Se Grasso invoca discontinuità politica (anche da D’Alema)

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Se Grasso invoca discontinuità politica (anche da D’Alema)

14 Dicembre 2017

Con Grasso tutti saremo più discontinui. “Con noi ci sarà una discontinuità nella politica e nel modo di raccontarla”. Così il Fatto del 3 dicembre riporta una dichiarazione di Piero Grasso. L’ex pm e attuale (inelegantemente) presidente del Senato andrà a fare il leader di un movimento largamente ispirato da un Massimo D’Alema di cui si può dire tutto tranne che sia poco razionale (anche se alcune sue svolte radicali nell’impostazione politica sono state elaborate in modo troppo frettoloso e senza quella punta di drammaticità che richiedevano), che non abbia un’idea di che cosa è il mondo e di quanto questo pesi anche nella politica nazionale, che non conosca la storia dell’Italia e della sinistra e che non faccia i conti con questa storia nel definire le proprie posizioni. Razionalità, legame con la storia, visione mondiale. Sono perfettamente d’accordo con Grasso: rispetto a questo stile di pensiero, il nuovo leader neo-cosa-rossista ne introdurrà uno completamente discontinuo.

Lo stolto guarda agli anni Trenta, il saggio all’inizio del Novecento. “«Il risentimento è un persistente sentimento di odio e di disprezzo», la sensazione di un’«incurabile impotenza» che conduce a «falsi giudizi morali» e a «fanatiche eruzioni di richieste di verità, prodotte dal senso di impotenza». Parole del filosofo tedesco Max Scheler. Usate per illustrare le condizioni dell’uomo europeo, due anni avanti lo scoppio del primo conflitto mondiale”. Così Marco Gervasoni scrive il 4 dicembre in un editoriale sul Messaggero. Il richiamo alle parole di Scheler e il richiamo alla fase pre Prima guerra mondiale è particolarmente acuto. Mentre un sacco di stolti (a iniziare dal parolaio Walter Veltroni) si accaniscono a richiamare gli anni Trenta, è all’inizio del Novecento invece che bisogna guardare. Considerate solo: l’idea che il progresso fosse ineluttabile, il disprezzo delle élite per il Parlamento, il tentativo di lasciare fuori dallo Stato i “populisti” di allora cioè i “neri” di Luigi Sturzo e i “rossi” di Filippo Turati, l’insofferenza con cui si giudicavano i malesseri dei ceti popolari, la fine dell’egemonia della potenza guida (Gran Bretagna ieri /Stati Uniti oggi) e l’emergere di una nuova potenza squilibratrice (Germania/Cina), la fine dell’equilibrio da crollo di uno dei pilastri dell’ordine euroasiatico (l’impero Ottomano/L’Urss), il dissolvimento di un altro fattore stabilizzatore costruito in contrappunto al precedente pilastro (L’impero asburgico/Cacania d’allora e l’Unione europea/Cacania d’oggi).

Mica male quel socialismo radicale.“Tout un symbole. Les dix-neuf ministres des Finances de la zone euro, réunis au sein de l’Eurogroupe, ont élu à leur tête, ce lundi, Mario Centeno, leur collègue portugais, pour succéder au socialiste néerlandais Jeroen Dijsselbloem, qui a perdu son poste de ministre des Finances en octobre. Pourquoi un symbole ? Car Centeno fait partie, depuis 2015, d’un gouvernement qui s’appuie sur une alliance inédite entre socialistes et gauche radicale qui n’a pas hésité à tourner le dos, sans déséquilibrer les comptes publics, à une austérité qui frappait d’abord les plus fragiles. Avec le Premier ministre, Antonio Costa, Centeno n’a pas hésité à affronter la Commission et l’Eurogroupe en adoptant un budget qui s’éloignait de leurs recommandations en creusant temporairement le déficit pour mieux relancer l’économie avant de reprendre l’assainissement budgétaire”.  Su Liberation del 4 dicembre Jaques Quatremer ricorda l’importanza simbolica  della scelta del portoghese Centeno al posto del socialista olandese Dijsselbloem  a ministro delle Finanze dell’Eurozona, invece di un sacerdote dell’austerità, con anche qualche accento razzista verso il Sud Europa, ecco l’esponente di una maggioranza di sinistra-sinistra al governo nel Sud dell’Europa, capace di fare i compiti a casa ma di criticare insieme le stolte politiche di austerità made in Berlin. Vi è una nuova generazione (nuova politicamente non anagraficamente come chiedono certi stolti rottamatori) di uomini di sinistra, dai portoghesi ai greci di Alexis Tsipras fino ai Mélenchon e ai Corbyn, che stanno ricucendo le fila di un discorso ispirato agli ideali del vero socialismo europeo. Non mi pare che gli spagnoli siano già su questa via quando leggo su un lancio di Agence FrancePresse del 6 dicembre che “Les socialistes, conduits par Pedro Sanchez, ont arraché au PP la promesse d’une réforme constitutionnelle, en échange de leur appui à la mise sous tutelle de la Catalogne”, Pedro Sanchez impapocchia sulle riforme costituzionali con quella personalità dalle scarse qualità carismatiche (anche se ottimo amministratore) che è Mariano Rajoy. Forse invece qualcosa finirà per nascere in Germania. Tobias Buck e Guy Chazan scrivono sul Financial Times del 7 dicembre che “The leader of Germany’s Social Democrats has called for EU member states to commit to a ‘United States of Europe’ by 2025, setting out an ambitious European reform agenda as a condition for holding talks with Chancellor Angela Merkel on the formation of a new government”. Quella specie di mediocrità ambulante che è Martin Schulz finora ne ha indovinata una ma adesso fa una mossa in qualche modo ispirata da dei principi. Non credo proprio che sia possibile arrivare agli Stati Uniti d’Europa, però che dei “socialisti” si battano per qualche ideale invece che trafficare tra politichine minori e presidenza della Rosfnet, può essere la via per rimettere in piedi un pezzo della politica europea tenendo conto che, in ultima istanza, il “movimento è tutto, e il fine è in realtà secondario”

Do you remember Ukraine? “Mikheil Saakashvili, the former Georgian president turned Ukrainian governor, was freed from a police van by hundreds of angry supporters on Tuesday just hours after he had been dragged from his apartment in Kiev by the security forces. The stateless politician, who returned to Ukraine three months ago despite being stripped of his Ukrainian citizenship by President Petro Poroshenko, was then ushered by his supporters to a protest camp close to the parliament building, where he demanded Mr Poroshenko be impeached”. Roman Olearchyk scrive sul Financial Times del 5 dicembre che Saakashvili già presidente della Georgia, poi governatore di una regione ucraina, è stato liberato da suoi fan dopo che le forze di polizia su incarico di Poroshenko, lo avevano arrestato (due giorni dopo, peraltro, è stato ricatturato e poi rimesso in libertà da un tribunale). Qualche settimana fa Kiev aveva irrigidito i rapporti con la Polonia, grande sponsor della svolta antirussa, perché non voleva che Varsavia cercasse i corpi dei connazionali morti nella seconda guerra mondiale. Quella banda di pasticcioni che ha gestito la politica estera americana con Barack Obama, nonché l’illuminata Angela Merkel che mette le sanzioni a Mosca mentre il suo predecessore Gerhard Schroeder è presidente della Rosfnet, dovrebbero spiegarci il capolavoro economico-politico-democratico che hanno combinato nella frontiera sud dell’Europa. In Italia, per non sbagliarsi, di Saakashvili nei due quotidiani più diffusi nazionalmente praticamente non se n’è parlato.