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La richiesta

Se la Boldrini chiede il modulo di autocertificazione al femminile

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Che sia una priorità o no, certo è strano che in ben sei versioni del famigerato (per chi lo deve tirar giù e stamparselo ogni volta) modulo di autocertificazione manchi l’alternativa che da tempo siamo abituati a trovare praticamente in tutta la modulistica, quella scelta tra –a e -o, con la quale l’utilizzatore/trice indica la sua appartenenza al genere maschile o femminile.

Laura Boldrini, come riferiscono organi di stampa (come Il Giornale o Libero) sempre molto attenta a queste tematiche, lo ha rilevato prontamente.

Possibile, dico io, che sia davvero una dimenticanza? Oppure – mi suggerisce il grillo parlante, da sempre molto portato al paradosso – quelli del governo si sono portati avanti e l’on. Boldrini sta combattendo una battaglia di retroguardia? Tipo l’ultimo/a giapponese nella giungla del femminismo novecentesco?

Mi spiego. La scelta tra due generi di fatto è diventata un’opzione reazionaria: il buon vecchio m/f delle nostre grammatiche è un temibile marcatore della vituperata differenza sessuale, e come tale costringe a una scelta rigida le enne opzioni di genere consentite dalla fluidità e dalla fantasia.

Alle esigenze del gender fluid danno una risposta adeguata solo gli orribili asterischi in finale di parola. Ma, appunto, sono orribili, e così all’ultimo momento si sono vergognati di metterli, non volendo peggiorare ancora il livello di cui sta dando quotidianamente prova la comunicazione pubblica. Hanno consultato una commissione tecnico-scientifica di grammatici, retori, stilisti e linguisti e – pensa e ripensa – sono addivenuti alla conclusione che il maschile “sovraesteso” e funzionale, surrogato del neutro, alla fin fine è più rispettoso dell’intimità di ciascuno e delle cinquanta sfumature del genere. E hanno optato per un tiepido –o per tutti/e/*, come si faceva anticamente.

Il cerchio si chiude, esattamente nel punto in cui gli usi più antichi coincidono col buon senso. Senza che la burocrazia si debba interrogare su come ciascuno “si sente nell’intimo” e senza avvitarsi in un dibattito senza fine e senza sugo, ché quello veramente non è una priorità.

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