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Punti di vista sulla crisi

Se il prezzo della crisi è il proporzionale, è un bel guaio!

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Hallelujah, hallelujah, alla fine la crisi del Governo Conte 2 si è (provvisoriamente ed apparentemente) risolta. E questo è un importante elemento di tranquillizzazione per tutti noi. Convivere con uno stato di crisi di governo aperta è sempre un fattore ansiogeno e destabilizzante. Tanto più in una fase di emergenza sanitaria, economica e sociale. Naturalmente siamo sicuri che il Governo Conte continuerà nella sua gestione di basso profilo senza essere in grado di imprimere quello scatto di reni che sarebbe assolutamente necessario. Ma tant’è. Almeno avremo un governo da maledire se le cose non dovessero andare per il meglio!

Certo questo risultato viene raggiunto pagando dei prezzi anche salati. Il primo riguarda il fatto che con la nuova fase politica abbiamo resuscitato un istituto, il “governo di minoranza”, che abbiamo conosciuto in diversi momenti della storia della Repubblica ma che speravamo di aver definitivamente sepolto. Il governo di minoranza è il governo che in almeno una delle due Camere può contare solo sulla maggioranza relativa dei voti e che si regge solo grazie all’astensione di uno o più gruppi politici che impedisce ai gruppi dell’opposizione di sfiduciare il governo. Ma la caratteristica tipica dei precedenti governi di minoranza era quella di reggersi sull’astensione di gruppi parlamentare che di lì a poco sarebbero entrati in maggioranza. Il governo di minoranza era sostanzialmente uno strumento diretto a favorire l’affermarsi di nuovi equilibri politici. Si pensi al governo Leone del 1963 che si basava sull’astensione del Psi che sarebbe entrato in maggioranza nel successivo governo Moro che inaugura la stagione del centro-sinistra o al governo Andreotti III del 1976 che si reggeva sull’astensione del gruppo del PCI che poi, nel 1978, sarebbe entrato nella maggioranza di unità nazionale a sostegno del governo Andreotti IV. Caso diverso quello del governo Dini, nato nel 1995 dopo la crisi del primo governo Berlusconi, caso tipico di governo tecnico che si basava sull’ampia astensione dei gruppi dell’opposizione.

Nel caso attuale invece abbiano un governo di minoranza che nasce grazie all’astensione proprio di quel gruppo parlamentare, Italia viva, che prima faceva parte della maggioranza e che ha deciso di uscirne, senza però determinarne la caduta ma consentendone la sopravvivenza. Il governo di minoranza Conte nasce di minoranza e rimarrà tala per tutta la sua vita, senza nemmeno porsi – a meno di improbabili ripensamenti di Renzi – come strumento utile a favorire un’evoluzione del quadro politico e la formazione in tempi brevi di una maggioranza parlamentare più solida. Pertanto, dobbiamo essere consapevoli che ci toccherà convivere per un po’ di tempo con l’attuale situazione di precarietà degli equilibri politici in Parlamento.

Ma non è questa la nota più dolente della situazione in atto. Dal nostro punto di vista la cosa più grave è che Conte in un empito di grandezza ha espressamente inserito nel programma del suo governo anche l’approvazione di una nuova legge elettorale di impianto proporzionale. Quello che ci preoccupa non è tanto il fatto, stigmatizzato da più parti, che il governo inserisca nel proprio orizzonte programmatico anche una ben precisa legge elettorale che, si sostiene, dovrebbe essere di esclusiva competenza del Parlamento. Si tratta di un’obiezione frutto di una visione parlamentaristica delle istituzioni che confina l’esecutivo in una posizione di vassallaggio rispetto al Parlamento. Dal nostro punto di vista, un punto di vista che si ispira al modello anglosassone della democrazia, il governo esercita la funzione di guida della maggioranza parlamentare ed è pertanto perfettamente legittimo che esprima una chiara opzione politica in materia di legge elettorale.

Quello che ci spaventa è proprio il merito della proposta, l’opzione proporzionalistica. Siamo sempre stati convinti sostenitori di un modello maggioritario di democrazia, un sistema nel quale nel momento elettorale si realizza il confronto e la scelta tra precise opzioni di governo e non fra generiche identità di partito che poi dovranno formare gli equilibri di governo a partire dal giorno successivo alle elezioni. Però, con l’avanzare dell’età, e quindi della maturità del pensiero, abbiamo compreso che in alcuni contesti storci un sistema elettorale proporzionale abbinato alla centralità parlamentare ed alla debolezza dell’Esecutivo possa svolgere una funzione utile. Ed è questo proprio il caso della storia della Repubblica italiana che, subito dopo la guerra, è riuscita a consolidare un sistema democratico, nonostante la presenza di un blocco internazionale e di uno stato di guerra civile interna che ha caratterizzato i suoi primi decenni di vita, proprio grazie ad un sistema proporzionalistico e parlamentaristico.

Oggi però la situazione è radicalmente diversa! Nell’attuale fase storica, caratterizzata dalla caduta del ruolo dei partiti di massa come strumento di aggregazione delle opinioni, dal venir meno delle grandi opzioni ideologiche intorno alle quali si strutturava il confronto politico e dall’esplosione della polarizzazione delle posizioni politiche che ha prodotto il moltiplicarsi di identità politiche sempre più solipsiste ed autoreferenziali, un sistema elettorale proporzionale rischia di esasperare i problemi che abbiamo di fronte. Una legge elettorale proporzionale favorisce la radicalizzazione delle posizioni. Con la proporzionale la strategia politica migliore è rafforzare il proprio messaggio, gridare le proprie posizioni nel modo quanto più forte e più chiuso possibile in modo da renderle più facilmente riconoscibili. I sistemi proporzionali ostacolano il confronto, il dialogo e la mediazione che invece sono essenziali per il buon funzionamento della democrazia.

Viceversa i sistemi elettorali maggioritari, in particolare – nei contesti caratterizzati da un multipartitismo esasperato – quelli a doppio turno, favoriscono l’aggregazione delle proposte politiche più vicine e compatibili in concrete piattaforme di governo. Nei sistemi maggioritari si sposta il focus delle elezioni. Siccome viene eletto solo chi ottiene la maggioranza dei voti, l’obiettivo non è tanto motivare e caricare i propri elettori quanto piuttosto conquistare l’elettore mediano, l’elettore che pur non esprimendo una chiara adesione alle mie posizioni politiche può decidere di votarmi se il mio messaggio sarà più aperto, più inclusivo rispetto ai suoi principi e alle sue opzioni politiche. In questo senso, un sistema elettorale maggioritario a doppio turno determinerebbe anche un’esaltazione del ruolo che potrebbero svolgere quelle forze più moderate ed equilibrate che diventerebbero decisive per conquistare la maggioranza nei singoli collegi.

Ed è proprio questo ciò di cui l’Italia ha oggi un disperato bisogno. Un sistema che favorisca la sintesi e l’aggregazione delle diverse posizioni politiche che alla fine di tale processo risulteranno più equilibrate e più moderate. Un sistema che riesca a frapporre un argine insormontabile rispetto alle posizioni politiche populiste, settarie, urlate che non abbiano la minima disponibilità a confrontarsi con il mondo reale e a cercare una sintesi che le trasformi in piattaforme praticabili di governo. E la cosa più incredibile è che di questa banale constatazione sembra che non abbiano la più pallida consapevolezza proprio quegli attori politici (Berlusconi, Renzi…) che più dovrebbero essere interessati ad ottenere gli effetti benefici di un sistema elettorale maggioritario. Benefici per il Paese… ma anche per loro!

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