetto che lo stato-persona, forma residuale dello stato-hegeliano che si avvale di strumenti quali il “coprifuoco”, le “chiusure”, la limitazione agli spostamenti – ossia tipici provvedimenti di ordine pubblico – ha deciso volontariamente di darsi. Indipendentemente e a prescindere dalla salute delle persone, ai quali è concesso-lasciato-riconosciuto soltanto il diritto di rivendicare la libertà dal contagio o da eventuale malattia. Una libertà appunto negativa, senza criterio. Senza senso.

Sicché la verità è che il conflitto non è tra “salute” e “libertà”, ma tra forme diverse di libertà negativa, fatte proprie dall’ideologia del personalismo contemporaneo sia nella sua versione debole (in cui prevale su tutto la volontà-sovranità del singolo), sia nella sua versione forte (in cui prevale la volontà-sovranità dello Stato-persona).

In questo conflitto tra libertà (negativa), la salute come bene in sé quale condizione reale resta tagliata fuori. Anzi, si fa della ipotetica malattia la condizione di realtà, quando, invece, la realtà è la salute, mentre la malattia, quando è effettiva, è mancanza di salute. Ma non può essere il criterio positivo di definizione delle scelte. La salute non si definisce infatti in negativo, come assenza di malattia o di contagio. Semmai è la malattia a potersi definire in negativo come privazione della salute quale condizione naturale, e quindi come realtà ontica.

Sul piano politico, poi, non può esser taciuta qualche constatazione consequenziale.

In primis, una Politica che smette di essere tale e finisce per identificarsi con un potere che non è potestas, imponendo scelte irrazionali e contro natura –  cioè agendo in forza di legge, in termini di stretta legalità positiva, contro la retta ragione e contro la tutela della salute come bene in sé – è la negazione dell’Autorità (politica), che, per essenza e principio, è chiamata a far crescere. E’ chiamata, cioè, ad aiutare l’uomo a perseguire i propri fini naturali, ossia a vivere secondo virtù sviluppando l’intelligenza. Non a fomentare la paura e gli istinti a-razionali, come invece tende ad operare una politica non vera che è ridotta a mero consenso volontaristico.

Tutto ciò chiamerebbe ad una riflessione che metta in discussione l’intero sistema che palesa sempre più la sua ideologicità, scambiando la legalità con la giuridicità, il diritto con la legge, la realtà con l’effettività, il dovere-diritto alla salute con la libertà dal contagio, la vera politica con il potere sovrano, la razionalità con il razionalismo. Ma intelligenze in grado di muovere così tanto le acque sì da raddrizzare una barca che affonda perché è posta sottosopra, non sembra se ne intravedano molte. E tutto viene ridotto ad un nauseando conflitto tra agglomerati partitici.

 

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