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Fase 2 e libertà

Se la ex “casa delle libertà” dimentica le libertà

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Tra gli effetti più traumatici dell’epidemia di Covid-19 in Italia va annoverata, senza dubbio, la fortissima compressione delle libertà personali conseguente dalle misure di “distanziamento sociale” (o “lockdown”) adottate per arrestare il contagio. Una compressione di entità mai verificatasi fino ad oggi dopo il regime fascista e la seconda guerra mondiale: non solo il divieto di qualsiasi assembramento e la chiusura di tutti i luoghi di ritrovo al chiuso e all’aperto, ma persino la proibizione di uscire di casa se non per motivi di prima necessità e documentati attraverso autocertificazioni. Un coprifuoco esteso 24 ore su 24, della durata di quasi due mesi (salvo ulteriori possibilità di proroga), e presidiato da uno spiegamento di forze dell’ordine mai visto nell’Italia repubblicana.

Misure pesantissime – le più costrittive, e dalla scadenza più lunga e indeterminata, tra quelle varate in qualsiasi paese occidentale – giustificate dal governo appellandosi alla priorità della salute pubblica, ma che introducono ferite e dubbi profondi sulla possibilità effettiva dei cittadini di veder effettivamente garantiti, da ora in avanti, i diritti civili fondamentali affermati nella Carta costituzionale. E misure, per giunta, adottate al di fuori di una chiara e netta delimitazione legale dello stato di emergenza, attraverso un contorto e confuso incastro normativo tra decreti legge, decreti del Presidente del consiglio, ordinanze ministeriali esplicative, ordinanze regionali spesso in aperta contraddizione con le norme nazionali. Un labirinto che ha avuto come effetto un’enorme aumento del grado di arbitrarietà dei poteri pubblici, ed in particolare del governo e dei presidenti delle Regioni, presentando diversi profili di dubbia costituzionalità, posti in rilievo da molti giuristi: tra cui persino voci autorevolissime dell’establishment, come Sabino Cassese.

Ora, rispetto a questa situazione decisamente allarmante per lo stato della nostra democrazia liberale, anche al netto della preoccupazione per la minaccia sanitaria, stupisce davvero il sostanziale silenzio, o comunque un interesse molto distratto, da parte delle forze politiche di opposizione. Se le forme in cui è stato attuato il “lockdown” italiano hanno posto in evidenza nella maggioranza di governo Pd-M5S, e più marcatamente nel premier Giuseppe Conte, marcate tendenze ad un esercizio paternalistico/autocratico del potere, certo le reazioni (o mancate reazioni) a quelle tendenze hanno analogamente evidenziato anche nell’opposizione di centrodestra quanto meno una insufficiente sensibilità al tema della salvaguardia della libertà e dei necessari argini da erigere contro possibili derive autoritarie nate sull’onda dell’emergenzialismo.

Per quanto riguarda le misure restrittive, la Lega e Fratelli d’Italia hanno oscillato da un’iniziale sottovalutazione dei rischi ispirata da preoccupazioni economiche (condivisa con le forze di maggioranza) al tentativo di giocare al rilancio sulla severità del “lockdown” rispetto al governo, chiedendo chiusure sempre più severe, generalizzate, estese all’intero territorio nazionale, e sposando sostanzialmente lo stesso rozzo approccio del “tutti a casa”, adottato in fretta e furia dall’esecutivo contiano per recuperare i gravissimi ritardi iniziali, senza contribuire con progetti chiari a definire e articolare una strategia anti-epidemica di più ampio respiro, e senza rilevare le grottesche deformazioni di quella strategia verso una inefficace quanto umiliante clausura dei cittadini, andata ben oltre l’obiettivo razionale del distanziamento sociale. Forza Italia, dal canto suo, ha tenuto soprattutto a mostrare un profilo “responsabile” e di unità nazionale, pur davanti alle inedite estensioni dei poteri dell’esecutivo e alla emarginazione patente subìta dal Parlamento.

Complessivamente, l’intero schieramento di centrodestra ha cercato con tutti i mezzi, per larga parte della durata dell’emergenza, di accreditare di sé un’immagine di collaborazione attiva alle decisioni governative, sia pur coniugata con la costante esortazione all’esecutivo ad agire con maggiore incisività: prestandosi così alla rappresentazione di una “cabina di regia” proposta dal governo per sostenere che non c’era alcun bisogno di un nuovo governo di unità nazionale per affrontare la situazione, dal momento che forze di maggioranza e opposizione collaboravano già.

Gli unici temi sui quali i gruppi di opposizione hanno alzato la voce sono stati quelli economici: gli stanziamenti tardivi ed insufficienti del governo per ammortizzare gli effetti della chiusura sulle attività imprenditoriali e professionali, le indicazioni vaghe sulla riapertura delle attività, e soprattutto la questione del MES, su cui soprattutto i rapporti con la maggioranza si sono deteriorati (con l’eccezione di Forza Italia, anche qui schierata su posizioni più possibiliste). Ma praticamente nessuna critica si è sentita nel quasi mese e mezzo trascorso dalla “chiusura” del paese, da parte di quelle forze politiche, all’estensione potenzialmente illimitata delle misure restrittive sui movimenti delle persone, alla mancata definizione di limiti e scadenze di quelle restrizioni, alle torsioni sempre più intimidatorie nell’applicazione di esse.

Quando – proprio con la divisione sull’utilizzo del MES e le plateali accuse di Conte a Salvini e Meloni in diretta a reti unificate – è diventato evidente che quella della “cabina di regia” era sostanzialmente una cortina fumogena, Lega e Fdi hanno assunto atteggiamenti più duri su economia e rapporti con la Ue, ma sempre senza chiedere mai con voce univoca una discontinuità nell’esecutivo. E nel dibattito apertosi su tempi e modi di inizio della cosiddetta “fase 2” né loro né FI hanno mostrato alcuna proposta chiaramente riconoscibile, o tanto meno hanno incalzato adeguatamente una compagine governativa che – anche attraverso il palleggio di reponsabilità tra ministeri e le varie “task force” create per l’occasione – mostra sempre più in merito un atteggiamento dilatorio, tendendo a perpetuare indefinitamente, senza plausibili giustificazioni sanitarie, la paralisi delle attività economiche e il mantenimento dell’intera popolazione italiana in uno stadio di “arresti domiciliari”.

Lo “stress test” dell’emergenza sanitaria, insomma, ha fin qui messo in evidenza da un lato una disinvolta conversione “a u” della sinistra giallorossa dal libertarismo anarcoide all’ideologia dello “Stato di polizia sanitario” (potenzialmente già inscritto però almeno nelle corde del giustizialismo “madurista” grillino), ma dall’altro anche la prevalenza, in gran parte della destra, di una mentalità angustamente “securitaria”, troppo poco attenta ai diritti di libertà individuali e ai necessari limiti da porre in loro nome ai poteri repressivi dello Stato.

Si deve constatare, amaramente, che gli eredi della coalizione un tempo chiamata “Polo delle libertà”, “Casa delle libertà”, così come quelli del “Popolo delle libertà” oggi conservano ben poco della attenzione centrale assegnata un tempo a quella parola-chiave della loro identità e della loro storia politica: e preferiscono dividersi tra esibizioni muscolari in tema di ordine pubblico e preoccupazioni esclusivamente economicistiche. Dimenticando che la sicurezza e la prosperità economica, così come persino la salute pubblica, perdono ogni significato se ottenute a scapito dei diritti civili.

Non quelli fasulli – ipersoggettivistici, relativistici e “faustiani” – propagandati dalla sinistra globalista “politically correct”. Ma quelli “classici”, autentici, sui quali si sono costruiti i sistemi costituzionali occidentali: protezione dagli abusi di polizia e giudiziari, libertà di pensiero e di espressione, libertà di associazione e manifestazione, libertà di movimento, diritto all’intoccabilità della sfera privata. Tutti messi seriamente, drammaticamente in questione nella presente emergenza, non sappiamo fino a che punto né fino a quando.

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