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Fase 2, anche in politica?

Se Giuseppe Conte cade da cavallo…

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“Nella mia terra c’è un detto che dice: ‘Quando tu vai a cavallo e devi attraversare un fiume, per favore, non cambiare cavallo in mezzo al fiume’”. E’ una citazione di Papa Francesco. Se se ne legge il seguito, si comprende che si riferisce alla fedeltà verso Dio. I giornali italiani, nella gran parte, l’hanno riferita alla necessità di sostenere il governo presieduto da Giuseppe Conte.

Tant’è. La citazione, comunque, così come la gran parte dei detti popolari, non mancherebbe di buon senso pure se, anziché a Dio, si riferisse a un Cesare piccolo piccolo. In tal caso, però, il medesimo buon senso spingerebbe naturalmente a porsi un paio di banali “questioncelle”: chi stabilisce quando si è raggiunto un approdo stabile e il cambio di cavallo si rende perciò possibile? E che si deve fare nel caso in cui, lungo il percorso, il cavallo prescelto dimostri proprio di non farcela? 

Giovanni Spadolini, tra le altre cose, fu un eccellente storico delle relazioni tra Stato e Chiesa. Per descrivere lo stato dei rapporti tra le due entità utilizzava la metafora del Tevere: più stretto nei momenti di distensione, più largo nelle fasi di irrigidimento. Ecco: anche il fiume di Giuseppe Conte, di fronte alla crisi del coronavirus, a volte ci appare “a geometria variabile”. A leggere i giornali, e a seguire le esternazioni dell’uomo, un giorno l’epidemia sembra ancora incombente e pronta a riesplodere in una riedizione dalla durata e dalle dimensioni sconosciute, il giorno dopo lo stesso virus viene descritto come indebolito, quasi inoffensivo, ridotto alla stregua di agente di una normale influenza. Insomma, il fiume del cavallo del Papa un giorno sembra essere larghissimo, quello appresso, per dirla con Massimo Troisi, farsi “piccirillo, piccirillo”.

Nessuno insinua che ciò accada per convenienza politica. Proprio per questo è il caso di stabilire un principio che consente una risposta alla prima “questioncella”: il fiume è stato la “fase 1”. In quel mentre cambiare cavallo sarebbe stata una follia. Si poneva, allora, il problema di guadare il fiume senza affogare, indipendentemente dal fatto che a farlo fosse un ronzino o un purosangue. 

Con la “fase 2” si è giunti sull’altra sponda. Si riparte e, per questo, è giunto il tempo della seconda “questioncella”; di chiedersi, insomma, se il cavallo sia il più idoneo al momento storico che s’inaugura. A nostro avviso è lecito attendersi un cambio di passo. E’ lecito auspicare che tutte le forze disponibili siano messe a disposizione dell’intrapresa. Ed è persino lecito dubitare che, senza una nuova cavalcatura, si riusciranno a superare le difficoltà di un percorso oltremodo accidentato, rischiando perciò di finire disarcionati e farsi male.

Usciamo dalla metafora. Di fronte ai perigli di una ripartenza epocale, chi ritenga che il Paese possa affrontare elezioni anticipate mentre perde il 10% del suo Pil è fuori di senno. Dopo aver visto il governo Conte all’opera, però, è altrettanto insensato rinunziare all’urgenza etico-morale di coinvolgere le principali forze politico-sociali e a quella pragmatica di darsi un esecutivo in grado d’esprimere un maggior tasso di competenza e una minore propensione alla confusione. Battersi per un governo di salvezza nazionale più forte, che dia maggiori garanzie sulle scelte di politica estera, che sia più adatto a evitare un ribellismo sociale del quale già si scorgono tutti i segni, non significa praticare il tirassegno sul Presidente del Consiglio di turno (almeno non lo è per tutti). E nemmeno rappresenta la ricerca di uno “strappo” attraverso un sotterfugio parlamentare. Si tratta, piuttosto, di una posizione politica legittima e strategica, da coltivare con fermezza e prudenza.

Chi non è d’accordo, contrappone a questa “assurda pretesa” (in realtà il minimo sindacale in democrazia) due tipi di obiezioni: una di natura costituzionale, l’altra di carattere politico.

Si sussurra (ancor più che affermare) che qualora cadesse Conte ci sarebbero, obbligatorie, le elezioni anticipate già a settembre e addirittura prima della celebrazione del referendum sulla riduzione dei parlamentari. I “sussurratori” sogliono attribuire questi intendimenti al Colle e affermano che questa tempistica servirebbe da deterrente rispetto a intemerate e colpi di mano interni alla maggioranza che potrebbero causare la crisi di questo governo senza che di un altro si scorga neppure una fievole luce. 

La ragione è plausibile ma il Presidente non dovrebbe essere tirato in ballo. Dal punto di vista istituzionale, infatti, lo scenario prospettato non regge. E per rendersene conto non serve la memoria lunga: basta quella breve. Nell’agosto scorso Salvini, dopo aver posto le premesse per una crisi di governo per lui disastrosa, nel tentativo di correre ai ripari propose a Di Maio – allora ancora leader del Movimento 5 Stelle – di approvare, prima dello scioglimento delle Camere, la riduzione del numero di deputati e senatori giunta all’ultima lettura parlamentare: la legge sarebbe così stata approvata ma sarebbe rimasta “sospesa” in attesa che decorresse il tempo che la Costituzione prevede per l’eventuale richiesta del referendum confermativo. 

In quell’occasione il Colle si fece sentire: “non si può congelare una legge costituzionale”, né tanto meno eleggere un nuovo Parlamento di dimensioni immutate nel momento in cui è già stato previsto che la sua composizione numerica debba cambiare. 

Allora non si poté fare altro che convenire con questa osservazione. Ciò che era vero ieri, tuttavia, a maggior ragione deve essere vero oggi. La riduzione del numero dei parlamentari, infatti, non soltanto è stata votata dalle Camere, ma addirittura il referendum è stato convocato e soltanto la pandemia ne ha determinato il rinvio. A questo punto non è possibile, in nessun caso, che un’elezione nazionale scavalchi una consultazione già prevista per obbligo costituzionale: la pandemia o vale per tutte (le consultazioni) o non vale per nessuna. Se oggi ci fosse una crisi irrisolvibile bisognerebbe prima svolgere il referendum, poi cambiare la legge elettorale e quindi, alla prima data utile, rinnovare il Parlamento nella sua nuova composizione.

Per questo le obiezioni pseudo-costituzionali dei nostri detrattori sono prive di qualsiasi fondamento. Diverso è per le obiezioni politiche, dotate di diversa consistenza. 

Che i 5 Stelle abbiano fin qui rappresentato il fulcro di questa legislatura è un fatto. Che difficilmente potrebbero accettare, giunti a questo punto, un governo diverso da quello attuale è un altro ma differente fatto, che vale per molti di loro ma non per tutti. Di fronte a questa realtà, forze di opposizione realiste e non pregiudizialmente ideologiche dovrebbero comunque  dirsi disponibili ad essere coinvolte nella gestione del Paese senza attendere che quest’ultimo caschi nelle loro mani quando ormai sarà ridotto in macerie; non dovrebbero accontentarsi di sfiduciare ministri in serie (in alcuni casi assicurando, allo stesso tempo, che non stanno perseguendo la caduta dell’attuale esecutivo!); dovrebbero lavorare per mettere insieme le forze sparse d’ispirazione liberale, comunque favorevoli a un nuovo governo di salvezza nazionale, anche al fine di indebolire la centralità parlamentare del M5S.

E’ quanto, già a partire dai prossimi giorni, cercheremo non soltanto di consigliare ma anche di praticare. Il momento nel quale questo programma tornerà utile arriverà e, per questo, il tempo è bene occuparlo proficuamente sin da subito.

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