Geometrie costituzionali

Se il potere di scioglimento fosse per forma del Quirinale ma in sostanza del Cav.

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Fonti quirinalizie informano di una certa preoccupazione del Capo dello Stato riguardo alle ultime vicende politiche e, soprattutto, alle possibili ripercussioni istituzionali. C’è da crederci. Il Presidente Napolitano dovrà trovare delle geometrie costituzionali in un contesto che si presenta piuttosto sbracato, proprio sul versante istituzionale.

Da ultimo, la stravaganza di un ministro e di alcuni sottosegretari che rimettono il mandato nelle mani del Presidente della Camera: il quale essendo ormai a capo di un partito (scissionista) non svolge più funzioni neutrali, come deve fare il Presidente di una Assemblea parlamentare. Lo dimostra, peraltro, la stravagante richiesta di aprire una crisi extraparlamentare con le dimissioni di Berlusconi, anziché una crisi di governo da discutere e votare nella sola sede che la Costituzione vorrebbe che fosse: il Parlamento. Certo, qualunque sarà lo scenario di crisi, questo consegna al Presidente della Repubblica il boccino della (non facile) soluzione.

Molto dipende dal fatto se la crisi sarà parlamentare oppure extraparlamentare. Perché se Berlusconi dovesse dimettersi senza avere un voto di sfiducia, allora i margini di soluzione presidenziali si amplierebbero: a) perché il Presidente Napolitano potrebbe verificare il formarsi di una nuova maggioranza parlamentare con una figura istituzionale cui dare l’incarico, pieno o esplorativo, per far nascere un nuovo governo; b) perché il Presidente Napolitano potrebbe dare un reincarico a Berlusconi, il quale nell’ipotesi fallisse nel tentativo di formare un governo bis, gestirebbe comunque le elezioni in ordinaria amministrazione; c) perché il Presidente Napolitano potrebbe decidere di sciogliere anticipatamente le Camere, sentito il parere obbligatorio ma non vincolante dei Presidenti dei due rami del Parlamento. Anche se ci sarebbe la “anomalia” Fini, che salirebbe al Colle nella duplice veste di Presidente della Camera e di leader del partito, che di fatto ha provocato la crisi.

Se invece Berlusconi dovesse subire un voto di sfiducia in Parlamento, è pur vero che ci sarebbero comunque (stretti) margini costituzionali per cercare una nuova maggioranza, ma si auspica, invece, che, in ossequio alla volontà elettorale, venissero sciolte le Camere e si andasse subito al voto. Il punto è: come favorire lo scioglimento anticipato senza strappi né sbreghi costituzionali? Qui si suggerisce una ipotesi a Costituzione invariata. Ovvero, si ipotizza l’avvio di una convenzione costituzionale sul potere di scioglimento, che sia in linea con quelle di stampo maggioritario già avviate, per esempio, con la nomina del Presidente del consiglio da parte del Presidente della Repubblica, che da oltre un decennio avviene “sotto dettatura” del voto elettorale.

Il punto è la funzione che può avere la controfirma, che il Presidente del Consiglio deve apporre nel decreto presidenziale di scioglimento. Infatti, in presenza di un sistema di regole istituzionali ed elettorali che hanno di fatto rafforzato la posizione del Presidente del consiglio, in quanto adesso è designato elettoralmente ed è collegato a una maggioranza parlamentare, allora, la controfirma può trasformarsi nella sottoscrizione di un or­gano “proponente”.

Chiariamo meglio questo aspetto: l’art. 89, comma primo, della Costituzione prescrive che «Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità»; questa regola costituzionale dovrebbe poter valere anche nel caso dell’atto presidenziale di scioglimento, il quale verrebbe a essere proposto dall’organo competente, cioè il Presidente del Consiglio, il quale se ne assumerebbe la responsabilità. In tal modo, il potere di scioglimento sarebbe formalmente presidenziale ma sostanzialmente governativo.

Certo, così facendo si darebbe luogo a una nuova convenzione costituzionale, della quale dovrebbe farsi promotore il Presidente della Repubblica, fondata su una innovativa lettura dell’art. 89, in combinato disposto con l’art. 88, che sarebbe in linea da un lato con le tendenze europee e dall’altro col cambiamento della nostra forma di governo parlamentare in senso maggioritario e, di conseguenza, con il rilievo che ha finito per assumere il ruolo del Presidente del Consiglio nell’interpretazione della Costituzione in senso materiale.

Va da sé che il ricorso allo scioglimento anticipato, su proposta del Presidente del Consiglio, dovrebbe essere consentito nel caso in cui sia entrata in crisi la maggioranza parlamentare prescelta col voto dal corpo elettorale. In modo da far tornare al popolo sovrano la decisione di chi deve governare il Paese.

E’ questa la democrazia, bellezza.

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3 COMMENTS

  1. Elezioni subito
    Concordo, e aggiungo che vi è un’ulteriore possibilità: che Berlusconi -senza dimettersi- chieda a Napolitano le elezioni anticipate, e che questi, sentito il parere (obbligatorio ma non vincolante) dei presidenti delle camere, acconsenta.

    Se così fosse, come ho scritto nel mio blog, avremmo le elezioni con un governo e un parlamento nella pienezza dei loro poteri.

    Viceversa, se si nega questa possibilità in ragione di una visione “assemblearista” della costituzione, il paese rinuncia ad una possibile via d’uscita democratica dall’attuale situazione di crisi.

    Ed è una possibilità, ricordiamolo, che viene tranquillamente usata in Gran Bretagna, non in virtù di norme diverse dalle nostre (là come qua il potere di scioglimento appartiene al capo dello stato), ma in virtù di un’interpretazione razionale e democratica del sistema.

  2. In Gran Bretagna?
    In Gran Bretagna Margaret Thatcher, dopo aver vinto le elezioni nel 1987, fu messa in minoranza dall’ufficio politico del Partito Conservatore e sostituita da John Major, che andò al potere e vi rimase per due anni prima di vincere le elezioni successive; Tony Blair vinse le elezioni del 2005, si dimise nel 2007, e Brown rimase in carica tre anni prima della nuova tornata elettorale.
    Pertanto in Gran Bretagna l’idea che il candidato “eletto” dal popolo debba sempre e comunque guidare il Paese non trova alcun fondamento. A guidare il governo è il leader del partito di maggioranza, ma non va dimenticato che nel Regno Unito la dinamica è bipartitica (o per lo meno lo è stata sino alle recenti elezioni), quindi non vedo proprio come il caso inglese possa tornare utile nel districare la matassa italiana…

  3. Insisto: per razionalità e democraticità
    Fra gli anni 60 e 80 in Gran Bretagna si sono tenute otto elezioni anticipate consecutive, tutte richieste dal primo ministro in carica e concesse dalla regina, senza che questa abbia cercato di salvare la legislatura o sentito il dovere di verificare l’esistenza di una maggioranza in parlamento, come si ritiene che debba avvenire da noi.
    In un caso, nel 1974, si tennero addirittura due elezioni anticipate nello stesso anno.

    Cito la Gran Bretagna, perché è un sistema parlamentare con un capo dello stato costituzionale come il nostro. Infatti il nostro Presidente della Repubblica è la figura che ha ereditato le funzioni del Re. E farebbe bene a comportarsi come farebbe un monarca, cioè evitando il più possibile di fare scelte politiche, dato che esse dividono la nazione, e dato che per legge egli non è responsabile dei propri atti, ma lo è chi li controfirma.

    In Gran Bretagna la regina ha formalmente il potere di sciogliere il parlamento, ma non si permette di rifiutare tale richiesta quando è il primo ministro a fargliela. Ciò non perché vigano norme diverse o perché sia un sistema bipartitico o tripartitico (o quale che divenga nel futuro), ma perché chi meglio del primo ministro, incaricato di governare dalla corona (che quindi rappresenta lo Stato in quanto nazione) e fiduciato dal parlamento (quindi dai rappresentanti del popolo,rappresentandolo come comunità democratica) può giudicare quale sia la cosa più opportuna da fare per il paese?
    Ciò, si badi bene, vale fintanto che il capo del governo ha la fiducia del parlamento…

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