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La criticona

Se il matrimonio sopravvive da secoli vuol dire qualcosa di buono ci sarà

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Ha ancora qualcosa da dirci un libro sul matrimonio scritto nel 1929? Ebbene sì: ha ottant’anni e non li dimostra affatto "Matrimonio e morale" di Bertrand Russell. Non sembra affatto che sia trascorso tutto questo tempo da allora. Forse perché appare vincente (anche se ci sarebbe parecchio da discutere) la logica che sottende il libro: il matrimonio è un’istituzione vecchia di secoli; se esiste ancora, vuol dire che ci sarà pur qualcosa di buono. Per Russell nel matrimonio non è affatto impossibile essere felici: affermazione davvero importante per uno che, come lui, alla felicità, e alla possibilità di raggiungerla nella vita terrena, ci credeva. Per esserlo (felici) è necessario che siano rispettate alcune condizioni. Marito e moglie devono avere una sfera di interessi comuni e una intimità fisica, mentale, spirituale, che li leghi. Devono dare spazio alla compagnia reciproca. Ma devono anche stare nel mondo del lavoro, delle relazioni, degli affetti, delle idee. Devono sentirsi legati da un patto che tuttavia è possibile revocare quando le condizioni che rendono possibile la felicità non sussistono più. Russell, cioè, concepisce il matrimonio come un contratto che è possibile sciogliere.

Ma perché il geniale filosofo della matematica, l’acuto interprete di Leibniz, il filosofo della politica che ha scritto almeno un piccolo capolavoro (Power), si dedica, e non negli ultimi anni della sua vita (quando ripete e ripete in ogni salsa le sue tesi), a scrivere su un tema così lontano da quelli seriosi delle discipline che ha attraversato (ricordiamo, oltre a quelle citate, la filosofia della mente, la filosofia morale, la storia della filosofia, la letteratura, la pedagogia, il genere autobiografico e biografico)? La risposta sta tutta nel modo in cui Russell concepisce l’impegno intellettuale: da quel modo discende che la trattazione più rigorosa di un tema non esclude affatto (anzi) il mettere il naso nella vita comune degli esseri umani, nelle questioni dalle quali dipende la loro felicità o infelicità. Tali  questioni possono essere l’impostazione etica della propria vita (ed ecco la filosofia morale), il sistema economico-sociale (ed ecco la critica sociale e le proposte di riforma), il regime politico nel quale si vive (ed ecco le opere politiche), la guerra che c’è nel mondo e che incombe (ed ecco il pacifismo per il quale Russell è stato famoso). E possono essere questioni piccole, leggere, dello stesso peso di un sospiro. In questo caso andranno affrontate con strumenti che siano alla loro altezza: il saggio, l’apologo, lo scherzo. Ma anche in questi casi, tutti praticati dall’autore, il fondo è serio, serissimo. Di che si tratta, infatti? Della felicità, che è la cosa più importante alla quale possiamo dedicarci: nei libri e nella vita. E’ così che Russell scrive "La ricerca della felicità" e questo "Matrimonio e morale". Ma si potrebbe ricordare anche "Elogio dell’ozio" e molti altri.

Nel suo libro giovanile più importante, "Roads to Freedom", Russell dedica spazio alle vie per la libertà esistenti nella sua epoca: l’anarchismo, il socialismo, il sindacalismo. Pur assegnando a ognuna una parte di verità, sceglie la terza come percorso attraverso il quale l’umanità potrà essere più libera senza subire gli effetti negativi del capitalismo, del socialismo, dell’anarchismo. Si tratta dell’autogoverno delle industrie da parte dei lavoratori in forma cooperativa, non nazionalizzata e decentrata (come una parte del sindacalismo inglese aveva sperimentato tra fine Otto e inizio Novecento), secondo un modello di democrazia industriale teorizzato dai Webb che in Inghilterra aveva una lunga tradizione. Eppure, anche in quel contesto di teorie politiche e sociali, Russell non dimentica il tema della felicità. E’ buono, a suo parere, quell’ordinamento sociale che lascia agli uomini e alle donne la possibilità di raggiungere la felicità su questa terra. Anzi: non che lascia, che sollecita, spinge con forza, incita alla ricerca della felicità, a vivere bene. E’ migliore quella forma di governo che permette a uomini e donne di raggiungere la felicità nel modo più adatto a ognuno. Non è una felicità uguale per tutti, dunque, né una felicità imposta dall’esterno, ma per ognuno la possibilità di trovare la sua propria vita felice.

"Roads to Freedom" si conclude, in modo inaspettato per chi non abbia familiarità con stile e temi dell'autore, con una esaltazione delle capacità creative dell'uomo. Leggiamo: “Un sistema sociale dovrebbe essere giudicato in base alle conseguenze che provoca al di là dell’economia e della politica (..). E se mai il socialismo sarà attuato, esso risulterà benefico solo se verrà dato valore ai beni non economici, e se a questi si aspirerà. Il mondo che dobbiamo costruire è un mondo in cui lo spirito creativo è vivo, in cui la vita è un’avventura piena di gioia e di speranza, basata piuttosto sull’impulso a costruire che non sul desiderio di conservare ciò che si possiede o di acquisire ciò che gli altri possiedono. Dev’essere un mondo in cui l’affetto abbia pieno corso, in cui l’amore sia liberato dall’istinto di dominio, in cui la crudeltà e l’invidia siano state dissolte dalla felicità e dallo svilupo degli istinti, scevro di repressioni, che costituiscono la vita e la riempiono di gioie intellettuali. Un mondo simile è possibile: esso attende solo gli uomini che vogliano crearlo. Nel frattempo il mondo nel quale viviamo ha altri scopi. Ma scomparirà, bruciato dal fuoco delle sue passioni roventi; e dalle sue ceneri sorgerà un mondo nuovo, più giovane, pieno di viva speranza, con la luce del mattino nello sguardo.”

Questo tratto, già presente nelle opere precedenti, è un elemento che per sempre farà parte della visione del mondo dell'autore, del suo taglio particolare che consiste nel guardare alla riforma della produzione e delle istituzioni in modo non disgiunto dalla liberazione delle potenzialità creative insite in ogni essere umano, anzi che considera la prima solo come premessa necessaria alla seconda, che rimane lo scopo autentico da raggiungere. In questo taglio si può rintracciare forse anche la sua impronta peculiare.

Nel mondo che Russell immagina non ci sarà lo spettro della povertà, ma non ci sarà neppure l’ambizione economica come molla unica del comportamento, l’avidità sarà sostituita dallo sviluppo libero delle qualità più alte, generose e intelletualmente valide dell’attività umana. L’arte si svilupperà solo se lo Stato non si metterà a voler stabilire che cosa è arte e quali sono le attitudini di ognuno. Ma se lo Stato non controllerà l’arte, probabilmente si avrà uno sviluppo straordinario. Le due parti che decidono della felicità degli uomini sono il lavoro e i rapporti umani. Ed ecco che, sistemata la prima parte con un po’ di equità e gioia creativa per tutti, Russell si volge alla seconda parte deprecando il modo in cui la merce entra in tutti i rapporti umani, ad esempio in quelli matrimoniali. Matrimonio e morale è già qui. In questo volume afferma: “nella relazione di un uomo e di una donna che si amano con passione, con fantasia e con tenerezza risiede un valore inestimabile: non comprenderlo è una grande sventura per ogni essere umano. Credo importantissimo che un sistema sociale sia tale da permettere questa gioia, anche se essa è una parte della vita e non il suo scopo principale.” In una affermazione come questa – ripetuta anche nelle opere politiche più impegnate - c’è tutto Russell. L’idea di politica che ha in mente per tutta la sua (lunga) attività è infatti un po’ diversa da quella dei teorici continentali della politica, anche se la felicità talvolta è evocata anche da questi: per Russell non è valida alcuna riforma della società se non si pone al centro lo spirito dell’uomo. Sarà buona solo quella riforma che tirerà fuori gli istinti di simpatia fra gli uomini, la creatività in tutte le sue forme, mettendo a tacere gli istinti alla lotta (che pure esistono, e possono essere ben utilizzati in campi specifici).

E quanto, esattamente, al matrimonio? Una serie di consigli da uomo passato attraverso un certo numero di matrimoni e di incontri, curioso dell’altro sesso, rispettoso delle istituzioni ma anticonvenzionale, tanto saggio quanto spregiudicato. Critica il cristianesimo quando è bigotto, si dichiara per la conoscenza del sesso fra i giovani, non condanna l’istituzione matrimoniale ma la desidera non costrittiva. Se ne esce con l’idea che nei suoi matrimoni abbia fatto di tutto per non annoiarsi e non annoiare. Che non è poco.

B. RUSSELL, Matrimonio e morale, trad. it. Milano, TEA, 2009.
 

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