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La lettera aperta

Se dei sacramenti si può fare a meno, a cosa serve la Chiesa?

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Lettera aperta con alcune domande a S.E. Monsignor Mario Grech, nuovo segretario del Sinodo dei vescovi, dopo la sua intervista su “La civiltà cattolica”

Rev. Eccellenza,

ho letto con interesse la Sua intervista pubblicata sull’ultimo numero de “La civiltà cattolica” in cui, sostanzialmente, perdoni la sintetizzazione dovuta a motivi di spazio e di tempo, Lei precisa almeno cinque punti fondamentali: 1) «la fedeltà del discepolo a Gesù non può essere compromessa dalla temporanea mancanza della liturgia e dei sacramenti»; 2) «la Chiesa appare troppo clericale e il ministero controllato dai chierici»; 3) «molti si sono lamentati del fatto di non poter ricevere la comunione o celebrare i funerali in chiesa, ma non altrettanti si sono preoccupati di come riconciliarsi con Dio e con il prossimo»; 4) la Chiesa è o dovrebbe essere una «Chiesa-famiglia costituita da un numero di famiglie-Chiesa»; 5) «più è stata attuata l’istituzionalizzazione della Chiesa, più si sono logorate la natura e il carisma della famiglia in quanto Chiesa domestica».

Ponendo da parte il fatto che chi scrive sia ateo o cattolico, ma direi che ciò che vale per un ateo, almeno in questo caso, e a maggior ragione dovrebbe essere ancor più valido per un cattolico, trovo delle difficoltà di coordinamento tra ciò che Lei afferma e ciò che mi è stato insegnato e ho capito nel corso del tempo.

Se un fedele può essere tale anche se temporaneamente mancanti i sacramenti, a cosa sarebbe esattamente fedele? E quanto tempo deve trascorrere (giorni, mesi, anni?) – e in base a quali criteri si può determinare un simile lasso di tempo? – prima che un fedele sia legittimato a lamentarsi della mancanza dei sacramenti? Se un cattolico può ben vivere senza sacramenti, quale senso hanno questi ultimi? E ancora: a che serve a questo punto la Chiesa cattolica? Ritenere che i fedeli – anche in tempo di pandemia o di emergenza (sociale, economica, bellica, sanitaria ecc) possano “far da sé”, seppur in famiglia, non priva l’esistenza della Chiesa di ogni giustificazione razionale?

Se ricoverati in ospedale, avendo la fortuna di essere visitati niente meno che dal primario in persona, quest’ultimo ci dicesse che lì non si eseguono diagnosi, interventi, né terapie, né altro perché il paziente può farne a meno, e che la terapia si può fare a casa assistiti dai famigliari, non sarebbe spontaneo chiedere ad un primario di tal fatta perché allora l’ospedale rimane aperto invece di chiudere i battenti per sempre?

Se come Lei afferma nell’intervista «l’Eucaristia non è l’unica possibilità che il cristiano ha per fare esperienza del mistero e incontrarsi con il Signore Gesù», nonostante S. Tommaso d’Aquino ritenesse che questa fosse «il fine di tutti i Sacramenti» (Summa theologiae, III, q. 73, a. 3c) e San Giovanni Paolo II nell’enciclica “Ecclesia de Eucharistia” ribadisse che «l’Eucaristia si pone al centro della vita ecclesiale», personaggi come S. Benedetto da Norcia, S. Caterina da Siena, Luisa Picarreta, San Pio da Pietrelcina, Teresa Neumann, Marta Robin, Katerina Emmerick, Carlo Acutis hanno sempre gravemente sbagliato sopravvalutando l’importanza e la centralità dell’Eucaristia nelle loro vite?

Del resto, non è l’Eucaristia il centro della messa, e quest’ultima il centro della vita cristiana da un punto di vista teologico, mistico, morale, ecclesiale, pastorale?

Se non è così, forse aveva ragione il pigro e autoreferenziale vescovo Manasse di Reims, il quale, secondo il racconto dello storico Marc Bloch, ripeteva, prima di essere deposto dai legati pontifici nell’anno 1080 d.C., che «sarebbe bello essere arcivescovo, se non si dovesse cantare la messa!».

Se come Lei afferma la Chiesa appare troppo clericale, anche perché il ministero è controllato dai chierici, non sarebbe più coerente portare alle logiche conseguenze una simile critica proponendo da un lato l’estensione illimitata del ministero ai laici – ben oltre il tema e i confini del cosiddetto “sacerdozio universale” – e parallelamente l’abolizione del sacerdozio in quanto tale? E anche in questo caso “l’associazione privata” Chiesa cattolica che senso avrebbe a questo punto?

Sebbene sia vero che molti si preoccupano solo di ricevere la comunione senza pensare prima di riconciliarsi con Dio e con il prossimo – come giustamente Lei evidenzia – non è proprio colpa di quella ignoranza religiosa e povertà spirituale che, tuttavia, è da imputare prima che ai fedeli troppo clericali, ai chierici troppo secolarizzati, dovendo i primi apprende dai secondi le nozioni fondamentali sull’importanza dei sacramenti che proprio i chierici spesso sminuiscono o alterano? Decenni di virtuosa – sebbene spesso acritica e incriticabile – “Chiesa in uscita” non hanno forse condotto alla situazione in cui oggi si registra una massiccia “uscita dalla Chiesa”, i fedeli non trovando più nei chierici quella guida pastorale e spirituale e quella santità che dovrebbe essere tipica di una autentica “imitatio Christi” e che dovrebbe prima essere caratteristica proprio dei chierici?

Del resto, se non ricordo male, fu proprio San Giovanni Maria Battista Vianney a precisare che è sufficiente lasciare «una parrocchia per vent’anni senza prete e la gente finirà per adorare le bestie. Quando si vuole nuocere alla religione, si comincia attaccando il prete, perché laddove non c’è più il prete, non c’è più sacrificio eucaristico e laddove non c’è più sacrificio, non c’è più religione».

Se è vero che le relazioni tra la “chiesa domestica” che è la famiglia e la Chiesa sono complesse e mutevoli nel corso del tempo, come non ci si può trovare disorientati dinnanzi all’idea che si debba lasciare più spazio alla famiglia proprio oggi che la famiglia vive l’apice della sua crisi e, verosimilmente, della sua stessa definitiva fine? Se nella famiglia regna l’ignoranza religiosa e spirituale, come potrà la famiglia sopperire alle mancanze della Chiesa? Non si rischia un corto circuito? La Chiesa difettosa si affiderebbe alla famiglia disastrata, mentre la famiglia disastrata si affiderebbe ad una Chiesa difettosa…

Sebbene da soli si vada veloci, ma insieme si vada lontano, come recita un vecchio proverbio africano, è anche pur vero che due storpi non fanno un maratoneta.

Infine, se è vero come Lei afferma che l’istituzionalizzazione della Chiesa ha accentuato il logoramento della natura e del carisma della famiglia – anche se, forse a causa della mia ignoranza religiosa, francamente mi sfugge l’effettività di una simile dinamica – perché non puntare al massimo risultato possibile eliminando totalmente la Chiesa istituzione, compresi sacerdoti, vescovi e cardinali, che con tutta evidenza sono l’espressione della Chiesa istituzionalizzata e, a questo punto, il suo principale male, liberando tutte quelle energie sociali e spirituali gravemente compresse da una tale istituzionalizzazione?

Non sarebbe più intellettualmente onesto e moralmente coerente, a questo punto, che tutti i chierici di ogni ordine e grado che condividono un simile pensiero si auto-riducessero allo stato laicale per dare il buon esempio e dar seguito alla propria dottrina?

Ma così facendo non si rischia di invertire (o forse pervertire) il processo di conversione, dissolvendo la Chiesa nel mondo, invece di riformare il mondo per ricondurlo alla Chiesa e tramite essa al suo Creatore?

Del resto, fu proprio un cardinale Suo collega, come Ratzinger, a ricordare che «la reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la “nostra” Chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostengo, in favore della luce purissima che viene dall’alto e che è nello stesso tempo l’irruzione della pura libertà».

Su questi e su altri dubbi, insomma, Eccellenza sarebbe bene che Lei ci istruisse, non soltanto per il bene della Chiesa, ma anche a maggior gloria del Suo pensiero che in taluni punti appare poco chiaro.

Con filiale, e clericale, devozione,

Aldo Rocco Vitale (Segretario dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani – Sez di Catania “Sergio Cotta”)

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