Post Sinodo

Se il Sinodo amazzonico rivela una Chiesa sempre più relativista e priva di identità

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Come si può interpretare l’evoluzione attuale della Chiesa cattolica alla luce delle conclusioni del Sinodo dedicato all’Amazzonia?

L’impressione crescente – alla luce di questa vicenda e di molte precedenti analoghe – è che la strategia pastorale inaugurata da papa Francesco evidenzi sempre più il rischio di una Chiesa “pirandelliana”: una, nessuna e centomila, dall’identità sempre più scolorita e irriconoscibile, esposta ad ogni influenza culturale e ideologica.

Il Sinodo amazzonico – come già quelli dedicati alla famiglia nel 2014 e nel 2015 – rispondeva evidentemente, nella suddetta strategia, all’esigenza di “aprire processi”, per usare l’espressione programmatica usata più volte dal pontefice: mettere sul tavolo della discussione questioni altamente controverse e ipotesi di mutamento non indolori, per sondare le opinioni dell’episcopato. E come in quei due consessi, anche in questa occasione il documento finale approvato esprime una conclusione interlocutoria, per molti versi ambigua, che però lascia più di una porta aperta all’attuazione, in determinati contesti, delle soluzioni proposte. Per quanto riguarda i temi della famiglia, esso apriva alla possibilità di ammissione delle coppie divorziate risposate e di quelle omossessuali alla comunione eucaristica. Per l’Amazzonia e altri luoghi “emergenziali” della Chiesa, evoca ora la prospettiva di una relativizzazione del celibato sacerdotale (attraverso la sostanziale equiparazione ai sacerdoti, in determinate circostanze, dei “viri probati”), e di un avvicinamento al sacerdozio femminile attraverso il varo del diaconato.

A ciò si aggiunge, nel caso del dibattito sull’Amazzonia, una spinta simbolicamente molto rilevante in direzione dell’ammissione nel culto cattolico di riti e tradizioni ad esso estranei, come quelli dedicati dagli indigeni amazzonici alle locali divinità che personificano le forze naturali. Senza contare l’adesione ad una “crociata” ambientalista presentata ormai in termini quasi millenaristici, e come una sorta di componente del culto.

Tali “processi” vengono presentati dal papa come l’attuazione coerente del programma lanciato all’inizio del suo pontificato: quello di una “Chiesa in uscita”, che si lascia indietro gli arroccamenti dottrinari, le postazioni istituzionali e le tradizioni per andare, libera da pesi, nel mondo ad accogliere i sofferenti a causa dei tanti mali delle società contemporanee, in una nuova prospettiva di evangelizzazione senza “proselitismo”.

Ma in questo sforzo di immedesimazione con i meandri più riposti dell’umanità – in linea, peraltro, con la storia di tanta parte della tradizione missionaria gesuitica – emergono sempre più alcune contraddizioni di fondo, che sembrano configurarlo come un’operazione in larga parte velleitaria.

In primo luogo, la “mappa” delle afflizioni umane che secondo questa visione pastorale la Chiesa dovrebbe alleviare appare non congruente con i connotati effettivi del mondo globalizzato, con la sua specificità storica, e ancorata invece ad un’interpretazione terzomondista sfasata di molti decenni, in cui all’economia capitalistica occidentale vengono addebitate pressoché tutte le responsabilità degli squilibri sociali, dei conflitti, dei disagi culturali ed esistenziali. In questo senso l’anti-mercatismo e un multiculturalismo di maniera si congiungono – negli interventi di Bergoglio e di larga parte del clero che ne condvide l’approccio – alla già citata adesione acritica ad un ecologismo ingenuo, confluendo nel tratteggiare “poveri” e ambiente come vittime assolute di una mentalità egoistica del profitto, in una sorta di utopia neo-rousseauiana del “buon selvaggio”.

In secondo luogo – ma in stretta connessione con il primo elemento – lo slancio totale verso l’accoglienza e l'”accompagnamento” di cui il papato bergogliano si fa promotore sembra implicare una rinuncia sostanziale all’identità specifica del cristianesimo cattolico, che pone in realtà in questione ogni effettiva possibilità di successo dell’evangelizzazione. Per usare la metafora – più volte evocata dal papa – della Chiesa che dovrebbe essere un “ospedale da campo” e pensare innanzitutto a “soccorrere i feriti” del mondo, viene da chiedersi con quale medicina si ritiene che quei feriti debbano essere curati. Sono sufficienti l’abbraccio, la vicinanza, il sostegno emotivo, o occorrono farmaci specifici? Si dovrebbe accogliere e “accompagnare”, ma dove?

Fuori di metafora, se l’evangelizzazione non è proselitismo, tuttavia per sua natura essa non può non essere la proposta di una precisa identità, di una scelta di vita in consonanza con una chiave interpretativa della storia dell’umanità: insomma l’offerta di una “conversione”, un riorientamento dell’esistenza individuale e collettiva secondo parametri assoluti che congiungono tempo ed eternità. La “Chiesa in uscita” bergogliana appare invece in misura crescente piuttosto una Chiesa senza più fissa dimora. Il suo “accompagnamento” assomiglia sempre più all’invito ad un vagabondaggio privo di meta. In nome di cosa i destinatari dovrebbero accettarlo?

Ciò che è più grave, e più potenzialmente gravido di conseguenze, è il fatto che in questa decostruzione del percorso e del fine dell’evangelizazione in particolare sembra essere rinnegato – o quanto meno fortemente allentato o dissimulato – il legame strutturale del cristianesimo con la civiltà “occidentale” (intendendo con ciò la confluenza tra cultura semitica, greca, romana e degli altri popoli europei in un universalismo incentrato sulla sacralità della persona umana).

Il punto fondamentale è che il cristianesimo, nella sua accezione cattolica, non è una fede assoluta, svincolata da ogni contesto, ma si innesta su una interpretazione razionale complessiva della realtà, della sua origine, del suo destino, del ruolo che in essa ha l’uomo. Esso si fonda sull’idea che il Creatore agisce secondo ragione, e l’uomo, fatto a Sua immagine e somiglianza, può comprendere la realtà attraverso la ragione naturale. Il cristianesimo è un umanesimo, ed anzi è l’origine e l’essenza dell’umanesimo di origine europea.

La Chiesa cattolica si presenta allora necessariamente nella storia come proposta di una vita pienamente dotata di senso in quanto fondata su questa visione del mondo. Se abbandona tale fondamento come una zavorra – abbracciando un’antropologia radicalmente negativa e irrazionalistica come quella proposta dalle correnti luterane del protestantesimo, adottando un sincretismo che individua in ogni forma del sacro una via per giungere alla verità (come si è visto nell’accoglienza acritica di alcuni culti amazzonici promossi nel recente Sinodo), o proponendo una lettura emotiva, secolarizzata, politica, sociale dell’amore per il prossimo – essa si condanna di fatto all’irrilevanza, indebolendo con ciò in misura decisiva la forza ordinatrice dell’umanesimo occidentale sul mondo. E lasciando, in luogo dell’universalismo insito nel kérygma, un enorme spazio vuoto alla fame di senso dell’esistenza, pronto ad essere riempito da dottrine religiose saldamente ancorate, invece, ad un’identità culturale e di civiltà.

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1 COMMENT

  1. Ringrazio l’autore e l’Occidentale per questa lucidissima analisi che non fa sconti, ma la posta in gioco è altissima, poiché se i vertici della Chiesa Cattolica decidono di suicidarsi culturalmente tradendo la propria identità, sarà ancora più difficile preservare quel poco di libertà che un Occidente in affanno ancora tutela.

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